In una notte che sembra non trovare mai la luce del mattino, piovosa e tempestosa come l’inquietudine che ci raggiunge sdraiati a letto poco prima di chiudere gli occhi, oppure festeggiando un compleanno insieme agli amici piú intimi e importanti, col cuore colmo di gioia e amore, ogni momento è il momento giusto per pensare, in un istante fugace e distruttivo al tempo stesso, alla morte.

La morte è in ogni luogo, piú potente dei confini del tempo e delle cose vacue, muove la macchina che ti investe, il gradino che cede e ti abbandona al piú scontato dei destini.

Dal momento che l’unica cosa certa nella vita è, per quanto ardentemente si cerchi di dissimularlo, la certezza di una calmissima morte inesorabile, tanto vale diventarne amica. O riderne.

Oggi si parla di Russian Doll, serie TV uscita per Netflix nell’1 febbraio 2019 e creata da Leslye Headland, Natasha Lyonne e Amy Poehler.

Vi lascio il trailer della miniserie, che potete trovare pubblicato dal canale ufficiale di Netflix su Youtube, mentre io raccolgo ancora qualche pensiero in merito alla storia raccontata in questi otto episodi, che mi hanno sicuramente trasmesso tante emozioni e provocato altrettante conseguenti riflessioni, non sempre positive, non solo positive.

Russian Doll, ovvero storia di una morte

La protagonista di questa strana, amara e prevedibile storia è Nadia Vulvokov (Natasha Lyonne, conosciuta ai piú per il ruolo di Nicky Nichols in Orange Is The New Black), trentenne e programmatrice di videogiochi.

La storia si aprirá con lei davanti allo specchio di un bagno, in sottofondo possiamo sentire Gotta Get Up di Harry Nilsson, e percepire fin da subito il senso di spaesamento e confusione che ci perseguiterà per le quattro ore successive (ogni puntata dura in media 25 minuti, dal momento che Russian Doll è pensata per un Binge Watching da domenica pomeriggio).

Pochi istanti e avremo un’idea piú chiara della situazione: siamo a casa di Maxine (interpretata da una simpatica, brava e bellissima Greta Lee), la migliore amica di Nadia. Maxine le ha organizzato una festa per il compleanno, buia, movimentata e all’insegna dell’alcol e della droga, ma Nadia non sembra troppo interessata (alla festa, le droghe e l’alcol invece le fanno molta piú compagnia).

La nostra protagonista è giù di morale: da tre giorni il suo gatto non torna a casa e sta iniziando a preoccuparsi. Per distrarsi, la vedremo poco dopo allontanarsi dalla festa con Mike (Jeremy Lowell Bobb). Poche ore dopo, di nuovo alla ricerca del micio, verrà investita da un’auto in corsa, morendo inevitabilmente.

Questa è la storia della morte di Nadia, e come tutte le morti, risulta amara, molto piú veloce e misera di quanto spereremmo per noi. Ma così è la vita, o meglio, come direbbe Saramago ne Le intermittenze della morte, cosí è la morte.

Vi è qualcosa di unico però nella storia di Nadia: nell’istante esattamente successivo alla sua morte, eccola rivivere, di nuovo lì, davanti allo specchio del bagno di Maxine, di nuovo pronta a rivivere il compleanno, perfettamente illesa, doppiamente inquietata.

La morte: costante, inevitabile amica in Russian Doll

Inizia cosí il percorso di Nadia alla ricerca di una spiegazione, un nesso logico, un modo di rompere quel malato circolo vizioso. Saper di resuscitare non distrugge la struggente sofferenza di morire.

Ecco svilupparsi le prime tre puntate come il recente Palm Springs (2020) uscito invece per Amazon Prime, con Andy Samberg (Brooklyn Nine Nine) e Cristin Milioti (How I Met Your Mother), o un piú nostalgico Ricomincio da Capo (1994) con Bill Murray.

Nadia muore nei modi piú assurdi e goffi (accompagnati sempre dalle iconiche espressioni di Natasha Lyonne), nel tentativo di scoprire la soluzione di quel gap spazio-temporale. Allora è forse la droga fumata alla festa, allora invece il palazzo maledetto.

Nadia è un personaggio cucito sulla pelle dell’attrice stessa, irriverente e cinica allo stesso tempo, che vive nel precario equilibrio delle contraddizioni che la rendono divertente e curiosa (anche se a tratti vittima di uno stereotipato profilo già visto).  Per quanto sgangherata, Nadia rimane comunque una mente matematica, attaccata alla logica, che non riesce ad abbandonarsi all’amaro destino di una morte sempre diversa ma dal finale unico, e necessita di trovare un senso, un modo per combatterla.

 La vita sempre uguale, la morte sempre diversa

Siamo abituati a pensare che la morte ci ritrovi tutti uguali, principi e servi nello stesso stanzone gelido ad attendere quel che sarà di noi, mentre è quel che viene fatto in vita (o che la fortuna ci dona) a distinguerci.

È simile ciò che avviene nella storia di Nadia, nonostante i presupposti siano diversi: la vita si ripete per lei costante e precisa come un rituale, mentre le morti che interrompono il suo percorso sono di volta in volta nuove. Costa uno sforzo non banale tentare di sopravvivere alla protagonista, nella faticosa ricerca del senso della morte che noi siamo abituati a credere sia il senso della vita.

