Si è fatto molto parlare in questi giorni del fenomeno NFT e di come la blockchain potrebbe rivoluzionare il mercato dell’arte come lo conosciamo. Dai tubi di Pringles al gusto crypto fino ai Banksy che bruciano, il destino dei collezionisti d’arte sembra essere quello di riempire un hard disk piuttosto che un caveau. 

Nonostante la spinta delle nuove tecnologie però il mercato dell’arte, sia essa moderna, contemporanea o antica, resta ancorato a sistemi piuttosto classici, fatti di incontri, mostre, consulenze ed enormi e preziosissime reti di contatti. Come ogni attività umana che implichi la vicinanza fisica anche il mercato artistico è stato messo a dura prova dalla pandemia, dovendo far fronte a moltissimi problemi di carattere pratico e sociale. 

Nonostante quello che gli osservatori esterni possono credere, il mondo dell’arte è piuttosto statico e tradizionalista, ancorato a dei dogmi che rendono difficile per molte realtà scrollarsi di dosso la polvere per entrare nel XXI secolo. La pandemia sembra averlo fatto per loro, svegliandoli dal torpore e obbligandoli a prendere una strada nuova, dove il digitale ha sempre l’ultima parola.

Nel mercato dell’arte vince chi rischia

Chi investe in arte o colleziona materiale artistico sa che spesso si tratta di correre rischi, acquistando opere di artisti in crescita o di nomi che le previsioni danno per dominanti nei mesi successivi. Durante il 2020 gli stessi mediatori si sono resi conto di cosa significhi davvero rischiare. 

La pandemia ha fatto calare un profondo senso di precarietà e incertezza su tutto, sospendendo le attività fondamentali per la circolazione dell’arte e delle sue novità, in primis le fiere. Si tratta di eventi cruciali nel mercato artistico, in cui collezionisti, galleristi e artisti si incontrano sotto lo stesso tetto per valutare ed effettuare importanti investimenti. 

Lo stop alle più importanti occasioni fieristiche d’Italia e d’Europa ha congelato uno dei flussi di mercato fondamentali per l’arte contemporanea. Artissima, Artefiera, e MiArt solo per citarne alcune hanno dovuto convogliare buyers e galleristi su piattaforme online di dubbia funzionalità, avviando i primi tentativi di digitalizzazione del mercato e di fatto assumendosi un rischio. 

Il 2020 cala la scure sul mercato dell’arte

Il report 2021 realizzato da Deloitte per monitorare lo stato di salute del mercato artistico ha fatto sorgere un quadro piuttosto impietoso, reso meno tragico proprio dall’evoluzione forzata del mondo delle compravendite d’arte, che nella seconda parte del 2020 è riuscito a stabilizzarsi grazie al digitale.

Un 2019 poco brillante in fatto di grandi investimenti ha fatto cominciare la nuova decade del Duemila con il piede sbagliato, portando il mercato a perdere oltre il 60% nel primo semestre del 2020, anche a causa della chiusura immediata del mercato asiatico, un fronte in crescita esponenziale dove si consuma il grande business dell’arte contemporanea. 

Non si pensi solamente alla Cina, che pur gioca la sua notevole partita: Corea, Giappone, Singapore, Hong Kong e India stanno emergendo con forza nel mercato mondiale, sia dal punto di vista delle grandi collezioni che da quello degli artisti, con una palestra di giovani talenti sostenuti da grandi mecenati, tra cui Samsung in Corea, Shiseido in Giappone e HCL Technologies in India.

Deloitte evidenzia come il volume d’affari del mercato è riuscito a stabilizzarsi nel secondo semestre dell’anno, registrando una perdita del 30%. A soffrire maggiormente è il settore della pittura, che registra un -34,1%, rispetto al -22,5% per il comparto degli altri beni da collezione (i cosiddetti Passion Assets1).

Il digitale non convince del tutto il mercato

Le perdite sono state solamente arginate dal digitale, mostrando come si tratti di una soluzione valida ma non definitiva, specialmente in un mondo in cui i rapporti umani e la fruizione personale di ambienti, fiere, mostre e installazioni artistiche sono un caposaldo imprescindibile.

Nonostante l’aumento considerevole delle aste (in varianti online only, ibride o cross category) tenutesi nel 2020 (+205%), i dati mostrano un interesse quasi esclusivo per i lotti di valore medio-basso, evidenziando la sfiducia dei collezionisti verso l’acquisto online di opere dal grande valore monetario a “scatola chiusa”, senza averle visionate dal vivo prima della chiusura dell’affare.

Questo ha avuto conseguenze anche sui lotti in vendita: da un lato i collezionisti scelgono di non privarsi dei loro pezzi più preziosi in questo periodo di incertezze sociali ed economiche, abbassando il numero di “top quality” sul mercato, dall’altro le case d’asta scelgono lotti molto interessanti e curiosi per mantenere viva l’attenzione di fasce trasversali di collezionismo. Arrivano così sul mercato cimeli della cultura pop od oggetti emblematici di personaggi famosi, dalle lettere di Marilyn Monroe a Joe DiMaggio (base d’asta 100 mila dollari) fino alla corona in plastica (valore effettivo 6 $) indossata da Notorious B.I.G. nel famoso servizio fotografico “King of New York”, battuta da Sotheby’s per 595.000 dollari nella prima asta mai dedicata ai memorabilia dell’hip-hop.

