Il calcio è ormai, soprattutto in Italia (ma, come vedremo, non solo), tema dal fascino nascosto e imprevedibile, che provoca e tocca anche coloro che dicono di rimanerne fuori, che spesso divide, e agita tanto chi lo ama quanto chi lo odia.

Ma perché uno sport come il calcio riesce ad affascinare e assumere un ruolo cosí potente e polarizzante, e in che modo è riuscito ad assumere un potere tanto superiore rispetto ad altri sport che, per quanto coinvolgenti, sono rimasti molto piú nell’ombra?

Se ogni storia rimane unica e personalissima, questa miniserie di cui parlerò oggi, che ci offrirà qualche interessante spunto di riflessione, risponderà solo in parte alla domanda che ho appena posto, e che tutti, almeno una volta, si sono domandati.

The English Game è una miniserie inglese del 2020 uscita per Netflix e, come il titolo lascia già intendere, racconta della versione inglese.

Sì, dico proprio la versione inglese, perché non parlo solo del calcio, ma della storia inglese stessa. Infatti, quelle sei lunghe (a tratti, personalmente, lunghissime) puntate sembrano raccontarci quasi dello stile inglese stesso, romantico e suadente, dell’agire, del respingere e cambiare il mondo circostante, con un tocco britannico e inconfondibile.

Come sempre, prima di approfondire la mia opinione riguardo questa miniserie (e prima di concedermi qualche commento forse infelice, si vedrà), vi lascio il trailer di The English Game, che potete trovare sul Youtube sul canale ufficiale della piattaforma Netflix.

Le personalità del gioco del calcio inglese

Iniziamo col dire che questa serie è molte cose, ma di certo non è brutta. Saranno i costumi, saranno gli attori, sarà pure che la sceneggiatura è del grande Julian Fellowes (con in tasca un oscar vinto nel 2002 per Gasford Park, e un Emmy nel 2011 per la fortunata serie Tv Downtown Abbey), ma bastano i primi 5 minuti della puntata iniziale per capire che siamo di fronte a del materiale di grande valore.

Un altro discoro, poi, è capire se qualcosa che sulla carta non interessa come argomento, può trovare una strada per essere apprezzato anche dagli spettatori piú lontani.

La mia teoria iniziale era vera: il calcio rimane un punto di domanda anche per le persone che dicono di non sentirsi coinvolte, di non conoscere il nome del capitano della nazionale, che i calciatori vivono di un privilegio privo di merito. Se cosí non fosse, io non mi sarei mai ritrovata a scegliere di guardarla.

Perché si hanno delle riflessioni sul calcio, su quel mondo che per quanto lontano, chiama e richiama.

La mia opinione rimane, però, secca e immutata. Il calcio non mi coinvolge né affascina, e le sei puntate di The English game, mi sono risultate noiose, noiosissime, ogni qual volta si tornava sul calcio, sui calciatori, e sulla coppa da vincere.

Non è bastata la presenza di Edward Holcroft nei panni del ricco Arthur Kinnaird (che abbiamo già visto in un’altra miniserie analizzata da me, L’altra Grace), né di Kevin Guthrie nel ruolo del protagonista Fergus Suter. La trama principale mi è rimasta sempre indifferente, per quando gli aspetti tecnici rimanessero ai miei occhi indubbiamente piacevoli.

Il calcio come sport

Vi propongo, nel caso aveste piacere di ascoltare anche altre considerazioni sulla miniserie, anche un video youtube di Sofia D’Arrigo che racconta le sue sensazioni nel video The English Game Recensione.

“Credo sia un modo sano per tenere in forma i ragazzini”

La miniserie in questione racconta, prima fra tutti, la storia e l’evoluzione del cacio moderno inglese. Le vicende si svolgono intorno al 1880, nell’epoca Vittoriana, e vedono come protagonisti due personaggi realmente esistiti, i già citati Fergus Suter e Arthur Kinnaird

Lo scontro tra la squadra di calcio di Darwen, piú umile e composta dagli operai del luogo, e quella di Old Etonians, formata dalla ricca borghesia scozzese, animerà la vicenda mostrandoci quelli che, già agli arbori, erano i punti distanti tra lo stile inglese e scozzese.

Grazie al cielo (ma, ripeto, è sicuramente un mio limite, dal momento che questo era dichiaratamente il filone centrale), la serie racconta anche altro.

The English game infatti si offre come interessante scorcio della società dell’epoca, delle periferie sorrette economicamente da piccole industrie, dei primi scioperi e dell’abissale, per quanto ancora tristemente contemporanea, distanza che separava i ricchi dai poveri.

Anche il racconto della donna diventa poi focale, con figure come la madre di Fergus, Aileen Suter (interpretata da Kate Dickie, nota ai piú come volto di Lysa Tully Arryn ne Il Trono di Spade), o Alma Kinnaird (Charlotte Hope), o ancora Martha Almond (Niamh Walsh).

Non solo la donna, ma anche la figura della madre, del figlio, e del legame che diviene sia romantico che carnale al tempo stesso si rivelano centrali, offrendo uno sviluppo inaspettato per una serie che sembrava dover rimanere su corde piú, passatemi il termine, leggere.

Come ultimo aspetto, ma non meno importante, questa miniserie è anche la storia di un’evoluzione.

Il calcio inglese e l’evoluzione

Se seguire la serie in generale mi è costato uno sforzo non banale, sicuramente alcuni aspetti mi hanno fatto riflette (o, per meglio dire, sorridere).

