È stato un attimo, ma il suo giornale se n’è accorto subito: “LVMH diventa la prima società europea per capitalizzazione” (Les Echos). Era lo scorso 9 febbraio e i 271 miliardi di euro del valore di Borsa del colosso del lusso dal nome difficile avevano superato la capitalizzazione di un altro gigante (che invero europeo non è) ossia la svizzera Nestlé. La LVMH Moët Hennessy Louis Vuitton poteva comunque per un attimo respirare l’aria pura della vetta, un po’ di grandeur.

LVMH con 75 marchi di prestigio, 44,7 miliardi di euro di giro d’affari e oltre 5000 punti vendita nel mondo, d’altronde è di gran lunga la maggiore società del lusso del mondo. Kering e Richemont sono lontane.

LVMH: sul mercato è comunque il numero uno del lusso

Ma chi è LVMH? Lo si chiedesse per strada, 11 volte su 10 non si otterrebbe una risposta. Una nuova marca di televisori? Un rampante gruppo cinese di cellulari? La rapper band che spopola su TikTok? Eppure, se si scioglie quella sigla un po’ fredda in nomi come Louis Vuitton, Bulgari, Fendi, Christian Dior, Givenchy, Kenzo, Tiffany o Zenith, l’immagine balena.

Il gigante del lusso da sempre si identifica con Bernard Arnault. La famiglia Arnault controlla il 47,47% del capitale e il 63,41% dei diritti di voto del colosso parigino. Attualmente Bernard Arnault risulta al terzo posto nella lista Forbes dei maggiori miliardari del mondo, con un patrimonio stimato in 154,5 miliardi di dollari. Subito dopo Jeff Bezos (Amazon) ed Elon Musk (Tesla), ma prima di Bill Gates (Microsoft). Insomma un bronzo che vale oro (“J’adore… Dior” diceva Charlize Theron in una celebre reclame intrisa di tonalità auree). E la Borsa di Parigi ne è convinta, visto che il titolo tratta sui massimi di sempre e approfitta di questa un po’ sperticata liquidità che gonfia i listini.

LVMH: un 2020 difficile, con finale in ripresa

Ma come sta il gruppo parigino? Non benissimo invero, la pandemia in questo caso ferisce le vendite, ma ci sono anche i segni di una complessione robusta.

I dati del 2020, pubblicati il 26 gennaio, lo indicano bene. I ricavi hanno registrato un crollo del 17% a 44,7 miliardi di euro nell’anno, ma l’evoluzione trimestrale mostra segni di ripresa evidenti, con cali sempre più ridotti con il trascorrere del tempo, dal -38% del secondo trimestre fino al -3% del quarto (in termini organici che limerebbero a un -16% la performance annuale del giro d’affari).

Bisognerebbe in dettaglio guardare tutti i settori: gli utili ricorrenti hanno perso il 28% a 8,3 miliardi (comunque sopra le attese), ma i cali peggiori sono in orologi e gioielleria (-59%) e profumi e cosmetica (-88%) che insieme non fanno 400 milioni, mentre alcoolici da un lato e moda e pellame dall’altro hanno limitato i danni al -20 e al -2% rispettivamente (1,38 mld e 7,18 mld). Insomma il nocciolo duro tiene e la polpa già si rimargina.

L’utile complessivo è precipitato da 7,17 a 4,7 miliardi di euro, ma sul piano patrimoniale la situazione si è consolidata, perché il debito finanziario netto è stato tagliato da 6,2 a 4,24 miliardi di euro, due numeri comunque davvero poco rilevanti al confronto del patrimonio cresciuto di un punto percentuale a 38,829 miliardi di euro. Fa un rapporto tra mezzi propri e di terzi di 0,1, davvero invidiabile.

Certo soltanto i marchi valgono 17 miliardi, poi c’è un avviamento da 16 miliardi, ma per chi cerca ancora le immobilizzazioni ci sono anche impianti e proprietà fisiche per oltre 18,2 miliardi di euro. La cassa a fine anno raggiungeva i 20 miliardi di euro circa. Il costo del debito è calato da 107 a 35 milioni. Né è da trascurare l’annuncio di un incremento del dividendo a 6 euro per il 2020, un +11% che riporta la cedola al livello del 2018. Sicuramente aiuta la fiducia che deriva dall’annuncio di altri 200 punti vendita Sephora quest’anno, così come l’attesa di una crescita delle vendite del 15-20% di Hublot (orologi di lusso).

In questo mercato spesso però la gente guarda altro, per esempio nota se viene chiuso il marchio Fenty della cantante Rihanna o si chiede se i gioielli newyorkesi di Tiffany varranno davvero i 15,8 miliardi di dollari spesi (la Qatar Investment Authority ci avrebbe guadagnato 892 milioni di dollari). Lo scorso 7 gennaio Goldman Sachs ha inserito LVMH tra i campioni europei della digital transformation, che poi è come dire che venderanno bene anche online.

LVMH comunque sembra aver tenuto duro, dimostrandosi probabilmente più solida di quanto si credesse in un mercato tanto difficile per i ciclici. Avrà portato bene la sfilata dal vivo (ma a porte chiuse) di Lecce a luglio, quando la Cruise collection di Maria Grazia Chiuri per Dior ha raccontato in presenza le sue idee, mentre i concorrenti non trovavano il coraggio di tornare in passerella.

Il mercato in ogni caso ha interpretato come positivi i dati del bilancio 2020 (e le prospettive di nuove proposte in arrivo) e il titolo ha rapidamente aggiornato i record storici.