L'Italia è una terra ricca di storia e cultura, e deve al suo enorme ed eterogeneo patrimonio artistico e paesaggistico molto del suo fascino, un patrimonio spesso e volentieri non valorizzato come meriterebbe, anche a causa di un'impianto burocratico che ne soffoca gli slanci e la crescita.

Anche l'artigianalità nostrana ed il più ampio comparto manifatturiero contribuiscono ad arricchire il prestigio nazionale, portando benefici ad ampio spettro verso tutti i settori produttivi. 

Ma è proprio dalle parti delle aziende che contribuiscono a far lievitare i prodotti del "Made in Italy", ad un anno esatto dall'inizio della pandemia nella Penisola, che si levano le voci drammatiche delle imprese e degli imprenditori. In particolare, l'eccellenza italiana rappresentata dal mondo della moda ha registrato perdite devastanti nel 2020, quantificabili in un calo del 23% del fatturato, distribuito fra diminuzione delle esportazioni e delle vendite al dettaglio. 

Non sembra andar meglio in questo primo scorcio del 2021: a gennaio i consumi sono scesi del 66,7% e nemmeno il periodo natalizio ed il successivo mese di saldi hanno tamponato l'emorragia, complice anche la chiusura dei centri commerciali durante i fine settimana. 

Nelle prime due settimane del mese, per esempio, c'è stata una contrazione del 32,8% delle vendite, con un crollo significativo nel reparto abbigliamento, che si arrende ad una flessione del 42,8%.

D'altronde il trend negativo riguarda tutto il mercato mondiale del settore fashion e mentre si assiste ad un calo meno drammatico nel mercato asiatico, per quello europeo si parla di una perdita complessiva del 23,7%, causata va da sé dal contemporaneo calo dei flussi turistici. Un dato che stride con la netta crescita degli ultimi periodi, quando il volume del giro d'affari nel 2019 aveva superato del 4,9% quello dell'anno precedente.

La moda italiana prova ad uscire dalla crisi. E che crisi

E' questa la fotografia scattata dalla ricerca pubblicata pochi giorni fa dall'Area Studi di Mediobanca, l'ufficio istituito nel 1946 e dedicato alle attività di analisi di bilanci, documenti finanziari ed archivi, allo scopo di "contribuire alla trasparenza del mercato finanziario", come si legge nel sito della società.

Secondo questo rapporto, presentato durante il terzo Annual Fashion Talk, un appuntamento che guarda al microscopio il sistema della moda italiana, la pandemia, la crisi sociale, i molti lockdown del 2020 hanno depresso il mercato, colpendo specialmente le esportazioni. Più in dettaglio, a soffrire maggiormente è stata la gioielleria, che ha dovuto rinunciare al 29% di export rispetto al 2019, seguita dal comparto dell'occhialeria (-26%) e della pelletteria (-24%). Non se la passa meglio l'abbigliamento: con  un ritorno ai livelli del biennio 2013-2014, perdendo un 19%. E non sorridono nemmeno i calzaturifici: nel 2020 hanno perso il 17%, registrando anche un calo sensibile alla voce import, diminuito del 14%.

Lo studio racconta la realtà di un gruppo costituito da 80 multinazionali e da 177 aziende della moda, ma il settore del Made in Italy è molto più articolato. Secondo il Presidente di Confartigianato Moda Fabio Pietrella stiamo parlando di

56mila aziende con 464000 addetti, di cui il 67% sono micro e piccole imprese. Si tratta di un settore ad alta vocazione artigiana, con 36000 imprese artigiane che danno lavoro a 157000 addetti, un terzo dell’occupazione del settore

Certo la crisi rischia di colpire soprattutto i lavoratori, l'anello più fragile dell'intera filiera, ed è stato stimato come gli occupati del settore del tessile possano calare del 75.000 nei prossimi tre anni. 

La moda italiana si affida al digitale

Di fronte a questo quadro e ad un futuro ancora troppo incerto per stabilire quando partirà la imprese dopo un anno nero, gli addetti ai lavori si appellano al nuovo Governo, che già prima d'insediarsi aveva fatto crescere la fiducia dei mercati e abbassato lo spread. Secondo Luca Picone di Hogan Lovells Italia, la personalità del Premier Mario Draghi

potrà trasmettere fiducia agli investitori e creare nuove prospettive economiche anche per la moda e il Made in Italy, confermando inoltre l’attrattività delle eccellenze tricolori

Alcuni imprenditori si sono anche pubblicamente appellati al nuovo Premier, elencando in dettaglio le misure necessarie per ridare ossigeno alla seconda grande industria italiana. Il loro cahiers de doléances si struttura su temi precisi, quali la formazione - suggerendo la creazione di scuole tecniche per preparare nuovi professionisti - e la modernizzazione del settore, avviando un nuovo percorso per potenziare gli strumenti digitali e le molte possibilità offerte dalle vendite online. 

Quest'ultima richiesta risulta cruciale, spercialmente perché durante questa lunga crisi sanitaria, economica e sociale, i marchi della moda italiana si sono aggrappati alle vetrina virtuali ed all'e-commerce per salvare il salvabile.

