Un femminismo nuovo: Girl Power su Netflix

A inizio marzo 2021 è uscito su Netflix Girl Power, un film che in chiave molto fresca e moderna parla alle nuove generazioni di femminismo, libertà e lotta alla disuguaglianza, e ci offre uno spunto di riflessione su quello che crediamo di esserci lasci alle spalle, e su quello che ancora dobbiamo fare.

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Girl Power- la rivoluzione comincia a scuola (titolo originale Moxie), è il nuovissimo film del 2021 targato Netflix per la regia di Amy Poehler. 

Questa pellicola offre un grande spunto di riflessione per capire dove siamo, come ci siamo arrivati e, soprattutto, dove vogliamo andare.

Stereotipi per raccontare un femminismo nuovo

Vivian (Hadley Robinson) ha 16 anni e frequenta la Rockport high school. Ha l’aria di un’adolescente quieta e dolce, un rapporto anticonvenzionale con la madre e una migliore amica con cui condivide i corridoi del liceo, dominato dai alti e grossi giocatori di football e biondissime cheerleaders.

Il quadro di un film già visto è praticamente completo. Come? Mancano gli insegnanti sciocchi e immaturi che senza più voglia di combattere si lasciano sopraffare da ragazzini con la metà dei loro anni? Non dubitate, ci sono anche loro.

I tratti che disegnano il contesto iniziale di questa storia sono infatti quelli di un qualsiasi film per ragazzi. Lo scopo è probabilmente quello di farci sentire, almeno un po’, a casa nostra e concederci l’iniziale sensazione di conoscere già il finale. Più probabilmente però, l’escamotage della storia già vista serve proprio per raccontare la storia di una rivolta femminista che crediamo di conoscere già, ma che ancora non abbiamo visto in chiave giovanile e moderna come questa. L’aria da film per adolescenti è solo apparente infatti, e per ogni stereotipo troviamo cento personaggi nuovi e sorprendenti.

Una nuova leader

Il primo elemento che rende questa storia diversa dalle altre è Vivian, personaggio che sulla carta sembrerebbe estremamente inadeguato nel ruolo di protagonista e animatrice del movimento (come lei stessa ammetterà sul finale del film), ma che proprio per questo risulta vincente.

Il pregiudizio sorge perché, in apparenza, Vivian non sembra né sufficientemente carismatica né abbastanza decisa per poter guidare tante coetanee in una rivolta importante come quella di questa storia. Ciononostante, ha qualcosa che la rende giusta per questo tipo di impresa: l’empatia e l’intelligenza.

Vivian riesce infatti a dar voce a tutte quelle compagne che ancora non sono riuscite ad alzare la testa, pur rimanendo in apparenza la ragazza più silenziosa di tutte. In questo senso, Vivian ci insegna che per essere una leader non devi avere la voce che arriva fino alle ultime fine del teatro, ma una mente in grado di viaggiare abbastanza lontano da comprendere i pensieri anche più distanti dai suoi.

Lucy (Alycia Pascual), la nuova compagna di classe che ispirerà la nostra protagonista, per quanto sia una figura più carismatica (e forse anche più istruita sul tema del femminismo), non sarebbe stata infatti la più adatta per condurre la rivolta nella scuola. Questo perché, pur possedendo moltissimi pregi indispensabili per guidare le altre ragazze, non ha sufficiente sensibilità per immedesimarsi e comprendere l’altro, e l’episodio in cui Claudia verrà espulsa da scuola come capro espiatorio ne è l’esempio lampante.

Nessuna delle due, chiaramente, è una completa e perfetta versione di leader. Un faro nella notte ci permette di tornare a casa o di raggiungere il porto cercato, ma per cambiare la rotta e, in questo caso, portare a compimento una rivolta femminista, c’è bisogno di altro. Lucy e Vivian sono due anime di questa lotta alla disuguaglianza, senza le quali la rivoluzione non sarebbe (stata) possibile: c’è bisogno di gridare e di ascoltare.