Quello che scopriamo fin dalle prime scene è che Fergus Suter, geniale calciatore di umili origini, ricopre una posizione del tutto nuova nel campo da calcio.

Egli è stato infatti pagato dal proprietario di un’industria tessile di Darwen per giocare nella sua squadra di calcio, nella speranza di portarli a conquistare la vittoria della FA CUP. Quando dico che fa sorridere, lo dico con tutta la presunzione di una donna del 2021 che osserva con superficialità il passato, quando ancora le cose non erano, né potevano essere immaginate, come sono oggi. 

Fergus viene guardato con sospetto, invidia, forse anche antipatia.

In un mondo lontanissimo in cui il calcio viene ancora concepito come purissimo svago, del tutto gratuito, praticato per il solo scopo di giocare (ma certo, anche vincere), vedere un uomo guadagnare del denaro, a differenza degli altri suoi compagni (eccezion fatta per Jimmy Love, il suo migliore amico altrettanto dotato), risulta offensivo e –vogliamo proprio dirlo? - discriminatorio.

Se però pensiamo a come ritroviamo oggi il mondo del calcio, ci accorgiamo di come sia cambiato il modo di viverlo, il modo di guardare chiunque faccia parte del mestiere (anzi, il fatto stesso di parlare di mestiere).

Cosa è dunque cambiato? Cosa ritroviamo uguale?

Il calcio inglese come comunità

Quello che, innegabilmente, cambia sempre, come un continuo e costante movimento dell’acqua, è tutto l’insieme di regole che ordina e chiarisce il gioco. Cambiano i tempi, si diviene sempre piu capaci ed esperti nel giocare e le regole di prima finiscono per risultare vecchie e superflue. Altre volte, si scoprono delle falle nel sistema, e necessario diventa quindi scrivere nuove norme per gestire eventuali diatribe.

Quello che invece non può essere messo in discussione, è lo scopo profondo delle cose. Al di là delle regole del calcio, al di là delle squadre e delle loro filosofie, quello che conta è giocare. Non si nota la distanza temporale tra il 1880 e oggi nelle scene degli spalti, perché l’entusiasmo per la squadra del cuore non ha età, non ha limiti spazio temporali.

Oggi come ieri poi, il calcio rimane il più grande collante del mondo, che allontana dai pensieri cupi e fa viaggiare, senza limite alcuno, verso mete piú fantasiose ed entusiasmanti.

“Il gioco nutre l’anima quando non c’è altro nella vita che possa farlo”

I calcio inglese: le donne della serie TV

“Il calcio ci rende tutte vedove”

In una serie incentrata sul calcio dell’epoca vittoriana, chiaramente la figura della donna poteva rivelarsi marginale (triste storia vera).

Questa, però, rimane una serie TV del 2020, e scrivere una storia priva di figure femminili sarebbe risultato decisamente controproducente. Ecco quindi affiancarsi al filone centrare dello scontro tra le due squadre principali, un vicenda inaspettata e, sarò sincera, molto piú interessante ed entusiasmante.

Ci verrà raccontata la storia di una casa di aiuto per donne in difficoltà (la quale difficoltà sarebbe, essenzialmente, una gravidanza indesiderata).

Il tema della genitorialità si rivela centrale per la storia, ed ogni donna del racconto si ritrova a circolare vertiginosamente sempre vicino ad esso, senza mai la possibilità di allontanarsene troppo.

Basta pensare a Martha, la regina nel cuore di Fergus, madre del figlio di un potente della città, obbligata a rimanere nell’ombra, gelosissima della sua indipendenza e portatrice sana della piú coraggiosa delle scelte.

Alma Kinnaird rimane per me la più dolce e gentile di tutte, donna ricca e generosa che soffre la perdita di una gravidanza recente che, intendiamo senza molte difficoltà, ha messo in crisi la sua relazione con Arthur. 

Questa situazione la renderà molto sensibile ai dolori altrui, al punto da riconoscersi nei drammi di Betsy Cronshaw (Lara Peake), arrivando a mettersi in pericolo.

L’evoluzione del calcio inglese

Questa serie non parla solo del calcio, né solo della sua evoluzione.

Essa affronta e racconta l’evoluzione di un amore ad esempio, quello tra Alma e Arthur, che ci vengono inizialmente mostrati ormai lontani e muti, ma che ritrovano un nuovo modo per stare insieme, coronando la loro comune felicità.

E la storia dell’evoluzione di una cittadina, l’evoluzione di un uomo. Forse questo ci vuole dire una cosa semplice, che per un grande cambiamento sono necessari tanti piccoli passi singoli, perché un immenso mondo come quello del calcio non cambia e non si evolve senza il cambiamento di altri.

Saranno infatti Fergus e Arthur a cambiare le sorti del gioco, accettando il diverso (la squadra diversa, con tecniche nuove che diventano arricchenti e non limitanti), dimostrando quanto la sportività sia piú che mai necessaria perché un gioco diventi sport.

Conclusioni sul calcio inglese

Credo sia una serie che meriti di essere vista, perché sarei decisamente ipocrita se negassi le qualità evidenti e indiscutibili di The English Game.

Ciononostante, non credo sia una serie che piacerà a tutti, né che per tutti arrivare alla fine dell’ultima puntata sarà spontaneo. Sicuramente, è una serie che, per interessare, deve affacciarsi a spettatori che un minimo interesse per lo sport in questione lo custodiscono, altrimenti la vicenda sarà decisamente ostica.