Élite ha rubato il cuore di tantissimi giovani spettatori, e questo è un dato di fatto.

Piú una serie come Élite conquista il pubblico, e piú aumenta, di conseguenza, la spasmodica attesa per l’uscita della quarta stagione, piú (come una scontata e prevedibile conseguenza) si accavallano come tifosi davanti allo stadio, le domande sui come e i perché una serie di questo genere possa infervorare con tanta passione gli animi di tutti, indistintamente, gli adolescenti (e, a malincuore, non solo).

Ho deciso dunque, anche per rilassare un po’ le meningi dopo la visione di When They See Us e di The English Game, di avventurarmi nella visione di una serie che, a dirla tutta, non credevo avrebbe ricordato sotto cosí tanti aspetti, la famosa, famosissima Élite.

Dunque ecco che inciampo, cado, mi sfracello in Blood & Water, una miniserie sudafricana uscita per Netflix nel maggio 2020.

Come un rituale magico, prima di addentrarmi con entusiasmo (poco) e fervore (meno ancora), vi lascio il trailer ufficiale youtube della miniserie, pubblicato dal canale originale di Netflix.

Di Blood & Water e dell’Élite – arietá troppo dichiarata

Andiamo però con ordine e mettiamo, con cura e attenzione, su carta quello di cui parla (o dovrebbe parlare) una serie erede della piú fortunata (anche se non hanno molto da rinfacciarsi a vicenda) Élite.

Blood & Water ci racconta di Puleng Kumalo, sedicenne che vive sotto il peso di del ricordi di una sorella che non c’è piú, o meglio, che non c’è mai stata.

Già, perché Phume (questo il nome dato alla nascita) è stata rapita diciassette anni prima, ancora neonata, da quella che parrebbe essere una aggregazione criminale che trafficava esseri umani.

“Diciassette anni sono tanti per cercare qualcuno”

Queste sono le parole di Thandeka (Gail Mabalane), madre di Puleng, durante l’ennesimo compleanno in onore di una figlia che non c’è, che non ha mai visto le pareti di quella sala addobbata unicamente per lei, che non conosce i volti di una famiglia e di amici riuniti per festeggiarla.

Avete appena goduto dell’immagine che apre la miniserie, malinconica e pesante, per mostrarci (e in un certo senso giustificarci) l’inquietudine della giovane protagonista.

Se, quindi, i presupposti sono interessanti (non rivoluzionari eh, ma interessanti), anche l’idea che segue aveva delle potenzialità – ovviamente non sfruttate, altrimenti non sarebbe sensato affiancarla ad Élite.

Puleng ha un’amica (una sola, forse il budget era limitato e non potevano pagare altre attrici, ma si vede e parla sempre e unicamente di UNA SOLA amica), Zama, che ha iniziato a frequentare un certo Chris (Arno Greeff), giovane rampollo che, insieme ai suoi amici, frequenta una scuola decisamente esclusiva (esclusiva a città del Capo perché, guardando Élite, ci accorgeremo che a Madrid ne esiste una pressoché identica).

Puleng deciderà di iniziare a frequentare quella scuola, per avvicinarsi alla popolare Fikile Bhele (Khosi Ngema), dal momento che è piuttosto sicura che quest’ultima sia proprio la sua sorella scomparsa.

Vi chiederete, ma che ragioni avrà Puleng per giungere a tale conclusione?

La risposta è… nessuna.

L’ossessione per l’Élite

Andiamo però con ordine, tentando di analizzare quelle che sono le cose personalmente piú fastidiose.

La prima è sicuramente questa ossessione per l’élite, per la ricchezza e il privilegio.

Cerco di spiegarmi meglio, la tematica può anche essere interessante, anche perché nono sarebbe il primo lavoro che sceglie di trattarla, ma il problema è che, ormai troppo spesso, pare basti dire privilegio per affrontare il tema del Privilegio.

Tutto rimane sempre in superficie, e tantissimi aspetti vengono dati per buoni solo per comodità. Blood & Water è una miniserie per adolescenti, non mi aspetto quindi una profondità e sfaccettatura dei personaggi come posso trovare in una serie tv di versa, fosse anche solo Una mamma per amica.

Partiamo dal tema della ricchezza, appunto. Puleng e Zama non sembrano provenire da una condizione di particolare disagio (a differenza dei personaggi di Samuel, Nadia e Christian di Élite), eppure le due amiche parlano di Chris e dei suoi amici con una strana fissazione per la ricchezza, a tratti immotivata e imbarazzante.

Banalmente, pare che Chris non abbia nessun tratto caratteriale che interessi particolarmente a Zama, dal momento che di lui racconta solo della sua facoltosa famiglia e del suo fisico atletico (non possiamo nemmeno darle troppo torto, in otto puntate sappiamo di Chris solo che si definisce poliamoroso e che è un vero, autentico, stronzo).

Élite: il denaro

Altro aspetto inspiegabile: la retta scolastica.

Ammesso e non concesso che Puleng possa decidere di cambiare scuola cosí, senza particolari questioni, per iniziare a frequentare un liceo decisamente elitario, non tornano molti dettagli.

Non voglio entrare nel merito delle ragioni che portano Puleng a convincere la madre che frequentare la sua scuola precedente non fosse altro che motivo di disagio per la giovane protagonista (innegabile era la tensione che si era venuta a creare tra i corridoi).

