Il 28 maggio 2021 è uscita la terza e conclusiva stagione de Il Metodo Kominsky, miniserie in tre stagioni uscita su Netflix nel 2018 e firmata e diretta dall’abile mente di Chuck Lorre.

Sebbene non sia una storia che mi ha entusiasmato tanto da non poter pensare ad altro (ma nemmeno era ciò che tentava di provocare), Il metodo Kominsky è un delizioso sguardo alla vita da una prospettiva nuova, amara e divertente al contempo. 

Chuck Lorre ha dimostrato fin dagli albori di saper governare con sicurezza e talento le fila che conducono all risata del pubblico, proponendo nel corso della sua sorprendente carriera moltissimi prodotti di successo - ricordiamo che è stato l’ideatore di Due Uomini E Mezzo (2003-2015), di The Big Bang Theory (2007-2019) o di Mom (2013- 2021), personalmente la mia preferita, o ancora Disjointed (2017-2018), che invece è stato con tutta probabilità il piu grande fiasco per Lorre, vista anche la brevità della durata, certamente a me è piaciuto meno, ma solo perché non sono un’amante dei film incentrati su gag e marijuana (unico vero amore: Strafumati del 2008 con James Franco e Seth Rogen).

Tutto quello che ho appena detto però centra ben poco con Il metodo Kominsky, che ci ha condotti e raccontato una storia semplice di vita qualsiasi, senza mai rinunciare a quella comicità intelligente che Lorre ha messo in bocca a due premi oscar: Michael Douglas (Wall Street) e Alan Arkin (Little Miss Sunshine).

Prima di tirare le somme di questa simpatica e profonda miniserie, vi lascio come assaggio il prevedibile trailer di The Kominsky Method, pubblicato su Youtube dal canale ufficiale Netflix.

Una storia che parte dalla fine: Michael Douglas e Alan Arkin raccontano la terza età in Il metodo Kominsky

Cerchiamo di andare con ordine, perché se è vero che qui vorrei riflettere principalmente sulla stagione che chiude il cerchio della miniserie, non voglio però fare un torto a chi ancora deve vedere il prime due. 

 Di cosa parla Il metodo Kominsky?

Chi è Kominsky?

Ma poi, che metodo incredibilmente efficace ci vorrebbe insegnare? 

Il metodo Kominsky parla di un uomo, appunto Sandy Kominsky, interpretato da Douglas, ormai piú che settantenne, che vive una vita agiata grazie al suo lavoro di coach attoriale, seppur scontento e disilluso, sia per un successo come attore mai raggiunto, sia per quell’amara sconsolatezza che investe tutti i personaggi di Lorre.

Il suo compagno di una vita è invece Norman Newlander, a cui Arkin presta il volto.

Norman è un agente di successo, e condivide con il migliore amico Sandy un’età che non fa sconti, da cui si prende, oltre agli acciacchi tipici di un uomo ormai –vogliamo usare un termine del politicamente corretto? - anziano, anche quella permessa noiosa supponenza e un po’ di vivace sarcasmo.

Attorno a questi due amici di sempre ruotano poi molti altri personaggi, partendo dagli studenti di Sandy, giovani e ambiziosi attoruncoli non sempre giustificati nella loro caparbia visione di un futuro splendente (servirà poi davvero una giustificazione per l’ambizione? Mi piace pensare di no).

C’è Mindy (interpretata da Sarah Baker, già scelta da Lorre anche per Young Sheldon), la figlia del protagonista, che aiuta il padre nell’organizzazione della scuola per attori, ma anche e soprattutto nella gestione della vita privata dell’uomo.

Questi almeno, sono i principali quattro personaggi che incontriamo, e per adesso ci deve bastare.

Gli argomenti della vita che si aprono e ci abbracciano nella serie TV con Michael Douglas: il metodo Kominsky

Nel corso delle tre stagioni ci verrà raccontata una storia normale, che non è il sinonimo di banale, né un tentativo di sminuire gli eventi raccontati.

Quello che invece penso io sta proprio nella normalità del racconto: davanti a noi abbiamo un uomo di settant’anni abbondanti, che inesorabilmente affronta una vita che cambia, ambizioni che svaniscono, persone che si ammalano.

Non abbiamo davanti a noi un eroe delle favole, un principe azzurro coraggioso che combatte i draghi, né uno squattrinato sognatore che, armato solo della sua buona volontà, affronta le difficoltà di Los Angeles (che sarebbe poi uno dei tanti protagonisti di Hollywood).

Fortunatamente, se al corpo ci si può opporre fino ad un certo punto, la mente e l’intelligente ironia di un uomo riescono a resistere enormemente contro l’inesorabile cammino verso la morte (troppo cupa? Scusate). Ecco infatti Sandy e Alan intelligenti, ironici, dignitosissimi nell’affrontare il dolore e la fragilità di accorgersi che, per quanto passi una vita a cercare di apparire inscalfibile, ti ritrovi piccolo, solo, a guardare negli occhi chi ami e muore.

La morte si muove sempre seria tra le immagini di questa sitcom, che fin dalla prima stagione ci ricorda che nulla è per sempre, che per quanto non vuoi ascoltarla, la vita finirà. Anzi peggio, finirà la vita di chi ami. Il bello rimane però un altro, che è poi il metodo Kominsky, che anche se la cose finiscono, le cose continuano a rimanere, nella mente e nel cuore.

