I diamanti sono in assoluto le pietre preziose che più indicano al mondo lo status sociale di chi li indossa. Una collana, un anello o un orologio in cui siano incastonati dei diamanti ci dà subito la “cifra” del ceto sociale di una persona. 

I gioielli sono diventati nel tempo anche un pegno d’amore, un simbolo di affetto e di promesse di fedeltà. Basti pensare ai solitari regalati come anelli di fidanzamento e matrimonio, che rappresentano quasi la metà del fatturato mondiale della vendita di gioielli. Nei soli Stati Uniti la vendita di gioielleria nel periodo di San Valentino e della Festa della Mamma raggiunge vette astronomiche, calcolate in oltre 10 miliardi di dollari nel 2017.

Diamanti di sangue

Il commercio e la vendita di diamanti hanno anche un rovescio della medaglia. L’estrazione delle pietre avviene prevalentemente in Africa, dove i minatori lavorano in condizioni pericolosissime senza alcun sistema di sicurezza e a salari bassissimi, imprigionati per lunghe ore sottoterra. Il controllo delle miniere e la loro gestione non sempre sono trasparenti, con una lunga storia di abusi e violenza nei confronti dei lavoratori.

Nel mondo ogni anno vengono estratti 90 milioni di carati di diamanti grezzi insieme a circa 1600 tonnellate d’oro per il solo mercato dei gioielli. Un mercato che vale circa 300 miliardi di dollari.

Questo enorme giro d’affari è da sempre sporco del sangue di milioni di persone provenienti dai paesi più poveri, vittime della colonizzazione secolare che interessa il commercio di materiali preziosi nei paesi più ricchi. Da molti anni le organizzazioni umanitarie denunciano il vero prezzo dei gioielli, con risposte altalenanti da parte dei grandi marchi distributori. Nella seconda decade degli anni Duemila però le cose sembrano andare nella direzione giusta.

Filiera controllata e trasparenza: i diamanti sintetici

Come sappiamo bene negli ultimi anni la popolazione mondiale si sta enormemente sensibilizzando su molte questioni legate all’ambiente e allo sfruttamento delle persone, dalla produzione di abiti economici in Bangladesh fino all’estrazione del coltan, preziosissimo minerale usato per creare i microchip di smartphone e console.

I diamanti non sono da meno e per ripulire la propria immagine molti rivenditori di gioielli e preziosi hanno deciso di adottare misure alternative, come i diamanti sintetici, creati in laboratorio. La prima azienda ad annunciare il passaggio a pietre esclusivamente artificiali è stata Pandora, major danese prima nel mondo per il numero di gioielli prodotti. Come fanno sapere dal quartier generale dell’azienda, la scelta di usare diamanti sintetici è dovuta, oltre ad azzerare l’impatto ambientale, anche al livello molto alto di purezza raggiunto dalle pietre create in laboratorio.

La creazione di diamanti artificiali non è esattamente una novità del nuovo millennio. Si tratta di una tecnica sperimentata già a partire dalla fine dell’Ottocento cercando di replicare i processi che trasformano il carbonio in diamante, solitamente lunghi decine di migliaia di anni.

Come nascono i diamanti?

Le pietre preziose come i diamanti si formano nel mantello, lo strato più ampio del nostro pianeta, che dalla crosta terrestre (lo strato più superficiale sopra il quale viviamo) arriva fino al nucleo della Terra. All’interno di questo strato sono conservate le forme di carbonio più antiche, che danno vita a processi di trasformazione importantissimi e preziosi per il nostro mondo in superficie. Oltre ai diamanti in questo spazio si formano i giacimenti di gas e petrolio. 

Le altissime pressioni a cui il carbonio è sottoposto a profondità superiori ai 200 chilometri favoriscono la sua trasformazione in reticoli cristallini, modificando la struttura degli atomi in soluzioni geometriche strutturate. Una volta completato il processo, i diamanti risalgono il mantello attraverso i movimenti vulcanici del sottosuolo, arrivando a strati più accessibili dalla crosta terrestre, dove il materiale che li racchiude, chiamato kimberlite, si sgretola e permette ai diamanti grezzi di risalire e posizionarsi nei sedimenti, dove vengono estratti dall’uomo con scavi molto profondi. 

L’intero processo è estremamente lento. Gli studiosi stimano che per la formazione di un diamante occorrano da 1 a 1,6 miliardi di anni.

Quanto valgono i diamanti?

Il prezzo sul mercato dei diamanti è valutato su quattro fattori, che distinguono il valore monetario anche di tutte le altre pietre preziose, le famose “quattro C”: color (colore), carat (carati), clarity (purezza) e cut (taglio). Il costo di un diamante che rispetta alti livelli di tutti i parametri può arrivare a costare anche 20 mila dollari al carato (l’unità di misura per il peso di oro e pietre preziose. Un carato equivale a 0,2 grammi). 