Da cambiare scuola, a dover finire nel piú esclusivo istituto della città, però, ne passa di acqua sotto i ponti. Bastano infatti pochi episodi per vedere la madre in difficoltà nel pagare la retta scolastica della protagonista.

Insomma, il pretesto che snoda tutta la vicenda è totalmente ingiustificato. 

Per ultimo ma non meno importante, l'assurda storia della borsa di studio.

Fikile Bhele è, come anticipato, l’anello che tiene (teoricamente) insieme tutta la vicenda.

Se questa serie rispettasse almeno una delle regole implicite di un buon racconto, il personaggio di Fiks dovrebbe essere affascinante, ipnotico, o quanto meno credibile nella forza che apparentemente esercita su tutti gli altri caratteri che ruotano intorno alla storia.

Ovviamente non è cosí. Fikele risulta noiosa, spesso anche poco intelligente (anche se quell’aria spaesata dovrebbe alludere forse ad un vago sapore di ingenuità).

Il colmo però si raggiunge quando si comprende che Fikile vuole vincere la borsa di studio.

Avete capito bene: Fikile, reginetta della scuola (e di conseguenza con in tasca tutte le caratteristiche che la rendono il solito personaggio da commedia, ovvero bellissima, bravissima e, udite udite, ricchissima) vorrebbe vincere la borsa di studio.

Ma perché? La borsa di studio non sarebbe un aiuto economico per gli studenti piú promettenti in difficoltà? Ovviamente sì.

Come ogni teen-drama che si rispetti, poi, abbiamo una pseudo antagonista, Wendy (Natasha Thahane), che rappresenta tutta quella parte della scuola che considera Fiks una privilegiata che neppure si rende conto di appartenere ad una Élite di pochi, pochissimi.

Dunque il pensiero di Fikile, geniale (ironia, n.d.r.), sarebbe quello di ottenere la borsa di studio (togliendola quindi a chi ne avrebbe realmente bisogno) per dimostrare che tutto quello che ha (riconoscimenti, permessi) lo ha ottenuto per merito e non grazie alla posizione di potere e prestigio ricoperta dai suoi genitori.

Il pensiero è già assurdo cosí. Peggio mi sento poi quando, andando avanti con le puntate, si scopre che la ricca adolescente dell’élite guadagna moltissimi soldi lavorando come influencer (dove per giunta viene raccontato questo lavoro unicamente come un divertente gioco, trattandolo con superficialità e screditando il tentativo di dare una dignità e un rispetto ad una professione recente ma ormai imprescindibile).

Ho pensato subito: ma allora sei economicamente indipendente! Cosa devi dimostrare, Fikele?

Inspiegabile.

Élite, tra crimini e indagini

Ora tuffiamoci in quello che sarà un faticoso, faticosissimo bagno in acque a dir poco torbide.

Parliamo quindi dell’intuizione di Puleng. Detto che si capisce entro i primi dieci minuti la soluzione del mistero (fatto che, essendo questa un teen- drama incentrato su un caso da risolvere, non fa affatto onore), rimane comunque surreale e poco credibile tutto.

Già, perché le ragioni che scateneranno ogni evento dalla prima all’ultima puntata, ovvero le prove iniziali che faranno accendere la lampadina metaforica a Puleng riguardo un possibile legame di sangue con Fikele (al principio nulla di piú di una sconosciuta) sono le due ragioni piú stupide che io abbia mai sentito: la somiglianza –inesistente- tra le due e il fatto che Fikele sia nata proprio lo stesso giorno in cui è nata la sorella scomparsa di Puleng – come altri 235.000 bambini-.

Da qui, essendo una teen-crime, si snoderanno una serie di surreali vicende al limite dell’assurdo, proprio come in Élite (o Riverdale, che almeno mantiene un pizzico in piú di credibilità).

Io non voglio risultare snob, perché non mi considero snob, né limito il mio gusto a prodotti di nicchia, ma anzi so cogliere il bello da serie tv che condividono lo stesso pubblico di Élite o Blood & Water, perché credo a tutto, anche a ciò che è incredibile, purché sia convincente.

In questa serie invece, non credo a nulla, nemmeno all’amicizia tra Puleng e Zama, che litigano e non si parlano senza quasi la minima spiegazione, e poi si riappacificano senza quasi discutere.

Élite in Sudafrica

Se a Netflix dobbiamo riconoscere qualche innegabile pregio, uno sarà sicuramente quello di aver adottato una politica inclusiva riguardo i prodotti che offre e propone nella sua libreria, dando modo di godere non solo di film o serie Tv già note, già ricche, e soprattutto, che propongono sempre la stessa facciata di mondo limitata e parziale, ma anche di prodotti che possano mostrarci nuovi mondi, nuove realtà e culture.

Quando ho visto Blood & Water nella mia home, non sono stata incuriosita per l’evidente somiglianza alla già notissima serie spagnola Élite, ma perché fosse una miniserie sudafricana, del quale repertorio non ho visto quasi nulla, mea culpa.

Purtroppo però, del mondo sudafricano io non ho visto nulla.

Non è mia intenzione risultare offensiva, ma la mia opinione è semplice: se non fosse stato per qualche scambio in afrikaans (per lo piú a scopo decorativo), questa serie potevano dirmi di averla girata ovunque, giacché non ha nessun aspetto nuovo e originale.

Non voglio dire che mi aspettavo chissà quale racconto stereotipato, dico che non ha molto senso cercare di creare una inclusività puramente di facciata, perché Blood & Water non è altro che Élite girato a Città del Capo, e questo mi dispiace.