E poi, per fare la rivoluzione, l’importante non è indossare una caratteristica giacca di pelle nera, ciò che conta è essere rivoluzionarie. Questo lo sa bene anche Seth (Nico Hiraga) il quale, scoprendo che è Vivian a capitanare la rivolta, dirà “è strano che non sia sorpreso? Alle elementari eri l unica a voler portare fuori i ragni, mentre tutti volevano portarli dentro”, dimostrando di aver sempre percepito nella ragazza un tumultuoso spirito controcorrente, al di là delle apparenze.

Il femminismo senza volto

Il dettaglio che fa il film, in questo caso, è il mezzo utilizzato per la rivolta.

Quando dico che mai ci si aspetterebbe da Vivian l’incredibile influenza che riesce ad avere sulle compagne, non scherzo. Come ho anticipato, nemmeno lei se lo aspetta. Ispirata non solo dalla compagna Lucy, ma anche dall’animo anticonformista della madre (interpretata dalla stessa regista del film, Amy Poehler), inizierà la sua sommossa con un fanzine intitolato Moxie.

Questo termine in inglese significa coraggio e Vivian ne trae ispirazione sentendolo utilizzare dalla preside della scuola. È un termine ormai poco utilizzato e tra gli spalti della palestra, l’insegnate viene un po’ derisa per usarlo ancora. Mi piace leggere tra le righe di questa scelta una piccola morale: moxie sarà pure un termine caduto ormai in disuso, ma la rivoluzione non invecchia mai.

Nel giornalino fatto a mano da lei, poi fotocopiato e lasciato nei bagni delle donne a scuola, Vivian denuncia tutte le violenze che le ragazze subiscono. In un crescendo sempre più coraggioso, Vivian incita di volta in volta le compagne a partecipare alla protesta, proponendo gesti collettivi volti a simboleggiare un fronte unito contro il maschilismo imperante nella scuola. Tutto questo, senza mai firmarsi. La scuola è quindi animata da una nuova figura che stimola e incoraggia le studentesse, ma senza avere un volto.

Il femminismo tra la solitudine e l’identità 

Uno dei momenti che ho preferito, in termini sia di emozione che di fedeltà al mondo reale, è la scena del litigio tra Vivian e la madre. Sorvolando il classico “ruolo macchietta” della madre-troppo-giusta-e-anche-un-po’-matta, l’ho trovato azzeccatissimo, puntuale, sincero. 

È un momento che viviamo tutti, anche senza essere la leader sconosciuta di un gruppo di rivoltose.

Lottare richiede fatica, e prima o poi arriverà sempre un momento in cui ci si sentirà sole/i una battaglia scelta. Ascoltare storie di altri, leggere libri o guardare dei film, ci permette di accorgerci di quanto distorta possa apparire la realtà. Ecco infatti Vivian gridare, in preda alla collera, “sono sola e nessuno mi aiuta”. Ecco l’angoscia.

Ed è incredibile, se ci si pensa. Come può sentirsi sola, circondata da tanti sostenitori e sostenitrici? È allora davvero l’anonimato la sua forza e la sua debolezza? E poi, quale strano scherzo del destino fa sentire sola la persona che in poco tempo ha dato sostegno a tutte quelle ragazze?

La solitudine parla anche di identità, e Girl Power parla anche di identità. Vivian si sente sola perché non si sente capita, e non si sente capita perché non è più quella di prima. L’adolescenza è l’età in cui ora non sei chi eri 5 minuti fa, e la nostra protagonista vive il cambiamento da quieta e introversa ragazza, a donna con delle idee, degli obbiettivi. 

Per accorgersi di questa evoluzione, basta pensare alla Vivian di inizio film che non sa rispondere alla domanda “cosa interessa agli adolescenti di oggi”, e confrontarla con la ragazza che diventa nel corso della storia che invece fatica a contenere tutti i pensieri che ormai le intasano ogni angolo della mente. 