Un diamante sintetico costa molto meno di un diamante naturale, con un prezzo che oscilla tra i quattro e i mille dollari al carato. Questo deriva dal minor costo di produzione, assottigliatosi negli anni grazie all’avanzare della tecnologia e ai tempi di realizzazione, che oggi arrivano a circa due settimane, contro i miliardi di anni che impiega un vero diamante a formarsi.

Non solo gioielli

L’uso di queste bellissime pietre, rese luccicanti da un lungo lavoro di raffinazione, non è solo quello di ornare splendidi gioielli, corone o scettri di ogni epoca e foggia. La gran parte dei diamanti viene utilizzata in ambito industriale grazie alla sua estrema durezza, considerata tra le più elevate esistenti in natura. Inoltre, una delle capacità più apprezzate dei diamanti è quella di essere ottimi conduttori di calore, permettendone l’uso per trasferire energia in ambito elettronico.

La prima applicazione dei diamanti artificiali, spesso molto piccoli e con una purezza limitata, è stata proprio sulle punte di trapani, trivelle, macchine di precisione per tagliare il vetro o lucidare metalli.

La produzione di diamanti sintetici oggi

Oggi la produzione di diamanti artificiali si sta affinando, grazie anche alla tecnica della deposizione chimica da vapore, o CVD. In parole povere, si tratta di un processo che si serve di particolari gas ricchi di atomi di carbonio che, stratificandosi su una superficie trattata in laboratorio, assumono la composizione cristallina utile a formare il diamante. Questa tecnica utilizza fonti di energia con una potenza tale da modificare le proprietà dei gas, permettendo il deposito degli atomi sul substrato creato in precedenza.

La CVD ha consentito negli anni un controllo sempre maggiore del processo di creazione dei diamanti sintetici, aumentando il livello di purezza e le dimensioni delle pietre, rendendole abbastanza grandi da essere lavorate dagli orefici e sfaccettate nelle forme più amate dalla gioielleria moderna,

Pandora si servirà proprio di questa tecnica per ottenere i suoi diamanti, finanziando la ricerca per diminuire l’impatto ambientale della produzione e renderla ancora più efficiente, passando dal 60% di energie rinnovabili usate nella produzione al 100%.

Non tutti sono d’accordo: le controversie sui diamanti artificiali

L’uso di diamanti sintetici sta già totalizzando il mercato industriale; l’imporsi sulla produzione orafa potrebbe significare un colpo durissimo per l’altalenante mondo dell’estrazione mineraria di pietre vere. 

I produttori di diamanti naturali hanno fatto notare come la produzione in laboratorio non sia del tutto esente da critiche: secondo un rapporto del 2019 realizzato dalla Diamond Producers Association, oggi chiamata Natural Diamond Council, la più grande associazione mondiale di produttori di diamanti al mondo, fa notare come la produzione di pietre sintetiche sia molto più inquinante dell’estrazione mineraria di diamanti veri.

I laboratori che realizzano diamanti artificiali sono collocati principalmente in Cina, Stati Uniti, India, Singapore e Russia, dove i regolamenti per i livelli di inquinamento sono generalmente più permissivi che altrove. Lo studio evidenzia come la produzione di un diamante sintetico costi circa 511 kg di anidride carbonica, contro i 160 kg prodotti dall’estrazione mineraria di diamanti naturali.

I risultati delle analisi sono stati ritenuti troppo parziali dalla maggior parte degli osservatori e dalle stesse società produttrici di diamanti artificiali. Tra le altre ad alzarsi sul coro di proteste è stata la Diamond Foundry, la più grande azienda di produzione e ricerca sulla creazione in laboratorio di pietre dure che può contare su investitori del calibro di Leonardo di Caprio

Secondo i dati raccolti da Martin Roscheisen, amministratore delegato della società, lo studio non ha volutamente tenuto conto delle tantissime realtà che operano senza l’uso di combustibili fossili o che ne stanno riducendo gradualmente l’utilizzo, tra cui la stessa Diamond Foundry, certificata al 100% “carbon free”. 

Secondo altri studiosi esterni al mondo della produzione di diamanti, come Saleem Ali, professore all’Università del Delaware di Energia Ambientale, l’estrazione mineraria non comporta solo emissioni di anidride carbonica, ma sfruttamento del suolo, utilizzo di acqua per il raffreddamento delle enormi trivelle usate per gli scavi e la distruzione di habitat naturali. Un peso decisamente più alto sull’ambiente rispetto al solo uso di combustibili fossili, senza parlare dei già citati disordini sociali, sfruttamento e corruzione che si verificano nelle zone minerarie.