Da Zara ad Amazon, arriva lo stop al reso gratuito anche in Italia: le nuove regole

Il reso potrebbe non essere più gratuito per i clienti degli e-commerce online: ecco chi farà pagare le spese al cliente e come cambiano le politiche di rimborso.

stop reso gratuito

Le politiche di reso gratuito stanno per cambiare: molte grandi aziende del settore della moda (e non solo) si stanno muovendo per fermare i rimborsi gratuiti ai clienti, ormai troppo frequenti e ingestibili. Ecco quindi che per alcuni clienti i costi del rimborso potrebbero essere addebitati e non più gratuiti, non solo negli Stati Uniti ma anche in Italia.

Cosa cambia sulle politiche di reso e perché si parla di stop al reso gratuito: facciamo chiarezza sull'argomento e scopriamo quali aziende addebitano le spese ai clienti.

Stop al reso gratuito: cosa c'è di vero?

Il costo del reso gratuito sta diventando insostenibile anche per le grandi aziende di e-commerce online: ecco il motivo per cui le spese legate a politiche di rimborso potrebbero essere addebitate al cliente. Questa è solo una delle novità in arrivo, anche in Italia, per quando riguarda lo shopping online.

Infatti, sempre più persone acquistano compulsivamente prodotti o servizi e poi, una volta ricevuti, chiedono il reso gratuito. Ancora di più in questo periodo, con l'inizio dei saldi invernali 2024, gli acquisti potrebbero aumentare e con essi anche le richieste di rimborso gratuite.

La situazione sta diventando insostenibile anche per i colossi mondiali, e urge quindi un intervento rapido: le aziende si sono accorte che i clienti spesso effettuavano ordini dello stesso prodotto in diversi colori per provarlo e tenere soltanto quello preferito.

Colossi come Amazon, Zara, Abercrombie & Fitch, H&M e J.Crew si stanno già attivando per dare lo stop al reso gratuito e addebitare le spese di rimborso al cliente.

Reso gratuito, alcuni dati

Secondo alcuni dati della National Retail Federation - riportati sul quotidiano La Repubblica - nel 2022, solo in America, i consumatori hanno rispedito circa il 17% della merce acquistata, per un totale di 816 miliardi di dollari (pari a 741,3 miliardi di euro).

E sempre secondo i dati della federazione, i rivenditori spendono 27 dollari (25 euro) per gestire il reso di un articolo da 100 dollari.

Sono questi i principali motivi che stanno spingendo anche i colossi mondiali dell'e-commerce a dire stop al reso gratuito (prima nel Regno Unito e ora anche nel resto del mondo), in quanto i costi sono troppo elevati e la politica di rimborso viene sfruttata assai dai consumatori, che spesso ne abusano.

Come funziona il reso nel resto del mondo

In alcuni Paesi del mondo lo stop al reso gratuito è realtà: la prima è stata Zara che, nel Regno Unito, da un anno a questa parte ha deciso di addebitare 1,95 sterline (2,2 euro) a coloro che restituiscono un capo online, mentre è rimasto gratuito il reso direttamente in negozio.

Anche negli Stati Uniti, secondo una recente indagine, più di quattro commercianti su cinque addebitano le spese di rimborso al cliente.

Anche Amazon ha deciso di addebitare una commissione di 1 dollaro (90 centesimi) se si sceglie di rendere un prodotto in un punto di ritiro, mentre rimangono gratuiti dei negozi partnership, quali Whole Foods, Amzon Fresh o Kohl's.

E in Italia?

Cosa accade in Italia? Per il momento nel nostro Paese il reso è gratuito, ma non si esclude un possibile cambio di rotta sulle politiche di rimborso.

Per far alcuni esempi, Zara prevede un reso gratuito per i prodotti riportati in negozio, mentre vengono addebitati al cliente 4,95 euro dal rimborso se si sceglie il servizio di ritiro a domicilio del prodotto.

H&M, invece, agevola i clienti iscritti al programma fedeltà concedendo il reso gratuito, mentre per gli altri il costo è di 2,99 euro, qualora il capo non sia difettoso.

Amazon, infine, mantiene al momento il reso gratuito eccetto i casi in cui la spedizione venga effettuata da terzi.