Quando poi scopri il femminismo a 17 anni, è inevitabile il turbamento che vive la ragazza, perché comprendere una lotta alla disuguaglianza e scegliere di perseguirla è come indossare un paio di occhiali e accorgerti di quante cose non vedevi. Questo giustifica in un certo qual modo anche la rabbia che pervade Vivian, e le reazioni a tratti violente che in alcuni momenti non riesce a controllare.

Il femminismo e l’unione, il caso Aurora Ramazzotti

Elemento immancabile dei film dell’adolescenza, ma non per questo di semplice trattamento, l’amicizia resta uno dei tasselli fondamentali del film.

Alla fine, si parla di girl power, di “donna che sostiene donna”.

Uno dei primi dialoghi del film è quello tra Vivian e Claudia.

“Cosa farei senza di te?”

“Forse non lo scopriremo mai”.

Lo stesso scambio di battute si ripete anche alla fine del film.

Queste parole, anche se messe in bocca a due adolescenti, rimbombano nella testa di chi guarda attivamente questo film. Io credo di sapere cosa succederebbe se Vivian non avesse più Claudia, e lo sappiamo tutti. La risposta è intorno a noi: quando una donna denuncia una violenza, sa che ci sarà, da qualche parte, un uomo pronto a dire che sta esagerando. Quello che non si aspetta mai invece è di essere attaccata da un’altra donna

Un esempio recentissimo: martedì 30 marzo sul profilo Instagram di Radio deejay è stato riportato lo sfogo di Aurora Ramazzotti dopo aver subito per l’ennesima volta catcalling. Sotto al post erano (purtroppo) prevedibili i soliti commenti ignoranti di uomini rimasti in un’epoca precedente. Quello che lascia sempre a bocca aperta però sono le donne che, invece di sostenere le altre donne, sminuiscono e umiliano, quasi come se la battaglia non le riguardasse. Per questo dico che sappiamo come sarebbero andate le cose se Claudia smettesse di aiutare Vivian. Non ci sarebbe stata nessuna rivoluzione

Qualcuno una volta ha detto “esiste un girone dell’inferno per le donne che non sostengono le altre donne”, ed io mi auguro che avesse ragione.

Il femminismo deve sedersi a tavola

A proposito di sostegno femminile, la frase che più mi ha colpito di questo film credo proprio sia quella che la preside (Marcia Gay Harden) sbatte in faccia a Vivian, verso la fine del film. “Cara Vivian, se vuoi un posto a tavola prenditi una sedia” si sente dire Vivian, durante una discussione con la propria insegnante in merito all’ennesima ingiustizia subita. È un commento che fa impressione, soprattutto se messo in bocca e quella che dovrebbe essere un’educatrice. Sappiamo che questo è un film, ma sappiamo anche quanto oltre possa andare la vita reale, a volte (un esempio su mille è il caso della maestra di Torino licenziata).

Questo episodio si lega ad un altro dei momenti più amari del film, ovvero quando tutte le ragazze del club Moxie si presenteranno a scuola in canottiera come segno di protesta per le differenze fatte in merito al dress code scolastico. In quell’occasione, il capitano della squadra di football (un odiosissimo Patrick Schwarzenegger) commenterà, ridacchiando, “se questo è femminismo, lo appoggio in pieno”.

Un finale che profuma di futuro

La rivoluzione comincia a scuola ma non finisce mai. Girl Power si conclude con una assemblea fuori dal liceo Rockport, dove finalmente ogni ragazza trova la forza di esternare le proprie sofferenze. Questa volta ad ascoltare non ci sono solo donne, ma anche tutti i ragazzi del liceo, che finalmente si lasciano coinvolgere nella lotta.  È forse questa la storia che aveva bisogno di essere raccontata: il femminismo non più solo difeso e rappresentato da donne. Questo film, per quanto possa apparire adolescenziale, racconta invece una nuova figura maschile, non più divisibile solo tra “antagonisti” o “osservatori passivi”. Seth prima, e il professore di letteratura poi, si schiereranno e sosterranno più o meno attivamente la protesta di Vivian e delle altre ragazze del movimento.