A poco più di un mese dall’ingresso in classe degli alunni in tutta Italia, il dibattito sull’obbligo vaccinale del personale docente e dei collaboratori ATA non trova ancora una soluzione.

Una decisione che dipende in gran parte dall’effettiva adesione alla campagna vaccinale di tutte le categorie che vengono interessate dalla ripresa dell’attività scolastica.

Chiaramente questo implica il tenere in conto le differenze che si hanno a livello regionale, di cui il Governo dovrà tenere conto prima do dover prendere una scelta su un argomento così delicato.

Come sottolinea il Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi

“Siamo già all’85%” di adesione da parte del personale scolastico con differenze regionali. Contiamo di arrivare all’85% su tutto il territorio”.

Presumibilmente si aspetterà settembre per valutare se si sia raggiunto un livello omogeneo vaccinazione dei docenti e del personale ATA.

Sicuramente, prima del ritorno in classe di tutti gli studenti di ogni ordine e grado, saranno numerosi i cambiamenti per garantire una ripresa dell’attività scolastica in sicurezza e rispettando tutte le regole che da qui a poco verranno messe nero su bianco.

Un obbligo vaccinale a discrezione degli Stati

La campagna vaccinale e l’eventuale obbligo di vaccinazione è una scelta a carico dei singoli Stati, come è stato ribadito poco tempo fa da un portavoce della Commissione europea.

L’intera struttura della campagna vaccinale e la decisione di rendere il vaccino obbligatorio a una o più categorie è quindi competenza dei singoli Stati membri.

Il Governo italiano, con il D.L. n. 44/2021, poi convertito nella legge n. 76/2021, ha introdotto l’obbligo vaccinale per tutti gli operatori sanitari, diventando il primo Stato ad inserire l’obbligatorietà del vaccino per determinati mestieri.

Probabilmente il prossimo Paese a seguire le orme italiane sarà la Francia, il cui Presiedete della Repubblica, Emmanuel Macron, con un discorso, ha preannunciato la voglia di introdurre l’obbligo vaccinale; al contrario, ad oggi, la Germania di Angela Merkel non prevede neanche in futuro alcun obbligo vaccinale.

E ora l’Italia pensa di estendere l’obbligo a nuove categorie

In previsione dell’inizio dell’anno scolastico, il dibattito italiano si è sposato sulla possibilità di introdurre l’obbligo vaccinale a tutte le categorie interessate, ovvero i docenti e il personale scolastico ATA.

Ad avanzare la proposta, con un disegno di legge depositato in Sentato, è stata Licia Ronzulli, Senatrice di Forza Italia, che ha redatto una proposta pedissequa a quanto è stato finora fatto con il personale sanitario.

In base a quanto contenuto dalla proposta, l’obbligo sarebbe rivolto al corpo docente e non docente che lavora all’interno delle scuole sia pubbliche che privare, dagli asili fino alla scuola secondaria di secondo grado.

Ad oggi tuttavia si può solo fare una stima approssimativa in merito ai numeri del personale scolastico effettivamente vaccinato.

Com’è facilmente immaginabile la proposta ha trovato pareri tra loro contrastanti, sia in ambito meramente politico ma anche per quanto riguarda problematiche correlate alla tutela della privacy e della salute dei singoli individui.

L’obbligo vaccinale è sempre stato motivo di dibattito

Le discussioni in merito all’obbligatorietà dei vaccini e alla compatibilità con quanto sancito dalla Costituzione italiana sono molto antiche.

Già nel momento in cui infatti è stato introdotto l’obbligo vaccinale per i bambini, per combattere determinate malattie, sono stati (e ancora oggi esistono) i movimenti di quei genitori che si sono voluti ribellare, portando avanti il vessillo della libertà di scelta in materia.

La possibilità di vaccinarsi infatti non era interpretabile come obbligo ma come diritto al quale, chi avesse voluto, avrebbe potuto sottrarsi, invocando in questo modo la libertà di scelta di ciascuno.

La base di questo punto di vista, che viene portato avanti anche oggi in merito all’obbligo vaccinale per il personale scolastico, si basa sull’articolo 32 della Costituzione che recita così:

 “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”.

Chiaramente però emerge che l’obbligatorietà può essere sancita per legge e, in questo caso quindi, una disposizione di legge può andare a limitare e regolamentare un trattamento sanitario obbligatorio.

Proprio per questo ad esempio con la legge n.51 del 4 febbraio 1966 è stata sancita l’obbligatorietà della vaccinazione antipoliomielitica.

A tal proposito più volte la Corte Costituzionale ha ribadito che alla base della legittimità di un obbligo vaccinale risiede l’interesse pubblico per la promozione della salute collettiva

Un interesse sottolineato in più sentenze su quest’argomento (come la  n. 226 del 2000), in cui si ribadisce costantemente che il trattamento sanitario può diventare obbligatorio per legge quando in gioco vi è la salute della comunità.

