Il settore moda fatica ad uscire dalla crisi economica, anche se alcune luci si sono accese come segnale di ripresa sia in Italia che nel resto del mondo. I mesi di lockdwown hanno praticamente spento il motore del settore nonostante quasi tutti i brand avessero il loro canale e-commerce o partnership con le piattaforme web di fashion. Mentre la grande distribuzione ma anche il non food hanno visto tenere, grazie agli acquisti on-line, il settore che sembra aver sofferto di più da questa pandemia è, invece, quello dell’online fashion. La spesa on line, necessaria in alcune circostanze (quarantena), o effettuata per non rercarsi presso i punti vendita fisici, in alcuni casi è stata fatta come risposta all'isolamento, dunque come rimedio contro tristezza e cattivo umore. Proprio su queste emozioni, una ricerca di Veepee sul “Social distancing ai tempi di Internet” evidenzia che l’acquisto online soprattutto di abbigliamento, accessori e prodotti beauty sia riuscito a essere una sorta di strappasorriso, anche se proprio abbigliamento e accessori risultano le categorie più penalizzate secondo la maggior parte delle ricerche su coronavirus e acquisti online. Il settore dell’abbigliamento, in particolare, avrebbe già perso secondo BVA Doxa almeno il 32% in traffico sugli eCommerce dedicati e perlopiù in ragione del fatto che si tratta di acquisti considerati dai consumatori italiani superflui e dettati dal piacere, più che da una reale e urgente necessità. La perdita appare ancora più preoccupante se, come sottolinea Netcomm, si considera che il segmento digitale aveva acquisito nel tempo una grande rilevanza per la maggior parte dei brand di moda – sia che si trattasse di firm di lusso, sia che si trattasse invece di brand del fast fashion – e fino a valere da solo oltre 3 miliardi all’anno.

La ripartenza del low cost

La riapertura dei punti fisici, con le ferree regole per una customer experience in sicurezza, non ha ridato impulso al settore. Ad eccezione della moda low cost, o fast-fashion e di alcuni risultati inattesi. In ogni caso ci sono ancora luci ed ombre in un settore che, in un momento di difficoltà economica è ancora percepito come non necessario, ad esclusione appunto della moda low cost che consente con prezzi molto accessibili di poter vestire. Soprattutto in questo momento di back-to-school.

La moda low cost

Vestire un capo griffato può essere il sogno di tante persone. Ma mettere mani al portafoglio per spendere migliaia di euro è solo per pochi. Ma in aiuto arriva la moda low cost, con una lunga serie di catene fast fashion, che ripropongono capi di tendenza a prezzi medio bassi. Sulla scia di casi come H&M e ZARA, il fashion system italiano e straniero propone numerosi brand di moda low cost, con le loro collezioni economiche e trendy allo stesso tempo. 

Proprio H&M ha riportato un risultato inatteso. Il 15 settembre le azioni di H&M, riporta Pambianco News, hanno registrato un balzo del 12% (per poi chiudere in crescita di oltre 10 punti percentuali), sostenute da un ritorno all’utile superiore alle aspettative. Il gruppo svedese ha annunciato un utile preliminare trimestrale (periodo giugno-agosto 2020) ante imposte di 193 milioni di euro. Questo dato è lontano dai 5,01 miliardi di un anno fa, ma di gran lunga superiore alle attese (di oltre il 1000%). 

Grazie a delle collezioni molto apprezzate – sottolinea la nota di H&M -, associate a decisioni rapide e determinanti, la ripresa del gruppo è stata superiore al previsto”. Il player guidato da Helena Helmersson aveva registrato una perdita ante imposte di 6,5 miliardi di corone nel trimestre marzo-giugno. Un aumento delle vendite a prezzo pieno, unito a un controllo rigoroso dei costi, ha già permesso alla società di realizzare utili nel terzo trimestre.

Sulla scia di H&M si sono mosse anche altri titoli del fast fashion europeo, trainati da risultati positivi delle vendite retail in Cina. La concorrente di H&M, il gruppo spagnolo Inditex, cui appartengono i marchi Zara, Bershka, Stradivarus e Pull&Bear, ha chiuso la seduta di Borsa del 15 settembre in progressione del 5,2% a Madrid, mentre il giorno successivo guadagnava oltre 7 punti percentuali. A fare da traino, anche in questo caso, è la netta ripresa delle vendite nel post-lockdown. Risultati trainati dal canale on-line che ha fatto rilevare un +74% nel primo semestre rispetto invece ad un -37,5% sul vendite negli store. 

I consumatori hanno ricominciato a comprare moda da quando i negozi hanno riaperto dopo il lockdown. JP Morgan stima che le vendite di moda nell’Europa continentale siano diminuite del 15%, in media, a luglio, contro il calo del 42% di maggio riporta Pambianco News da Reuters.

