Mi è stata posta una domanda interessante l’altro giorno. Mi è stato chiesto cosa guardo e cosa apprezzo come spettatrice di una serie TV o di un film.

La domanda mi ha trovato inaspettatamente impreparata, e dunque ho dovuto creare la risposta da me, senza riproporre pensieri già formati. 

Sono tornata con la mente all’ultima miniserie che ho visto, seppur in ritardo, con grande coinvolgimento e commozione.

E rabbia.

Mi riferisco a When They See Us, miniserie uscita su Netflix il 31 maggio 2019, che racconta, attraverso quattro puntate che paiono quasi dei film un po’ brevi, una vicenda a dir poco sconvolgente.

Prima di raccontare il raccontabile però, vi lascio il sempre utile teaser youtube che potete trovare senza problemi nel canale ufficiale di Netflix.

Io non saprei trovare delle regole ferme e irremovibili su cui basare quanto qualcosa è (o, molto piú spesso, non è) di mio gusto.

Osservo –non sempre- in silenzio le scene, cerco di comprendere che cosa mi viene raccontato. Se una storia è ben narrata, potrei probabilmente trovare anche nel personaggio piú amabile, un difetto che tollererai per quieto vivere.

Questo, almeno, è quello che immagino io quando mi viene proposta una storia (o anche presentata una persona, ché io ai volti troppo docili non credo mai ciecamente).

Tornando ora al mio racconto, dire cosa apprezzo a priori mi viene faticoso, soprattutto perché non credo ci sia qualcosa di immancabile o imprescindibile. Quello che mi è piaciuto, ad esempio, in When They See Us, è piu di tutto il racconto dei personaggi.

Andando però con ordine, inizio raccontandovi brevemente di che cosa stiamo parlando.

Storia di una discriminazione

Nella miniserie When They See Us viene raccontato, con precisione minuziosa per i dettagli e grande rispetto per le vittime coinvolte, il caso, realmente avvenuto, della jogger aggredita e lasciata in fin di vita a Central Park il 19 aprile 1989.

Le condizioni in cui versava la giovane Trisha Meili erano talmente drammatiche che nessuno si sarebbe aspettato un risveglio dopo appena 12 giorni di coma, ma anzi le probabilità di non farcela erano quasi certe per i medici dell’epoca. 

La vicenda, a detta del New York Times, fu "uno dei crimini di più ampia risonanza degli anni ottanta".

Questa storia però, non parla di Trisha Meili.

Qui si parla di cinque ragazzi.

La notte in cui venne stuprata e picchiata la ventottenne Trisha infatti, sempre al Central Park si raggrupparono una trentina di ragazzi afroamericani – come viene ripetuto piú volte nella serie, a brancheggiare- che, nell’entusiasmo dei vari festeggiamenti, infastidirono ripetutamente anche una coppia di ciclisti che passava di lì. 

Da questi presupposti, arrivare all’accusa di cinque giovanissimi ragazzi tra i 14 e i 16 anni, quattro afroamericani e uno ispanico, risulta dolorosamente prevedibile. 

Non siamo cosí distanti da questa realtà, non è così distante George Floyd.

Questa serie TV fa però piu male di altre, perché la discriminazione appare troppo violenta davanti agli occhi privilegiati di chi non riesce a credere che ciò che vede sia cosí, brutalmente, vero.

La discriminazione e la paura

“Non sono testimoni, sono sospettati”

Antron McCray, Yusef Salaam, Korey Wise, Kevin Richardson e Raymond Santana si ritrovano dentro un incubo che pare senza via d’uscita: sono giovani, sono la minoranza odiatissima e sono accusati di stupro.

Ma come è stato possibile? Se non erano loro i colpevoli, dimostrarlo dovrebbe essere stato impossibile.

È forse proprio questo il passaggio piú doloroso della miniserie, ovvero l’interrogatorio

Quattro ragazzi minorenni vengono interrogati per 42 ore, senza possibilità di mangiare o dormire, soli, senza al loro fianco né un avvocato né i genitori. Vengono spinti ad accusarsi a vicenda.

Lo sfortunatissimo Korey Wise, unico ad avere 16 anni ed essere quindi maggiorenne, si trovava alla centrale di polizia unicamente per non lasciare da solo il suo amico Yusef, e verrà tirato in mezzo alla vicenda per il semplice fatto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliatissimo. Un po’ come gli altri quattro.

“Immagina di essere lì”

Questa è la frase che viene detta ai giovani, nel tentativo di ravvivare la fantasia degli accusati.

La discriminazione è la paura. 

Correre quando si vede la polizia senza avere fatto nulla di male. La discriminazione è Korey che, pur con angoscia, decide di non lasciare solo l’amico.

Questa serie è un grande, fortissimo, doloroso grido contro la discriminazione, il razzismo e quella maledetta gogna mediatica che distrugge vite ogni istante.

Solo nel 2002 verranno riconosciuti innocenti, e unicamente perché Matias Reyes (già in carcere accusato di stupro) confessò la sua colpevolezza anche nel caso della jogger di Central Park.

La discriminazione e gogna mediatica

Sarebbe pur semplice ed ingenuo credere che, solo perché tu non hai colpa, tu non debba comunque pagare il prezzo di ciò per cui vieni accusato.

Quando poi il tuo nome e la tua faccia vengono mostrati a tutto il mondo, è la tua identità smette di essere la tua identità, ed inizia a mischiarsi e confondersi con quello che invece credono gli altri beh, puoi scordarti il piano di uscire dall’incubo.

La fretta di risolvere un caso che aveva scosso l’opinione pubblica, la soluzione a portata di mano di aver trovato, fatalità, cinque ragazzi perfetti per ricoprire il ruolo dei colpevoli et voilà, il caso è risolto. 

