Lavorare è un’attività imprescindibile per l’essere umano, lo nobilita. Ma non sappiamo farlo senza la giusta dose di caffè. Non possiamo vivere né senza lavorare né senza caffè.

Un binomio da sempre sulla cresta dell’onda. Assumere caffeina (e talvolta abusarne) è un’usanza insita negli usi e nei costumi degli esseri umani, gli effetti non sono visibili a occhio nudo, ma rientrano a pieno titolo nel nostro essere e nella nostra coscienza. 

Il caffè ha scritto pagine di storia, con il suo carico di leggende, fatti, misfatti, miti e malefatte, una vita longeva e straordinaria, da vino d’Arabia a bevanda del diavolo, da carica del rivoluzionario fino alla cuccuma e alla moka.

Filippo Ongaro, in un video sul suo canale YouTube, ci racconta i suoi 45 giorni senza caffè. Ecco cosa gli è successo.

Il caffè come pozione per lavorare

L’affidarsi al potere delle piante per qualsivoglia ragione, alimentazione o medicazione nel migliore dei casi, accompagna la storia degli esseri umani fin dalla loro comparsa sulla faccia della Terra.

Tra le tante motivazioni che ci spingono a ricorrere alle proprietà dei vegetali, piuttosto affascinante è quella che ci riporta all’utilizzo che se ne fa per alterare gli stati di coscienza e le qualità delle esperienze quotidiane. Col passare degli anni è stata rintracciata una molecola che pareva incrementare l’abituale coscienza quotidiana, ossia la caffeina, da trovarsi nei semi di caffè e nelle foglie del tè. 

Caffè e caffeina, una questione storica

Il caffè, dunque, una “pozione” inebriante al punto da far pensare che nei suoi fondi si possa prevedere il futuro, sempre eccitante (troppo, talvolta!), tanto che la Chiesa la bollò come “bevanda del diavolo”, mentre da un’altra parte del mondo i sultani ne proibirono l’uso alle donne.

Il caffè fu a lungo impiegato, tra i musulmani, nei riti religiosi: i mistici sufi ne abusavano per rimanere svegli durante le veglie di preghiera. Ci sarebbe innanzitutto da capire cosa abbia reso e renda il caffè quella ricchezza bramata da re e imperatori.

Oggi, differentemente da altre molecole come la morfina (proveniente dal papavero da oppio) o la mescalina (dal peyote), la caffeina può vantare la sua legalità ovunque. Non sono in molti a stimarla come una “droga”, tantomeno il consumare nel quotidiano il caffè viene tracciato, in termini clinici, a mo di una dipendenza.

Il far ricorso alla caffeina e il godere dei suoi effetti è esperienza in gran parte condivisa e diffusa, tanto da renderne complessa una piena consapevolezza dello stato alterato che essa provoca sulla nostra coscienza di base. 

L'origine del caffè

L’origine del caffè potrebbe essere africana. I suoi effetti esaltanti trovano prima testimonianza già dalla sua dicitura araba, qahwa, che appunto vale a dire eccitante.

Altre fonti vorrebbero l’espressione proveniente dall’area d’origine della pianta (e della bevanda): un’alba attorno alla quale sono sbocciate nel tempo numerose leggende. Giovanni Spadola, presidente e fondatore della storica azienda di torrefazione Caffè Moak (Modica) si è così espresso:

La provenienza dell’arbusto Coffea arabica, da cui si raccolgono i chicchi di caffè, è ancora dibattuta. Pare che le prime piante siano state trovate a Caffa– da cui il nome – in Etiopia. Da quelle terre, tra il XIII e il XIV secolo, gli etiopi portarono il caffè nello Yemen durante le loro campagne militari.

Qui le piantine trovarono terreno fertile e prosperarono nei giardini e nelle terrazze, per proseguire il loro cammino verso nord lungo la costa orientale del Mar Rosso, fino alla Mecca e a Medina (Arabia), dove già alla fine del XV secolo sorsero luoghi di degustazione in cui ci si riuniva appositamente per berlo.

Tra i primari centri di distribuzione e diffusione del caffè, fin dal XVI secolo, celebre fu Il Cairo, in Egitto, da dove mercanti e pellegrini lo esportarono lungo importanti itinerari. 