Così, durante la prima stagione muore Eileen (Susan Sullivan, famosa per Dharma e Greg, sempre di Chuck Lorre), la malata moglie di Norman. Il dolore è palpabile e travolgente, Michael Douglas e Alan Arkin mostrano un dolore delicato e potente allo stesso tempo.

È in questa occasione che ci verrà rivelato il segreto del metodo Kominsky: alla domanda di Norman “sono solo, che cosa faccio adesso?” in preda alla disperazione, Sandy risponderà con quella forza tipica di chi ti ama e vuole sostenerti “non sei solo, ci sono io con te”.

Il segreto del metodo Kominsky è probabilmente proprio questo quindi: la forza sta nel ricordarsi che anche quando credi di essere solo, forse non ti stai accorgendo che è proprio a qualcuno che lo stai dicendo.

Tra leggerezza e pesantezza: Michael Douglas e Il Metodo Kominsky

È soprattutto in questo che Il metodo Kominsky si discosta nettamente dagli altri prodotti firmati Chuck Lorre.

Rispetto a un The Big Bang Theory o un Due Uomini E Mezzo, quest’ultima opera del regista risulta nettamente piú riflessiva e profonda.

Le risate ci sono inevitabilmente essendo comunque una comedy, ma vengono sudate molto di piú. Ciononostante, la serie con Michael Douglas risulta un perfetto prodotto Netflix, essendo comunque leggera e coinvolgente, con pochi episodi tutti rigorosamente dentro la mezz’ora.

I dialoghi non sono mai solo dialoghi, ma diventano in questa sitcom ogni volt un’occasione per Chuck Lorre di raccontare le sue stesse paure, i suoi stessi pensieri sulla vecchiaia che avanza (ricordiamo che viaggia anche il regista per i settant’anni) e, in qualche modo, esorcizzarli.

Eppure, a pensieri cupi ma a cui non è possibile sfuggire per sempre, si affiancano occasioni di grande ilarità, con un regista che riesce a rimanere sempre al passo con i tempi

Un esempio su tutti: Morgan Freeman che, nella sitcom, reciterà in una nuova serie Tv fittizia, un’ennesima reinterpretazione della vita in ospedale (forse uno spiritoso scimmiottamento di E.R.- Medici in prima linea o di Grey’s Anatomy, o di dottor House).

Questa volta però, Lorre inscenerà una serie estremamente legata ai movimenti LGBTQ+, creando un dialogo provocatorio e comico al tempo stesso, trattando tematiche delicate in modo intelligente, come è solito fare il regista, non smentendo mai il famoso detto “si può scherzare di tutto, purché si conosca ciò di cui si parla”.  

Non solo questo, anche il tema di Scientology viene raccontato in Il metodo Kominsky, con il nipote di Norman, Robby, (interpretato da Haley Joel Osment, che ricorderete per Il sesto senso del 1999 o per Un sogno per domani del 2000. Curiosità: nella serie recita anche la sorella, Emily Osment, conosciuta soprattutto per Hanna Montana dal 2006 al 2011, che in Il metodo Kominsky interpreta un’allieva di Sandy).

Il regista affronta lo spigoloso argomento con audacia, raccontando di un giovane adepto della religione in modo spiritoso ma canzonatorio, senza nascondere dietro un dito quelle che, evidentemente, sono le sue opinioni – perché non mi va di dire pregiudizi

Il metodo Kominsky: conclusioni sulla serie con Michael Douglas

In questa analisi ho detto tutto e ho detto nulla, mi rendo ben conto. Parlare di una serie cosí mi risulta purtroppo complesso, perché è come parlare di un piccolo gioiello che se inizi a manovrare con troppa invadenza rischi di rompere.

Non voglio smontar i tasselli di Il metodo Kominsky perché non voglio togliere a queste bellissime 16 puntate tutte le loro ricche sfumature.

Piangere forse non sarà cosa da tutti, perché se è vero che la capacità di commuoversi è distribuita, seppur non in modo equo, a ogni mente e cuore del pianeta, è anche innegabile che le ragioni per cui ogni persona si ritrova immersa in un fiume in piena di lacrime e “oddio fammi chiamare mamma che devo dirle che la voglio bene” sono personalissime e uniche.

Michael Douglas è intenso e ironico in questa serie, conferma dell’opinione alta che già in precedenza avevo di lui. Nota di merito sicuramente anche per Kathleen Turner che ritorna dopo anni a interpretare la (ex) moglie del protagonista, Ruth. Alan Arkin invece non necessita nessun commento da parte mia, sarebbe superfluo.

Consiglio questa miniserie a tutti, perché tutti invecchieremo, anzi stiamo invecchiando inesorabilmente, e dunque non ci resta che guadare chi lo fa meglio di noi.

Non solo la vecchiaia, ma anche un po di sana leggerezza non è scontata, e con Michael Douglas e Alan Arkin possiamo imparare quanto vada male quando ci lasciamo sopraffarre da un’amarezza che non serve mai.

Al massimo, serve un po’ di dolce nostalgia, ma solo per ripartire piú forti. Infine, possiamo imparare che un buon amico è sicuramente raro, ma forse è già lì accanto a noi, e nonostante le risposte burbere, rimane lì ad ascoltarci e sostenerci.

Un ultimo pensiero lo dedico a tutti gli studenti di Sandy, e a tutti gli studenti di tutte le scuole per attori del mondo: siamo uguali, presuntuosi, testardi e CANI (Boris cit.), ma siamo sognatori.

Vi voglio bene.