A sostegno della 'ripresa del fast fashion' anche le dichiarazioni di Associated British Foods che per la controllata Primark parla di “forti” performance. Considerando le ultime settimane, il mercato Uk avrebbe fatto registrare all’insegna i numeri più alti in termini di valore e volume di sempre. 

Italia: il freno sul fashion retail

La ricerca condotta da da Federazione Moda Italia-Confcommercio con World Capital, in collaborazione con Osservatorio Acquisti Nexi, Global Blue e Cciaa di Milano, rileva che il settore è in difficoltà. Il made in Italy soffre. Nei mesi di luglio e agosto, il 62% delle aziende del settore moda ha evidenziato un calo rispetto alle entrate degli stessi due mesi del 2019. Il 22% ha registrato una stabilitá ed un 16% un incremento. Sono le cifre del mondo retail, quindi di quell'avamposto che permette alle case di moda di poter vendere il loro capi. A soffrire di più i grandi centri urbani, rispetto ai centri minori o di periferia. Anche il post-lockdown non mostra un'inversione, a causa dello smart working che svuota non solo gli uffici ma anche le strade, oltre al flusso di tuisti notevolmente ridotto, se non azzerato. Gli scenari di mercato così come gli atteggiamenti dei consumatori sono cambiati profondamente con il covid-19.

Siamo molto preoccupati perchè lo stallo degli arrivi di turisti amanti del bello e del made in Italy e l'eccessivo utilizzo di smartworking - afferma Renato Borghi, presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio - hanno portato ad un cortocircuito dei flussi soprattutto nei centri delle maggiori cittá. Le nostre stime prevedono un calo di 5,7 miliardi di euro, pari al 75% dei proventi da shopping tourism che, sommato alla diminuzione delle vendite sul mercato interno, potrebbe portare complessivamente alla chiusura di 17mila punti vendita del settore moda con un'incidenza sull'occupazione di 35.000 addetti. Siamo altrettanto convinti che, non appena, si allenteranno i timori, con la ripresa in presenza di scuole, universitá e attivitá pubbliche e private a pieno regime, il nostro Paese saprá ripartire. Le manifestazioni fieristiche della moda di Milano potranno rilanciare l'economia e dare nuova linfa e movimento al settore. Il comparto retail, giá influenzato dalla concorrenza del web - prosegue Borghi - è una tra le principali vittime del Covid-19, prosegue. Secondo Borghi, per far riprendere il settore, dunque, dobbiamo cercare di far rivivere i nostri centri, acquistando nei negozi di prossimitá, che rappresentano l'anima delle cittá e contribuiscono a valorizzare le relazioni sociali, illuminare animi e strade, dare decoro e pulizia a vie e piazze, offrendo qualitá, cordialitá e professionalitá. Tuttavia servono contributi a fondo perduto e una liquiditá pronta e veloce, oltre ad una necessaria riforma fiscale, per la tenuta del mercato. Le banche devono poi essere al servizio di tutti coloro che fanno impresa e non soltanto di chi può giá permetterselo. 

Uno spiraglio con Ferragamo

Mercoledì 16 settembre il titolo Ferragamo guadagnavo oltre il 9%, grazie ai risultati del primo semestre. Nei sei mesi, l’ebitda del "calzolaio delle stelle" come era chiamato in America il fondatore della società, si è attestato a quota 30 milioni (-83,9 per cento), mentre l’ebit è risultato negativo per 74 milioni (rispetto ai 94 milioni di euro positivi nello stesso periodo l’anno scorso). Ma, come riportato da Reuters, “gli analisti mettono in evidenza soprattutto un ebit meno debole del previsto nel secondo trimestre grazie al controllo dei costi”. L’utile netto del periodo, inclusivo del risultato di terzi, è stato negativo per 86 milioni (contro i 60 milioni di euro positivi registrati nel primo semestre 2019).

Come anticipato a luglio, Ferragamo ha registrato ricavi per 377 milioni di euro in calo del 46,6% a tassi di cambio correnti rispetto ai 705 milioni di euro registrati nel primo semestre 2019. Nel solo secondo quarter, la flessione è stata del 60,1 per cento.

La Direzione aziendale conferma gli obiettivi di medio lungo termine, si legge nella nota ufficiale diffusa dall’azienda. Il quadro di mercato, in progressivo miglioramento, conferma l’incertezza dell’orizzonte temporale di risoluzione degli effetti negativi innescati dalla pandemia Covid-19 e pertanto non si ritiene di fornire previsioni dettagliate per l’esercizio in corso circa la performance nei vari mercati e canali distributivi, pur confermando l’impegno di riduzione dei costi atti a contenere le dinamiche sfavorevoli del periodo attraversato.

La speranza è che l'estro degli stilisti italiani, la capacità di resilienza del settore, trainati dalla ripresa degli acquisti in tutto il modo possa rimettere in marcia il motore del moda made in Italy, desiderata ed apprezzata in ogni parte del globo.