Il cammino del caffè

La diffusione fu favorita soprattutto dalla propagazione della religione islamica, che proibiva di bere vino, sostituito dal caffè. Ma un grande contributo lo diede anche l’espansione dell’Impero Ottomano, che forniva caffè in grandi quantità fino alle porte di Vienna, eludendo ogni disposizione doganale.

Nel XVII secolo il vino d’Arabia fece tappa infine in Europa, anche se già da un secolo a Venezia era possibile fare esperienza dei semi della Coffea arabica, venduti dagli speziali a prezzo piuttosto alto, come medicamento.

Bastò poco tempo per consegnare al caffè la nomea di bene di consumo agevolmente rinvenibile, apprezzato prima da aristocratici e intellettuali, poi anche dal popolo. A Istanbul, intorno al 1554, si ersero le prime caffetterie, le quali figliarono celermente in tutta la città con il nome di qahveh (o khaveh). 

Nel XVII secolo anche in Europa si ebbe il boom delle botteghe del caffè: già verso la fine del ‘600 nel Regno Unito se ne potevano contare oltre tremila, Parigi e Londra all’inizio del Settecento ne vantavano almeno 300, mentre Vienna soltanto 10.

Spettò a un veneziano, Pietro Della Valle, comunicare per primo l’inaugurazione di un emporio di caffè in Italia: era il 1615. Un secolo dopo, nel 1720, in piazza San Marco spalancava le sue porte il celebre Caffè Florian, che tutt’ora conta quell’ascendenza e il titolo di «caffè più antico del mondo».

Il caffè nelle pagine di Michael Pollan

In quest’ottica occorre segnalare l’ultimo lavoro di Michael Pollan, stimato giornalista made in Usa, docente di giornalismo presso l’Università di Berkeley, scrittore di fama ed esperto di argomenti quali la nutrizione, l’igiene alimentare e le sostanze psicoattive.

Il testo uscito qualche settimana fa ed edito da Penguin prende il titolo di This Is Your Mind on Plants: Opium-Caffeine-Mescaline, qui l’autore si occupa dell’impatto psico sociale dei vegetali che con le loro proprietà vanno ad alterare gli stati mentali, uno di questi è alla base del nostro caffè, cioè la caffeina. 

La domanda posta Pollan è semplice, possiamo resistere senza caffè? Quali sono gli effetti da astinenza da caffeina? 

L’autore ha seguito il consiglio dell’equipe di esperti da lui chiamati in causa per la stesura del libro. Pollan ha interrotto per un trimestre il suo consumo giornaliero di caffè e tè, per poi ricominciare, in tal modo ha potuto elaborare prospettive personali e dirette sulla sintomatologia da astinenza da caffè (e quindi da caffeina).

L'astinenza da caffè, quali effetti?

Tra i consulenti vi è Roland Griffiths della Johns Hopkins School of Medicine, tra i ricercatori che da tempo si impegnano negli studi sulla dipendenza da caffeina. Sono tante le ricerche da lui portate avanti che oggi sono ritenute come pietre miliari per la determinazione e la prognosi psichiatrica dell’“astinenza da caffeina”, compresa all’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5).

Alcune stime vogliono che circa il 90 per cento della popolazione adulta americana consumi quotidianamente caffeina, ossia 200 mg di media giornalieri. Mentre l’Unione Europea conta uno delle assunzioni medie annue pro capite più elevate al mondo (poco sopra i 5 chilogrammi di caffè per soggetto ogni anno).

Tali analisi, annota Pollan, delineano la caffeina come «la droga psicoattiva più utilizzata al mondo». Una droga data solitamente anche ai più piccoli, si pensi alle immancabili bevande gassate. Il vivere sotto gli effetti della caffeina, lo si voglia o meno, è diventato, in parole povere, «la coscienza umana di base».

Esimersi dal caffè è impresa ardua, almeno per il sottoscritto. Alcuni celebri sintomi da astinenza da caffè e da caffeina parlano chiaro, come confermato dalla stessa esperienza di Pollan nel corso del suo periodo forzato fioretto: ecco allora il mal di testa, l’affaticamento, la letargia, la difficoltà a concentrarsi, il decadere di motivazioni, la spinta suscettibilità. 

