Si tratta di un fenomeno che ormai ha investito due intere generazioni e che, al momento, non vede una via di uscita. La crisi economica, il sovraffollamento del pianeta, le errate scelte politiche, un Paese vecchio e che procede a rallentatore. Tutto ciò ha un impatto terribile sui lavoratori di oggi, specialmente quelli più giovani.

Si lavora ma si resta poveri. Si lavora, per chi ha la fortuna di farlo, ma le condizioni economiche restano comunque limitate, spesso modeste. È il fenomeno del working poor, sempre più esteso, ormai dato quasi per scontato da chi si affaccia al mondo del lavoro.

Si tratta di sopravvivenza, e la sopravvivenza soffoca. Una vita di stenti, nonostante un lavoro, è un qualcosa che avvilisce. Eppure è la triste realtà italiana. Vanity Fair ci ha fatto diversi speciali, articoli interessantissimi all'interno dei quali sono state analizzate le cause e studiati gli effetti.

Trovare un lavoro è già un miraggio, figuriamoci un lavoro stabile, con contratti regolari. Ma gran parte dei giovani lavoratori resta sotto la soglia di povertà, e per farsi una vita e provvedere alle più semplici esigenze chiede ancora l'aiuto ai propri genitori. Andiamo con ordine e cerchiamo di capire il fenomeno.

Tanta fatica per niente

Un ragazzo sogna. Sogna un determinato lavoro, si iscrive all'università, magari facendo tanti sacrifici per pagare la retta, le varie tasse, prendersi una stanza in affitto, lontano dalla sua città di origine. Studia, segue le lezioni, diveta adulto e (quasi) autonomo. Alla fine arriva la laurea.

L'università, almeno in teoria, dovrebbe fare da ponte col mondo del lavoro, servire a dare una preparazione adeguata ai ragazzi. Invece l'università italiana è organizzata malissimo, e dopo la tesi lascia allo sbaraglio la quasi totalità degli studenti.

Il primo ostacolo, dunque, è lagato al percorso di studi. Si suda, e anche tanto, per poi trovarsi impreparati, lasciati da soli in un mondo spietato. Questo succede per gran parte delle facoltà universitarie, ma è un argomento talmente vasto da affrontare che ci perderemmo, perciò torniamo a parlare di lavoro.

Si prende la laurea e dopo mille stage (quasi mai retribuiti), corsi formativi (a pagamento), lavoretti temporanei, sfruttamenti vari e lunghi periodi di disoccupazione, ecco che finalmente arriva il lavoro, quello giusto, o almeno quello che dovrebbe garantire stabilità, economica ed emotiva.

Si è contenti, ci si sente realizzati, si pensa al futuro, si spera che le condizioni possano migliorare giorno per giorno. E invece?

I dati forniti da Eurostat

"Si lavora tanto, si coprono tutte le ore sul contratto, ma a fine mese lo stipendio è già terminato."

Si lavora tanto, si coprono tutte le ore sul contratto, ma a fine mese lo stipendio è già terminato. Come è possibile? E allora ecco che bisogna fare tagli alle spese, magari rinunciare a comprare un nuovo materasso, oppure il microonde perché quello vecchio si è bruciato, o ancora ritardare il pagamento di qualche bolletta.

Una situazione comune che in tanti, troppi, conoscono alla perfezione. Secondo i dati forniti da Eurostat, in Italia più di un lavoratore su dieci si ritrova proprio in questa situazione. La media italiana è una delle maggiori in Europa, sintomo di una forte instabilità economica. Parliamo del 12,3% dei lavoratori, e il fenomeno è in costante aumento.

Va chiarito che i dati forniti risalgono a prima dello scoppio della pandemia, ciò significa che oggi i dati sono ben peggiori, aumentati per molteplici fattori. Il Covid ovviamente ha complicato tale situazione. Fino a un paio di anni fa, a versare in queste condizioni era il 16,2% dei lavoratori con contratti temporanei, e il 5,9% dei lavoratori con contratti fissi.

Working Poor in aumento

"Si suda, e anche tanto, per poi trovarsi impreparati, lasciati da soli in un mondo spietato."

I dati sono tremendi, fortemente aumentati nel corso degli ultimi due anni. Due anni molto difficili che vanno a sommarsi a un decennio assurdo che ha stravolto due generazioni intere, specialmente i nati negli anni 80 e primi anni 90, i quali si sono visti crollare il futuro sotto i piedi.

