Preparatevi a ridurre il vostro guardaroba, o meglio ad aumentarlo, ma senza averlo fisicamente nei vostri armadi. 

La nuova frontiera della moda si chiama “Fashion renting” e vi permetterà di archiviare come un lontano ricordo i bizzarri pomeriggi primaverili passati a rovistare tra i vostri abiti per il cambio di stagione.

Basta dunque sfoggiare sempre lo stesso dress code, basta passare in rassegna il vecchio vestito taglia 42 che non vi entra più e basta rassegnarvi al fatto che è giunto il momento di regalare i vostri abiti perché siete stufi di averli nel guardaroba.

Il “Fashion renting” è un mercato florido che sul web sta rivoluzionando la tendenza ad accumulare. 

Chi ama la moda e il lusso lo sa, non c’è cosa più appagante che regalarsi un abito firmato, magari uscito dall’ultima sfilata primavera/estate. Dunque perché non passare al noleggio?

Cosa è il Fashion renting

Avete capito bene, il Fashion renting è il noleggio di abiti firmati, il valore di questo mercato è davvero interessante, si parla di 1,9 miliardi di dollari previsti per il 2023, di cui gli USA sono i portabandiera detenendo circa il 40% del servizio/prodotto.

Nato negli Stati Uniti nel 2009 dall’idea di Jennifer Hyman fondatrice di Rent The Runway, primo sito dedicato al settore, si è presto diffuso nel mondo rivoluzionando il rapporto con la moda e il settore del lusso. 

Il servizio non si limita al noleggio di un solo abito, ma si è perfezionato negli anni anche con un progetto di sharing economy dove sono previsti anche degli abbonamenti mensili per il noleggio di quattro capi per volta ad esempio o di soluzioni senza limiti ad un prezzo vantaggioso.

In Cina Ycloset si dedica anche alla moda uomo offrendo un abbonamento mensile senza limiti ad un costo decisamente contenuto.

Dal 2017 al 2023 si conta che il settore in Italia subirà un’ulteriore crescita che già si attesta intorno al 10,7% di interesse.

“Con il fashion renting chiunque può realizzare il desiderio di indossare capi d’alta moda per un’occasione speciale o semplicemente risolvere il quotidiano problema dell’outfit da ufficio, affidandosi completamente alle competenze di esperte fashion renter” 

Sono le parole di Caterina Maestro, fondatrice di DressYouCan una start up di origine milanese che in questi anni ha investito nel settore credendoci fino in fondo e probabilmente non sbagliando.

Non si tratta più di noleggi relegati agli abiti da sposa o sposo o allo smoking per la serata vip all’opera. Il mercato si apre a molte soluzioni.

Chi sono i principali utilizzatori 

Il target di riferimento sono donne di fascia medio alta di età compresa tra i 25 e i 29 anni e tra i 45 e i 49 anni.

“L’idea della nostra startup” prosegue Caterina Maestro “è proprio l’esatto opposto della moda low cost: punta sulla qualità e rende l’abbigliamento di classe alla portata di tutti con prezzi accessibili e con un sistema di noleggio online e offline molto semplice che sta riscuotendo grande successo”.

Su che cosa si basa questo interesse?

Circa un italiano su quattro ha già sentito parlare degli abiti a noleggio. L’interesse c’è, per i più svariati motivi.

Primo fra tutti il noleggio di un abito permette di avere il pezzo desiderato con il giusto compromesso. Il prezzo infatti cala del 10-15% rispetto all’acquisto effettivo. Il 43% degli utilizzatori del servizio pensa infatti che lo scopo del noleggio sia prevalentemente risparmiare.

Esiste però il 67% delle persone interessate che invece, sono consapevoli che un prodotto del genere, potrebbe essere usato in poche occasioni con il rischio che una volta acquistato possa apparire più tra i ripiani del nostro guardaroba che nelle serate mondane. 

Il noleggio al contrario si presta bene a ridistribuire il valore nel tempo di utilizzo, tempo che viene prestabilito durante il noleggio, per poi lasciarsi conquistare magari da un altro capo in un noleggio successivo. 

Come cambia il sistema moda

Come il sistema potrebbe cambiare il nostro stile di consumo è presto detto.