L'importanza di una tazzina di caffè

Pollan spiega l’importanza della prima tazzina di caffè che sorseggiamo durante il giorno: si tratta di un’esperienza con esiti piuttosto palesi, e questo non solo per le virtù eccitanti della bevanda quanto per il fatto che la cosiddetta “bevanda del diavolo” (così come il tè) sia in grado di arginare i sintomi nascenti dell’astinenza.

L’iter d’azione della caffeina è tal punto sincronizzato con i tempi (talvolta ciclici) del corpo umano che la tazza caffè al risveglio giunge con tempismo perfetto a rendere inefficace il malessere mentale azionatosi dall’ultima tazzina gustata il giorno precedente. Per dirla alla Pollan, la caffeina si offre come principale alternativa ai problemi che la stessa caffeina crea, un caffè ne scaccia un altro per intenderci. 

Alcune espressioni dell’autore rendono piuttosto l’idea delle prime giornate di astinenza da caffeina

Mi sento come una matita non temperata.

Non si trattava di un vero e proprio mal di testa, ma era più simile a un torpore, per citare ancora le sue parole, «come se nello spazio tra me e la realtà fosse calato un velo». Pollan ha rivelato di essersi sentito più sollevato solo con il trascorrere dei giorni, ma di non aver rimosso quella sensazione di un «filtro che assorbiva certe lunghezze d’onda della luce e del suono».

Pollan ha potuto constatare con chiarezza, del resto, quanto la caffeina sia componente viva del vivere e del lavorare quotidiano, attrice fondamentale nella riattivazione dello status di coscienza post sonno, un’attività che gli ha richiesto un tempo maggiore rispetto al solito.

Il caffè e il nuovo approccio alla vita e al lavoro

Stando a Pollan, il caffè e il tè sono alla base di una metamorfosi significativa nel «tempo mentale» dell’umanità. Hanno temperato le anime offuscate dalle conseguenze dell’alcol e – assieme al potere dell’illuminazione artificiale – hanno svincolato gli individui dalle cadenze naturali del corpo connesse alla luce diurna. In questo modo si sono resi possibili nuovi approcci al lavoro, e, perché no, nuove e rinnovate tipologie di pensiero.  

Insinuato dal dubbio che un frammento delle sensazioni da lui stesso nel corso dell’astinenza da caffeina fosse figlio di suggestioni, Pollan ha interpellato poi svariati studi avendo riprova di quelle sue impressioni. Nella sconfinata letteratura scientifica intorno alla tematica, la caffeina viene presentata come sostanza capace di sostenere (migliorandole) le prestazioni psicomotorie e cognitive.

Pollan riporta un esperimento svolto negli anni Trenta del secolo scorso: i giocatori di scacchi che avevano assunto caffeina offrivano performance incredibilmente migliori rispetto agli altri colleghi che invece non ne facevano uso. Altro esperimento a cui il libro fa riferimento ha luogo nel 2014: gli individui a cui era stata In un altro esperimento, del 2014, i soggetti a cui era stata propinata della caffeina acquisivano nuove informazioni con una rapidità e qualità superiori ai loro colleghi cui era stato fornito un placebo.

Il caffè, il corpo e la mente

Caffeina e creatività è invece binomio dibattuto, Pollan è di una opinione tutt’altro che favorevole. La creatività funzionerebbe in modo differente, può essere frutto proprio di un calo di concentrazione o della liberazione della mente dalle maglie del pensiero lineare. 

Ultimo quesito posto dall’autore, per questo migliorare delle performance e per questo rinvigorire del fisico e delle mente posto in essere dalla caffeina, ci sarà uno scotto da pagare? Nessun pasto è gratis 

La caffeina si aziona arginando l’agire dell’adenosina, una molecola generata e raccolta a poco a poco nel cervello, i cui livelli sono sottoposti a controllo tramite i recettori del sistema nervoso. Oltrepassata una certa soglia, i livelli di adenosina chiamano al riposo, ma proprio qui la caffeina va ad interferire con l’intero iter.

Il caffè ci rende vigili, annota Pollan, sebbene i gradi di adenosina continuino ad accrescere e in conclusione, nel momento in cui la caffeina viene metabolizzata, l’adenosina straripa nei recettori. La stanchezza riappare, il ciclo è terminato e nello stesso tempo, con un’altra tazza di caffè è pronto a ricominciare

la caffeina aiuta a nascondere alla nostra consapevolezza il problema stesso che la caffeina crea.