In un'intervista per Vanity Fair, la professoressa Sonia Bertolini, docente di sociologia del lavoro all'Università di Torino, parla della crescita del fenomeno del working poor. Una percentuale destinata ad aumentare sempre di più, se non si interviene politicamente, regolando contratti e stabilendo regole. A rischiare la povertà assoluta sono soprattutto le giovani famiglie.

Trentenni senza futuro?

I trentenni inorridiscono per la situazione alla quale sono costretti, specialmente se osservano le generazioni precedenti alla loro, sicuramente più fortunate sotto ogni punto di vista. Il boom economico del dopoguerra, una popolazione contenuta, la nascita di tanti nuovi mestieri, tanti posti di lavoro, stipendi equiparati al costo della vita. Un situazione positiva che è andata peggiorando in tutta Europa.

Purtroppo i nati negli anni 80 si sono trovati in mezzo, schiacciati tra il prima e il dopo, e hanno visto vacillare tutte le certezze con cui sono cresciuti. Un quadro cambiato drasticamente negli ultimi quindici anni, con l'ingresso in una nuova era che ha destabilizzato gli equilibri.

Dallo scoppio della crisi economica del 2008, che ha sconvolto il mondo del lavoro, non ci siamo quasi più ripresi. Lo stato di povertà lavorativa, il working poor, è nato a causa di:

  • bassi salari - se il costo della vita è aumentato notevolmente, specie con l'introduzione della moneta unica, dove quasi ogni cosa è praticamente raddoppiata, gli stipendi non si sono adeguati, restando come quando c'era la lira.
  • spese maggiori - il mondo è andato avanti, comportando anche maggiori spese, tra cui bollette, assicurazioni, alimenti
  • impiego discontinuo - lavori saltuari, con contratti discutibili, che non hanno permesso una stabilità continua

Giovani e pensione

La pensione è un punto fisso per ogni lavoratore, che sia questi in dirittura di arrivo o che sia da poco nel mondo del lavoro. Pensione significa raggiungimento di un obiettivo nel tempo, e questo tempo, per un lavoratore normale, è di decenni.

"Tanti anni di contributi versati per poi godersi la meritata pensione. Ma se oggi il lavoro fisso è un miraggio, quale pensione ci spetta?"

Tanti anni di contributi versati per poi godersi la meritata pensione. Ma se oggi il lavoro fisso è un miraggio, quale pensione ci spetta? Questo è uno dei tanti interrogativi che una generazione intera si pone. Mai prima d'ora si era visto un crollo così clamoroso del contratto indeterminato, perciò le incerteze sul futuro sono tantissime.

Le prospettive per i lavoratori autonomi

Il numero dei lavoratori autonomi continua a crescere, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Secondo i dati forniti da ISTAT, solo nel 2018 le partite IVA nel nostro Paese erano più di cinque milioni. Cinque milioni tra cui la maggior parte con introiti da fame, inferiori ai mille euro lordi al mese. La pandemia da Covid ne ha fatte saltare migliaia.

"Stage e predicantati vari, quasi mai retribuiti. Già da qui, in Italia, inizia lo sfruttamento del giovane nel suo percorso post-laurea."

Un quadro generale da brividi sulla pelle, davvero terrificante. Una generazione di lavoratori perduta, priva di appigli. Non si tratta di pessimismo, è semplicemente la realtà dei fatti. Ad esempio, un tempo avvocati, architetti, giornalisti, geometri e tante altre professioni specializzate, guadagnavano tanto, oltre la media dello stipendio mensile.

Bè, oggi non è più così, a partire da stage e predicantati vari, quasi mai retribuiti. Già da qui, in Italia, inizia lo sfruttamento del giovane nel suo percorso post-laurea.

Essere lavoratori freelance

Gli stipendi delle figure professionali oggi sono ridicoli. Sottopagati, sfruttati, eppure le ore lavorative sono addirittura maggiori rispetto a quelle di una volta. Si lavora tanto, a ritmi serrati, per guadagnare poco. Un sistema economico che non va da nessuna parte.

I più colpiti dalla situazione sono i lavoratori freelance, a partita IVA, che hanno carriera spesso discontinue e introiti bassi che non permettono loro di risparmiare per garantirsi una pensione dignitosa. Si guadagna poco, non si riesce a risparmiare, e si sopravvive mese dopo mese.