È vero, ci sarebbe il problema della totale assenza di prove. Fa niente, la notizia ormai è pubblica, e ritrattare sarebbe troppo imbarazzante.

Costretti a mentire con la forza, video delle confessioni tagliati e rimontati a dovere, giudice corrotto. Ecco a voi cinque ragazzi semplicissimi trasformati in stupratori e assassini. Non sembra neppure un caso della polizia, pare piuttosto uno show televisivo, apparecchiato per condizionare l’opinione pubblica, ancora una volta.

A tal proposito, faccio ad esempio notare che, per terrorizzare gli animi, venne ripetuto piú volte quanto i cinque ragazzi fossero “un pericolo per la gente di New York” già separandoli, già rendendoli altro, per l’ennesima volta distinguendo nitidamente noi da loro.

La discriminazione e il racconto di un dolore

Se la base di una serie tv efficace è sempre un racconto che meriti di essere compreso, non di meno importanza diventano le interpretazioni.

Non perdo mai tempo a sottolineare chi non merita la possibilità di fare un mestiere elegante e doloroso come quello dell’attore, mentre spendere delle parole per chi è stato generoso e sincero lo vivo quasi come un dovere personale.

When They See Us è senza dubbio una serie Tv che merita di essere guardata, perché i volti che raccontano la storia di chi a lungo non è stato ascoltato risultano convincenti, abili e sinceramente coinvolti.

Primo fra tutti Jharrel Jerome (Moonlight nel 2016, Concrete Cowboy nel 2021 - che per questa interpretazione si è aggiudicato anche un Emmy per il migliore attore protagonista in una miniserie), che nella serie presta il volto a Korey Wise, il piú grande dei ragazzi.

Il ventitreenne ha portato un personaggio che spezza il cuore, forse anche piú degli altri per il destino ancor piú duro. Senza pensare poi ad Asante Blackk, che ricopre il ruolo di Kevin, il piú piccolo del gruppo. Anche qui, talento e drammaticità.

Riconosciamo poi Vera Farmiga (The Conjuring dal 2013, Bates Motel 2013-2017) nel ruolo dell’avvocata Elizabeth Lederer, spietata piú dei poliziotti stessi in quanto piú consapevole dei danni; e Joshua Jackson (il notissimo Pacey di Dawson’s Creek, già incontrato nella miniserie Little Fires Everywhere).

Ma il genio senza il quale questo inno contro la discriminazione non potrebbe esistere è Ava DuVernay, che in passato aveva già raccontato e parlato del razzismo e della discriminazione come, ad esempio in Selma- la strada per la libertà (2014), o in XIII emendamento (2016).

La discriminazione, una storia infinita?

Sulla vicenda dei cinque ragazzi del Central Park (cosí vengono ricordati), aveva in passato già espresso i suoi pensieri Joan Didion nel racconto “viaggi sentimentali” del 1992. 

Nel 2012 poi, fu Ken Burns a raccontare senza pietà l’ingiustizia subita dai quattro adolescenti, attraverso un documentario presentato al Festival de Cannes.

Come Burns fa notare, la storia della discriminazione e degli aborti della giustizia sono purtroppo tanto, tanto comuni.

Ecco che riporta alla mente il caso degli Scottsboro Boys del 1931 (un lunghissimo processo a nove ragazzi afroamericani accusati ingiustamente dello stupro di due prostitute bianche).

La discriminazione, un errore che costa una vita

“Non devi diventare quello che dicevano che eri”

La grande capacità di raccontare della regista DuVernay risiede proprio nell’organizzazione della miniserie. 

Se la discriminazione è costante, a volte sottointesa e implicita, altre volte dichiarata a gran voce (Trump avrà i suoi momenti di gloria anche qui), i momenti cruciali della storia saranno invece riordinati con cura.

Ogni episodio ha la sua intensità, ma sicuramenti i piú poetici (esteticamente parlando) sono stati il terzo e il quarto. Questi ultimi sono infatti il racconto della prigionia dei giovani, della quotidianità pesante e a volte insormontabile, infine anche della vita che non sembra piu adatta a te.

Il bias cognitivo dei poliziotti che, dominati dal pregiudizio, ricercano conferme e altre volte le inventano, non solo lancia nella gogna mediatica cinque giovani innocenti, ma distrugge tutto il futuro che avrebbero avuto davanti a loro.

La vita non è mai solo quello che è davanti a te, altre volte (molte volte) la vita è quello che non vedi, che cambia. Il cartello sulla schiena con su scritto “stupratore” non te lo togli nemmeno quando vieni dichiarato innocente.

Conclusioni sulla Discriminazione

When They See Us, Quando Loro Ci Vedono.

Vi è mai capitato di guardare qualcuno e avere un pregiudizio? È il pregiudizio che regge il senso di questa frase, quando loro ci vedono. Crea una distanza, crea una divisione, e da una parte ci siamo noi, e dall’altra ci sono loro.

Ecco cos’è la discriminazione, quella distanza che potrebbe essere annullata con un passo che smetta di renderci “due divisi” e che ci riporti ad essere altro ancora, sempre nuovo, sempre simile.

Una volta un’amica mi ha detto che le piaceva immaginare gli altri come parte di sé, e quindi quando vedeva qualcuno comportarsi male la faceva imbestialire. 

La faceva arrabbiare perché poteva essere meglio di cosí, e il peccato di uno diveniva peccato anche suo.

Allora potremmo forse pensare di fare del nostro meglio, nel nostro piccolo, anche solo per non fare arrabbiare la mia amica.