Una recente ricerca di SDA Bocconi, patrocinata da Confindustria Moda, e significamente intitolata "La resilienza digitale nel settore Fashion-Luxury: tecnologie, trend e strategie per le sfide future delle imprese del settore in Italia", ha posto l'accento su alcune nuove pratiche innovative per il mercato, come per esempio lo "Smart Tagging", ovvero l'integrazione di dispositivi hardware nei prodotti, che permette al cliente di accedere ad un mondo digitale nuovo, oltre ad autenticare la provenienza e la buona qualità della stessa merce. 

Un altro punto importante riguarda lo sviluppo dei negozi virtuali e dunque dello shopping online: l'e-commerce ha dato respiro a moltissime attività, pensiamo per esempio al settore del food-delivery o all'incremento delle vendite su Amazon, e per la moda rappresenta un treno che non si può mancare. Ed infatti, secondo lo studio in oggetto, poco più della metà delle aziende intervistate vuole incrementare gli investimenti nel comparto digitale per i prossimi tre anni, anche se il periodo le vede alle prese con una grande difficoltà economica. 

Ma qui s'innesta un'altra necessità, ben più radicale del periodo di transizione che stiamo vivendo. Le nuove generazioni, la cosiddetta Generazione Z insieme ai Millenial, rappresentano il 60% dei clienti del mercato mondiale e sono naturalmente a loro agio con il mondo del digitale: si stima che oltre il 70% utilizzi Instagram quotidianamente e che prediliga lo shopping sulle piattaforme online. Bisogna pertanto intercettarne non solo i bisogni, ma persino le modalità privilegiate tramite cui li soddisfano.

La moda virtuale: le sfilate online a Milano

C'è un altro aspetto da tener presente: la moda è anche un evento culturale, e crea un indotto molto potente, attirando investitori, turisti stranieri, giornalisti, e coinvolgendo migliaia di lavoratori. Con l'evidente blocco di ogni sorta di manifestazione pubblica il comparto del fashion perde così diverse occasioni importanti per lanciare collezioni e muovere il mercato, ed è per questo motivo che, di necessità virtù, non rinuncia completamente alle consuete sfilate stagionali, sfruttando le possibilità del web e delle nuove tecnologie.

Oggi inizia la Settimana della Moda a Milano ed al posto di lunghe code nel traffico, eventi collaterali e conferenze stampa, ci si dovrà imbattere nel traffico di dati e connessioni. Sulle pagine social delle case di moda e sul canale YouTube della Camera della Moda si potrà infatti assistere alle 61 sfilate previste in calendario, mentre saranno ridotti nettamente gli eventi fisici, limitati ad un pubblico ristretto, non potendo ripetere la formula mista dello scorso settembre, quando la pandemia sembrava perfettamente gestibile.

La presentazione delle tendenze per il prossimo autunno-inverno si concluderà con il ritorno di Valentino, l'ultima volta ospite a Parigi, ma registrerà l'assenza di Versace, che però ha sottolineato in un comunicato stampa quanto sia necessario e salutare creare un evento digitale: la sua collezione sarà online i primi giorni di Marzo, proprio perché 

Fare un evento digitale ha i suoi vantaggi. Uno di questi è la possibilità di connettersi con il pubblico quando pensi sia il momento più giusto. La decisione di presentare la collezione Autunno/Inverno 2021 alcuni giorni dopo la Fashion Week di Milano, non influisce sul fatto che Versace rimane un membro orgoglioso di Camera della Moda e che il brand sarà sempre uno dei principali esponenti e un grande sostenitore del sistema moda italiano

La moda italiana è convinta: bisognare dare una svolta green

Una seconda direttrice lungo la quale la moda nostrana vuole tentare di rilanciarsi e ripensarsi, è definita da una nuova consapevolezza ambientale e dalla volontà di offrire prodotti sempre più sostenibili.

Bisogna innanzitutto ricordarsi di come l'industria del fashion sia una delle industrie più inquinanti del mondo, intanto perché produce una quantità incredibile di indumenti, rivenduti ad una velocità impressionante che ne impedisce di fatto il maggior riciclo, e poi soprattutto consuma moltissime materie prime: si stima un consumo del 20% dell'acqua totale utilizzata per altri settori produttivi, l'utilizzo di fertilizzanti e pesticidi, ma soprattutto il comparto provoca il 10% delle emissioni di anidride carbonica nel Pianeta.

Già da qualche anno però le multinazionali mondiali del fashion si sono attrezzate per creare un futuro più pulito. Recenti stime hanno evidenziato come siano effettivamente diminuiti del 3% i consumi idrici, così come le emissioni di CO2 si sono abbassate del 5%, mentre aumenta il ricorso alle energie derivate da fonti rinnovabili. 

Certo è che i frutti di qualunque tipo di rinnovamento si vedranno non troppo a breve. Secondo sempre lo studio di Mediobanca, infatti, la ripresa necessaria per rivedere livelli e performance dei periodi pre-crisi Covid, si avrà soltanto nel 2023.