Un altro nodo da risolvere è quello della privacy

Chiaramente, per regolamentare un obbligo vaccinale è necessario verificare che questo, una volta imposto, sia rispettato.

Ecco quindi che entra in gioco anche il problema della tutela della privacy.

Ad oggi infatti sono le Regioni o le Province Autonome a comunicare con il Ministero della Salute, per comunicare i dati dei soggetti sottoposti a vaccinazione anti Covid 19, attraverso le piattaforme preposte.

La situazione si andrebbe a complicare se a dover leggere questi dati sensibili non dovessero essere più le Regioni e lo Stato centrale ma i datori di lavoro.

A tal proposito infatti proprio nel febbraio 2021 il Garante privacy si è espresso, nel documento relativo al “Trattamento di dati relativi alla vaccinazione anti Covid-19 nel contesto lavorativo”. 

L’Autorità di controllo ha infatti sottolineato che il datore di lavoro non è assolutamente tenuto a richiedere ai propri dipendenti dati relativi allo stato vaccinale e relativi documenti, neanche nel caso in cui sia il dipendente stesso a fornirli. Tantomeno può essere il medico competente a comunicare eventuali informazioni richieste dal datore di lavoro.

In questo caso infatti si verrebbe a creare un rapporto di squilibrio tra titolare e dipendente. 

In realtà però una considerazione diversa viene fatta dallo stesso Garante della Privacy nel caso in cui sono alcune categorie fossero obbligate alla vaccinazione anti Covid-19.

In questo caso sarebbe infatti compito del medico competente a verificare il possesso o meno del requisito necessario a svolgere le proprie menzioni.

Il datore di lavoro invece verrebbe unicamente informato della presenza di un giudizio espresso dal medico del lavoro di parziale o temporanea inidoneità alla mansione da svolgere (art. 279, 41 e 42 del d.lgs. n. 81/2008).

Forte opposizione anche da parte dei sindacati

Una forte voce critica nei confronti dell’obbligo vaccinale per i docenti e per il personale ATA è quella dei Sindacati.

Dopo l’incontro con il Ministero della Pubblica Istruzione, infatti, è emerso chiaramente che il rientro in presenza a scuola non può in alcun modo essere vincolato alla vaccinazione del personale scolastico.

Il sindacato Gilda, per esempio, fa notare che ad oggi non è possibile monitorare con certezza i dati del personale che si sia effettivamente vaccinato.

ANIEF e FLCGIL, invece, sostengono che sarebbe meglio investire su ulteriori misure di sicurezza, come ad esempio il distanziamento all’interno delle scuole o il miglioramento del trasporto, piuttosto che focalizzare l’attenzione sulle vaccinazioni.

UIL, infine, pone l’attenzione sulle cosiddette “classi pollaio”, che sicuramente non sono ottimali per il tanto agognato distanziamento, e sulla mancanza di un dato certo per quanto riguarda il personale scolastico vaccinato.

Ancora incertezze sul piano di rientro a scuola

Come sottolineato dal Ministro Bianchi, l’unico obiettivo da prefissarsi è l’abbandono della Didattica a Distanza già da settembre per consentire a tutti gli alunni di tornare in presenza.

Chiaramente devono essere messe in atto tutte quelle procedure necessarie a mantenere la sicurezza per gli studenti e per tutto il personale che vi lavora.

In primo luogo devono essere garantite le distanze: questo infatti sarebbe il passo fondamentale.

Tuttavia non in tutte le scuole ci sono gli spazi adatti per il distanziamento sociale auspicabile.

Ecco perché resterà in vigore l’obbligo di utilizzare le mascherine e presumibilmente si manterrà anche l’ingresso e l’uscita scaglionata, per l’inizio e la fine delle lezioni.

Anche la questione dei trasporti rimane irrisolta.

Il problema della diffusione del virus, infatti, non riguarda solo la permanenza a scuola degli studenti ma anche il percorso che loro devono affrontare per arrivarvi.

Non ovunque infatti vi sono strutture adatte per supportare il grande flusso di alunni ogni giorno in movimento, sopratutto nelle grandi città.

Per quanto riguarda l’obbligo vaccinale potrà che essere una stima a dir poco approssimativa quella sul numero del personale scolastico vaccinato.

Negli scorsi giorni, lo stesso Ministro dell'Istruzione ha dichiarato che non è possibile fare una stima certa dei docenti e del personale ATA non acnora vaccinato.

La percentuale di cui si continua a parlare è  l'85% , ma sempre con grosse differenze tra le Regioni

Non rimane che attendere il piano più dettagliato ideato dal Ministero dell’Istruzione, presumibilmente esposto durante la prossima conferenza Stato-Regioni.