Nello stesso ordine di idee, ci consideriamo soli nella nascita e nella fine, mentre è la vita ad unirci e ricercare la compagni dell’altro. Ecco che Russian Doll scardina questa teoria, proponendoci una realtà nuova: quella in cui potremmo esser soli nella quotidiana luce del giorno, per ritrovare invece poi un compagno nella morte.

È cosí che entra in scena, nella quarta puntata della miniserie, un twist nella storia: Nadia (e noi con lei) incontra Alan (Charlie Barnett, Chicago Fire).

La morte condivisa

Dalla quarta puntata in poi la vicenda, fino a questo punto incentrata principalmente sulla situazione di Nadia, sola nella sua angosciante situazione che nessuno riesce a capire, o che comunque finirà per dimenticare nel momento in cui la protagonista muore e rivive, si doppia, mostrandoci la situazione del giovane Alan.

Il coprotagonista è un giovane trentenne dalla personalità e situazione completamente diversa rispetto a Nadia. È ossessivo e maniacale, mite nelle sue reazioni e pensieri ma, piú di tutto, dominato da una romantica visione del mondo e delle cose, che lo porta a interpretare la drammatica situazione condivisa con Nadia sotto un punto di vista di colpe e di karma da pagare e ripulire.

Se quindi Nadia ricerca con costanza un meccanismo da aggiustare, Alan è invece piú orientato nel tentare di comprendere quale possa essere l’errore e il peccato che deve aver rivoltato l’universo e le sue leggi a suo sfavore.

Quello che è sicuro è che condividono un punto in comune i due protagonisti, a discapito di tutti i lati delle loro personalità che li allontanano: la morte ripetuta come maledizione, il costante ripetersi di giornate sempre uguali. Vi è però qualcosa che, anche nella morte, li separa. Ecco che Alan diviene per lo spettatore il soggetto di un nuovo aspetto della vita e della morte: il suicidio.

La morte o assenza della vita in Russian Doll

È proprio cosí che Alan muore la prima volta, togliendosi la vita in preda alla disperazione dopo essere stato lasciato dalla sua amatissima Beatrice (Dascha Polanco, già incontrata in When They See Us).

Se non ho amato tutto di questa miniserie, una nota di merito mi sento di assegnarla proprio al momento in cui il ragazzo prende coscienza del fatto, raccontato con grande delicatezza come non sempre è facile fare.

Questo è, tra le altre cose, anche il momento in cui inizia il veloce precipitare verso il finale, perché la serie cambia completamente ritmo: Le persone, come gli specchi, iniziano a sparire, e quello che sembrava solo un problema di Alan e Nadia, si scopre essere invece un problema che coinvolge tutti, seppur in maniera diversa.

La soluzione sarà una sola: affrontare i propri demoni e farci pace (lo cito ogni volta che posso Il Gioco di Gerard, uno dei miei film preferiti che, sul finale, vedrà la protagonista guardare negli occhi il proprio incubo e dire “sei molto piú piccolo di quanto ricordassi”).

Alan affronta il suo dramma, accettando che la vita può (e spesso è) molto diversa da quella che una persona desidera, e non importa quanta attenzione si ponga nei dettagli che la costruiscono, vi sarà sempre qualcosa che, inevitabilmente, scapperà dalle mani.

Natasha, dal canto suo, si ritrova costretta a riflettere sul fantasma (si fa per dire) della madre, che fin dalla prima puntata si percepisce come presenza pesante e determinante nella vita della protagonista. La morte ritorna anche in questo caso: grazie a un lungo flashback scopriamo che Lenora Vulvokov (portata sullo schermo da Chloë Sevigny, Boys Don't Cry – 1999) è morta anni prima, anche se non è chiaro se per droghe o suicidio.

Quello che è evidente invece è il senso di colpa di Nadia, ora finalmente pronta, grazie all’incontro con Alan, ad lasciar andare quel ricordo doloroso, e accogliere invece la consapevolezza di non poter cambiare le persone

Le incoerenze della morte, della matrioska e di Russian Doll

Russian Doll è sicuramente una bella serie, ben recitata (seppur migliorabile), con veloci colpi di scena e una fotografia che mantiene alta l’attenzione.

Per una spettatrice quale io sono, tuttavia, le storie sul continuo ripetersi di una storia sempre uguale mi confonde, mi lascia dei dubbi che non sopporto non mi vengano spiegati, che mi rimbalzano nella mente durante tutto lo scorrere della storia.

Ogni volta che Alan e Nadia muoiono, si aprono nuove realtà? Esistono ancora quei mondi dove Alan si è suicidato e Nadia è investita? Questo aspetto viene affrontato velocemente nella miniserie, e Nadia dirà, velocemente:

“Ruth (Elizabeth Ashley) ha già pianto quindici volte la mia morte”

Se si sente l’esigenza di raccontare, ancora una volta, una storia che comunque di nuovo non ha molto, se non una riflessione sulla morte che spesso, in questo genere di film, passa in secondo piano (considerando che spesso le vicende si ripetono con il sonno piú che con il sonno eterno), avrei quanto meno apprezzato un tentativo di costruire una realtà che potesse reggere, per quanto fantasiosamente parlando, su basi piú solide la situazione descritta.

“Noi siamo quello che facciamo sempre”

Queste le parole di Alan, che suonano pesanti e obbligano a riflettere, questa volta non tanto sulla morte (a cui sappiamo di non poter sfuggire), ma alla vita e alla qualità che possiamo darle, al di là della fortuna, della sfortuna, delle possibilità. Come disse la dottoressa Stefania Andreoli, non siamo mica qui per sopportare.