Il lato positivo della pandemia

La digitalizzazione forzata ha messo in luce anche dei lati estremamente positivi, creando situazioni inedite. Ha permesso a realtà medio grandi del mondo artistico di aggiornarsi, recuperando quel gap imbarazzante che li distaccava dal mondo del business contemporaneo. Molte grandi gallerie, case d’asta e organizzatori di fiere infatti non possedevano un database digitale prima della pandemia o si appoggiavano a siti internet di bassa qualità e sicurezza discutibile.

Le chiusure e il passaggio all’online hanno fatto sì che questi colossi del sistema arte colmassero le loro lacune digitali, portando gli investitori a un maggiore senso di consapevolezza e sicurezza relativo agli acquisti fatti. La disponibilità di informazioni trasparenti e gratuite (tra cui quelle sui prezzi e le quotazioni, spesso poco chiare) ha aperto il mercato anche a nuovi stakeholders, abbattendo quel muro di elitarismo che purtroppo avvolge l’ambiente del collezionismo. 

Un lato positivo si riscontra anche nel ruolo rinnovato di consulenti fiscali, art advisor ed esperti legali, più accessibili e vicini al collezionista che spesso si trova disorientato in un mondo fatto di regole e passaggi spesso nebulosi ed estremamente variabili. Un altro passo per consentire un ingresso più agevole sul mercato di collezionisti nuovi e più variegati, che non hanno tardato a farsi notare. Le case d’aste Christie’s e Sotheby’s hanno visto nel giro di pochi mesi raddoppiare il numero di buyers nella fascia di età tra i 23 e i 38 anni, i famosi “millennials”, solitamente piuttosto rari nell’ambiente del mercato dell’arte. 

È il momento giusto per investire nell’arte?

Questa panoramica vi ha messo gola? Perché non investire in uno dei settori più redditizi del mondo acquistando opere d’arte che tra cinque o dieci anni potrebbero valere il triplo?

Come sottolineano gli esperti di Deloitte “Seppur possa sembrare paradossale, la pandemia ha fatto da volano per avviare processi di integrazione finanziaria, monetaria e fiscale a livello continentale, con i mercati finanziari che hanno apprezzato queste novità”.

Non pensiamo al mercato dell’arte come qualcosa di unicamente riservato a quell’1% di popolazione che può permettersi di sborsare 84 milioni di dollari per un dipinto di Francis Bacon (vendita più alta registrata nel 2020, considerevolmente più bassa rispetto ai quasi 111 milioni di dollari spesi nel 2019 per “Meules”, un’opera di Monet del 1890). 

Le compravendite di beni artistici o da collezione sono un mondo estremamente vasto, che parte da lotti dal costo di poche centinaia di dollari fino a cifre da capogiro che occupano le colonne dei giornali e le classifiche delle “top sales” annuali. 

Il 2021 sarà un anno caratterizzato da una cauta fiducia nella ripresa, già evidenziata dai mercati nelle ultime settimane. L’ingresso quasi prepotente delle aste “Passion Asset” basate su cimeli, oggetti da collezione e memorabilia ha aperto il gioco a moltissimi stakeholders considerati marginali. 

Come abbiamo visto però è la pittura il settore che ha subito una contrazione più forte, che ha colpito in modo trasversale tutte le categorie d’interesse: Post War, Old Masters e Pre War. Si tratta di una caduta momentanea, che sta già mostrando segni di ripresa a partire dal secondo semestre del 2020 anche grazie alla stabilità di un mercato maturo e di cataloghi sempre più selezionati, che hanno assottigliato la percentuale di “unsold”, aste chiuse senza vendita, percentuale che si alza leggermente nelle aste europee (+1% rispetto al 2019), anche a causa del colpo più forte della pandemia all'economia del Vecchio Continente.

La risposta complessiva quindi è sì, in questo momento investire nell’arte è una mossa che sta ingolosendo molti e che si prevede ripagherà in futuro, quando i grandi collezionisti torneranno a vendere con più sicurezza. Gli investitori sono sempre più numerosi e variegati, anche grazie al risparmio complessivo derivato dalle mancate spese per hobby, viaggi e attività che al momento sono limitate dalla pandemia.

Si aggiunge al quadro complessivo anche l’iniezione sul mercato di artisti nuovi, su cui gli art advisor puntano (cautamente) i riflettori: si tratta degli artisti emergenti del movimento Black Lives Matter, giovani afroamericani spesso colpevolmente ignorati dal mercato che oggi si fa più sensibile ai temi dell’inclusione. Tema in cui rientrano anche le donne, che secondo monitoraggi recenti occupano in media il 20% dello spazio totale nelle collezioni pubbliche di arte contemporanea.

A parte i fortunatissimi, spinti da potenti gallerie europee e statunitensi (come quella della famiglia Rubell di Miami, che sta prendendo a cuore la causa afroamericana alzando a dismisura le quotazioni dei loro protetti), i giovani artisti emergenti si stanno facendo largo con quotazioni abbordabili in un mercato che finalmente li osserva e tenta di renderli regola e non più curiosa eccezione.