Circa l’80% dei vestiti, questo è un dato che dovrebbe farci riflettere, non viene mai usato

Si acquista un capo d’impulso magari attratti dal modello o dallo sconto e non per una reale necessità

E’ il risultato di uno studio condotto nel 2018 da Movinga, società tedesca di traslochi online, su un gruppo di venti paesi, che riporta come solo il 20% degli acquisti ha un reale consumo continuativo.

Sempre dalla Germania ci arriva anche un’altra informazione ben più preoccupante. Secondo Greenpeace la produzione di abiti (ogni anno 62 milioni di tonnellate di vestiti escono dalle fabbriche), nei quattordici anni compresi tra il 2000 e il 2014, è praticamente raddoppiata.

In sostanza il consumatore medio ha acquistato un numero maggiore di capi rispetto a quanti ne avesse realmente bisogno. 

Il valore è del 60% in più e per giunta dall’analisi si evince che la durata media di un capo si è, per la natura dei tessuti o degli stili di vita, ampiamente dimezzata rispetto a 15 anni fa. Il 36% dei vestiti ha una vita media inferiore ai 160 utilizzi, con la controindicazione di produrre una ingente quantità di rifiuti.

Secondo Eurispes dal 1960 al 2015 con un picco nel 2020, c’è stato un record di produzione rifiuti tessili, configurabile con un aumento pari all’811%

La mole di abiti che dapprima riempiva i nostri armadi, ora si sta riversando nell’ambiente, e non è difficile pensare all’impatto che questo stile di vita e consumistico possano avere sul nostro sistema sociale ed ambientale. Produciamo 16 milioni di tonnellate di rifiuti tessili nella sola Unione europea.

Solo nel 2015, in discarica sono finiti 1.630 tonnellate di vestiti per non parlare anche degli accessori. In pratica ogni persona nell’arco di un anno consuma circa 34 vestiti e ne butta via 14 chili

In Italia la situazione è la medesima confermata anche dalla suddivisione Nord, Centro e Sud.

Il Nord raccoglie il 56% dei rifiuti tessili, il Centro il 26% e il Sud il 18%. Ma non possiamo dire se si tratti di virtuosismi o spreco, semmai qui entrano in gioco anche la capacità di smaltire il prodotto in eccesso e la capienza dei centri di raccolta. In ogni caso si registra un incremento delle raccolte tessili.

Alla luce di quanto analizzato sopra, il Fashion renting è sicuramente una soluzione interessante che per vari motivi sta riscuotendo successo.

I motivi del successo del noleggio

La maggior parte dei Fashion addicted che quindi lo fa per lavoro, personal shopper, esperti di moda, stylist, conferma che la tendenza riguarda principalmente il noleggio di vestiti, seguito da borse tra gli accessori e scarpe. Mentre segnalano che accessori come gioielli o accessori per capelli non rientrano tra i prodotti amati da chi si lancia nel noleggio.

E chi noleggia perché lo fa?

Uno dei motivi trainanti è la serata mondana, l’evento, la richiesta che il prodotto noleggiato sia adatto all’uso per il quale lo si sta noleggiando. 

Il prezzo abbiamo già detto è il secondo valore di interesse, lo sconto permette di avere il capo che altrimenti potrebbe essere meno avvicinabile.

Altri elementi che si contendono a pari merito la posizione di terzo motivo di interesse sono che sia unico, che sia distinguibile dalla massa, usato poche volte e che ovviamente calzi a pennello

Il brand? Si importante, ma dato che stiamo comunque parlando di brand super gettonati, qui sarebbe una gara determinata semplicemente dal gusto per uno stilista piuttosto che un altro, tutti meritevoli di attenzione e tutti validi.

L’innovazione non riguarda solo le linee di alta moda, una buona variante è anche il settore dello sport.

Prodotti da sub, da barca, da sci, ogni attività è buona per il noleggio. 

Se pensiamo di andare a sciare un week end all’anno, certo non ha senso acquistare un paio di pantaloni da sci, ecco che il noleggio come già avveniva per gli scarponi o l’attrezzatura, intervengono a supporto.

Ma anche l’ultima giacca a vento Softshell in tessuto impermeabile o lo zaino da trekking super leggero possono essere un’alternativa all’acquisto.

Ma attenzione, qui l’aspetto conta, sulle piste tanto vale essere all’ultima moda, in fondo anche l’occhio vuole la sua parte.