L’ennesimo caso di madri che uccidono i propri figli ha come protagonista la piccola Elena Dal Pozzo, 5 anni, uccisa a coltellate dalla mamma Martina Patti. La vicenda è accaduta a Mascalucia, in provincia di Catania: dopo aver inventato un presunto sequestro da parte di tre uomini incappucciati, che le avrebbero portato via la bambina dopo averla presa all’asilo, la donna ha confessato di averla uccisa e di aver cercato di nascondere il cadavere nel terreno adiacente la propria abitazione. 

Non è la prima volta che, purtroppo, si sente parlare di genitori in grado di uccidere il sangue del loro sangue con atteggiamento apparentemente freddo e distaccato. Ma cosa si nasconde dietro un gesto simile? Maltrattamenti, abusi, spesso traumi irrisolti non curati adeguatamente e per tempo che, a lungo andare, causano un forte disturbo della personalità o, nel caso delle madri, la cosiddetta sindrome di Medea

Cos’è la sindrome di Medea

Il complesso di Medea deve il suo nome dall’omonima tragedia del greco Euripide, la cui protagonista Medea uccide i propri figli per punire il marito Giasone per averla abbandonata. E i fatti di cronaca narrano lo stesso: madri che soffrono per una separazione, che non riescono a reggere il dolore e il peso psicologico e utilizzano i figli come arma di vendetta

Più in generale, si fa riferimento alla sindrome di Medea per descrivere il comportamento di una madre che ha come obiettivo solo ed esclusivamente la distruzione del rapporto tra il padre e i figli dopo una separazione che, ai suoi occhi, appare semplicemente ingiusta.  

Uccidere i figli, quindi, assume una connotazione del tutto simbolica: eliminando la prole, si elimina anche il legame con il padre con il solo scopo di procurargli dolore e compiere una propria vendetta personale. 

Può capitare che il complesso di Medea si manifesti in una donna ancora in gravidanza, tanto da spingerla ad abortire volutamente per un “dispetto” nei confronti del marito. In alcuni casi subentrano altri fattori scatenanti, quali sacrificare il proprio corpo, il proprio tempo e la propria carriera, così come il dover abbandonare alcune abitudini o determinate relazioni. 

Come riconoscere la sindrome di Medea: i sintomi

Risulta difficile riconoscere immediatamente l’insorgere del complesso di Medea ma, tendenzialmente, le madri spinte dal desiderio di vendetta si mostrano particolarmente aggressive, impulsive, talvolta con tendenze suicide. Hanno difficoltà nel portare avanti relazioni serene, creano conflitti per motivi futili e il tutto può essere aggravato dalla relazione con il partner. Non a caso, è proprio l’allontanamento (emotivo o reale) del compagno a far scattare la miccia in una madre borderline, che si sente ferita e abbandonata. 

In altri casi, la sindrome di Medea non è altro che una depressione post-partum non riconosciuta e non trattata a dovere che, alla lunga, va a colpire tutte le fragilità più o meno nascoste della madre. Non si tratta di una malattia, ma è una condizione tipica della maternità, che consiste nel sacrificare se stesse per qualcun altro. Di conseguenza, le neo-mamme tendono a chiudersi, a rimanere isolate, circondate solo ed esclusivamente da rabbia e disperazione, fino a che la situazione non diventa inevitabilmente insostenibile. 

E qui entra in gioco un sentimento contrapposto di amore-odio nei confronti del figlio, tanto che una madre con depressione post-partum può arrivare a sentirsi in colpa, a provare vergogna e anche un senso di inadeguatezza nel ruolo che dovrà ricoprire per il resto della vita. Da sottolineare, però, che solo nel circa 20% dei casi si tratta di reale depressione post-partum e che soltanto circa 2 donne su 1000 potrebbero arrivare all’infanticidio. 

Come trattare la sindrome di Medea

Il complesso di Medea è una patologia psichica a tutti gli effetti e come tale va trattata. In primis sarebbe necessaria una presenza costante del partner e della famiglia, ma è indispensabile il supporto di uno psicologo. Quest’ultimo, infatti, è l’unico in grado di aiutare le madri ad accettare un’eventuale separazione senza coinvolgere i figli, lavorando sul suo stato d’animo ed elaborando il senso di perdita. 

Solo intervenendo tempestivamente si ha la possibilità di trattare adeguatamente la condizione emotiva e aiutare le madri a superare un momento particolarmente difficile, evitando che sfoci in vera e propria tragedia. 

La speranza è che in futuro si riesca a dare maggiore sostegno alle madri, affinché non ci siano altri bambini come Elena Dal Pozzo a dover pagare le spese delle situazioni irrisolte dei genitori. 

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