I lavoratori a partita IVA sono i più penalizzati, perché versano l'aliquota pensionistica in base al reddito. Ciò crea un problema a monte difficile da risolvere. Ma poi subentrano altri problemi:

  • Per accaparsi un lavoro lo si svaluta, proponendo cifre irrisorie
  • lavorare come pazzi pur di guadagnare, ma farlo in modo sbrigativo
  • ritardi nei pagamenti da parte dei clienti, anche loro in difficoltà economica

Per arrivare alla meta la strada è lunga

Secondo gli studi della CGIA di Mestre le famiglie con più problemi economici e a rischio povertà sono quelle che possiedono un reddito da lavori autonomi, soggetti a partita IVA, di cui gran parte non raggiunge i 10.000 euro lordi all'anno.

I giovani vedono il futuro nero e incerto, e per questo motivo, o ripiegano su altri lavori, lasciando da parte il lavoro per il quale hanno studiato e sofferto anni, rinunciando ai propri sogni, oppure decidono di sfidare la sorte e di partire per l'estero.

All'estero si hanno maggiori possibilità di carriera e di successo, ma è ovviamente un'incognita. Bisogna avere coraggio e sapersi gettare nel vuoto, ma chi non rischia non vince. Questa però è una sconfitta per tutto il Paese, che vede la partenza di migliaia di giovani, molti dei quali dalle menti brillanti.

Italia paese vecchio e fermo

"Fare carriera, una carriera soddisfacente e piena di risultati positivi, qui è molto difficile."

L'Italia, dal punto di vista lavorativo, è una Nazione ferma, stanca e arretrata. I diritti dei lavoratori sono stati stracciati e perciò è sempre più difficile, per ogni lavoratore, vedersi riconosciuti i propri meriti. Fare carriera, una carriera soddisfacente e piena di risultati positivi, qui è molto difficile.

Dando un'occhiata al sito Payscale.com, in Australia, ad esempio, il minimo salariale, stabilito per legge, è di 18.000 dollari l'anno, e questo riguarda soprattutto giovani lavoratori, neoassunti e per mansioni di poco rilievo. Lo stipendio medio, dall'all'altra parte del mondo, è di 2.800 euro. Certo, il costo della vita è maggiore del nostro, ma lì ogni lavoratore vive dignitosamente, senza fare grosse rinunce.

L'Italia, nella lista delle Nazioni più ricche, è quella che fornisce gli stipendi medi più bassi. Questo succede perché qui non esiste l'istituto del salario minimo, dunque è impossibile stabilire e regolarizzare un fisso mensile minimo per i lavoratori. E succede che, per accaparrarsi clienti, i professionisti siano costretti a svendere il proprio mestiere e a lavorare per prezzi stracciati.

Incongruenza con le dichiarazioni degli imprenditori

Ultimamente se ne parla tanto. "Di lavoro ne abbiamo, sono i giovani che non vogliono lavorare", oppure "Cerchiamo disperatamente personale, ma nessuno si candida". Sono queste le parole che nei Tg si ascoltano spesso, lamentele da parte di imprenditori che faticano a trovare personale. Ma è davvero così?

Basterebbe aprire un qualsiasi sito di agenzie del lavoro per osservare che gli annunci sono sempre gli stessi, vecchi, poco chiari e per lavori non proprio soddisfacenti. O si offrono lavori da sfruttamento (sappiamo tutti quali sono), oppure si richiedono troppe qualifiche per svolgere anche le mansioni più semplici, tanto per scoraggiare gli aventuali candidati.

Si cercano apprendisti ma con dieci anni di esperienza. Semplicemente follia, o incongruenza. Ma la cosa che conta di più è il salario retribuito, con stipendi da fame a fronte di tante ore settimanali. Fatica sì, soldi no. Perciò, miei cari imprenditori lamentosi, se nessuno si candita per il lavoro offerto, ci sarà un motivo valido, no? Evidentemente lo stipendio non è congruo alle ore da svolgere e alle condizioni stabilite dal contratto proposto.

Sentirsi fuori dalla società

Bisognosi di lavoro, sì, ma non certo fessi. Il fatto è che ci si è talmente abituati alla precarietà, allo sfruttamento e alla svalutazione delle mansioni che si prega il cielo di trovare un qualsiasi lavoro, anche quello dove farsi sfruttare per racimolare uno stipendio basso e non adeguato ai costi della vita quotidiana.

Dicono di pensare in grande, ma è lo Stato che deve permettere ai giovani di farlo, utilizzando qualsiasi mezzo, reinventando il mondo del lavoro e le leggi che lo governano. Altrimenti è fallito, e insieme a lui una generazione intera di cittadini non autonomi e impotenti di fronte al proprio destino.