Anche ieri i mercati azionari americani non hanno voluto farci mancare un nuovo minimo per questa correzione che comincia a dare l’impressione di non voler finire mai.

Ovviamente è solo un’impressione, poiché l’unica cosa che capiterà sempre, finché esisteranno i mercati finanziari, sono le oscillazioni degli indici. Possiamo perciò essere certi che dopo il minimo finale ci sarà un’inversione rialzista. Esattamente il contrario di quel che capitò ad inizio anno, quando, dopo l’ultimo massimo storico dell’indice SP500, arrivò l’inversione di tendenza che iniziò quel movimento ribassista con cui ci stiamo intrattenendo (scusate l’eufemismo) da oltre 4 mesi.

Il problema è che i massimi finali dei mercati rialzisti, così come i minimi finali di quelli ribassisti non li possiamo decidere noi, ma arrivano dal comportamento di massa degli operatori, che è fortemente condizionato dall’emotività.

Non esiste perciò un metodo preciso di calcolo che ci consenta di individuare a priori e con esattezza il punto finale di un movimento. Ne convengono anche gli analisti ciclici che, a seconda della loro scuola di pensiero, ed applicando metodi diversi, cercano sempre di individuare i massimi e i minimi. A volte ci riescono, a volte no. Infatti, nell’operatività concreta, tutti consigliano di usare gli stop loss, che proteggono dalle cantonate analitiche (o, se preferite, dalle pazzie dei mercati che non rispettano le previsioni) ed impediscono che gli errori diventino devastanti.

In USA a deprimere l’umore degli operatori non è certo la guerra d’Ucraina, per loro assai lontana e, casomai, fonte di guadagni per l’industria degli armamenti e di consenso per l’amministrazione Biden. È piuttosto lo scompiglio generato dalla toppa che la FED sta affannosamente cercando di mettere sul buco prodotto dall’enorme ritardo avuto nel prendere sul serio l’inflazione, che da mesi sta galoppando e devastando il potere d’acquisto dei redditi ed il rendimento reale degli investimenti. La toppa consiste in un’aggressiva svolta monetaria in senso iper-restrittivo, con tassi ufficiali che potrebbero anche essere alzati dal livello inferiore a 0,25% di inizio anno fino al 3% a fine anno. Questo è quanto ci dicono ora i futures sui tassi, che esprimono l’aspettativa degli operatori di mercato. Un’arrampicata dei tassi ufficiali di 275 punti base in 9 mesi (il primo rialzo infatti è arrivato a marzo) è un evento mai visto in questo secolo. Occorre andare indietro di oltre 40 anni, fino ai primi anni ’80 del secolo scorso, per vedere rialzi più ampi e veloci. Erano gli anni di Volker, dell’inflazione a due cifre da stroncare a tutti i costi, con tassi ufficiali che arrivarono anche al 20%. Un’altra era antropologica. 

La toppa, che ora la FED cerca di mettere alla sua inefficacia previsionale, rischia perciò di essere peggiore del buco e porta molti operatori a pensare che trascinerà l’economia USA dall’inflazione alla recessione. Ironia della sorte, proprio ieri Powell è stato ufficialmente confermato dal Senato USA per il secondo mandato da Governatore della Federal Reserve. Fulgido esempio di meritocrazia americana.

Il panico FED ha contagiato quello degli operatori e la volatilità si è impossessata dei mercati, cosicché la discesa degli indici azionari sembra non voler finire mai. Gli operatori diventano sempre più nervosi ed ogni giorno arrivano affondi ribassisti alternati ad effimeri rimbalzi, con la tendenza a scendere che non riesce ad invertirsi o almeno a fermarsi. Così SP500 anche ieri ha chiuso in ribasso, per la quinta volta nelle ultime 6 sedute, e in tutte le sei ultime sedute ha realizzato un minimo inferiore a quello della seduta precedente.

Ieri il minimo del giorno precedente è stato sfondato addirittura due volte: la prima nelle prime fasi della seduta, con arrivo a 3.876 e la seconda a poco più di un’ora dal termine, con atterraggio a 3.859 e una perdita giornaliera provvisoria di quasi -2%. Ma quando l’ultima ora della seduta rischiava di catalizzare una capitolazione epocale, ecco che, magicamente, sono intervenute, ancora una volta, le mani sante dei supereroi che hanno il compito di salvare Wall Street dalle grinfie dell’orso. Senza particolari motivi, è partito un rimbalzo che ha riportato SP500 quasi in pareggio (-0,13%), cioè in paradiso, a confronto dell’inferno che sarebbe potuto capitare se avessero ceduto i nervi.

È questo rimbalzo il tanto agognato segnale di inversione che metterà fine alla correzione?

Pare un po’ presto per affermarlo. Tanti precedenti rimbalzi sono stati risucchiati nel vortice della correzione. Occorre che oggi l’indice non si fermi ai 3.930 punti finali di ieri, ma che continui a recuperare, per tornare sopra quota 4.000 prima della fine della seduta odierna. Se succederà, la candela settimanale avrà un aspetto decisamente meno brutto di quel che appariva sotto 3.900. Il completamento della figura di testa e spalle che avrebbe 3.400 come obiettivo ribassista finale, potrebbe anche essere negato la prossima settimana e l’apocalisse potrebbe rivelarsi solo un incubo.

Occorrerebbe che l’America, una volta tanto, prendesse esempio dall’Europa. Che Biden telefonasse a Putin, come sta facendo Macron e faranno gli altri leader europei, per intavolare una seria trattativa di pace che cessi le ostilità in Ucraina e sgombri il campo dal pericolo della guerra mondiale.

Che la FED mantenesse i nervi saldi ed imitasse la BCE, che non vuole esagerare con la stretta monetaria per non soffocare la crescita.

Che gli indici USA mostrassero la stessa tenuta di quelli europei, che hanno mantenuto con Eurostoxx50 il suo minimo del 9 maggio e sembrano sempre più disposti al recupero di quelli americani.

È un sogno? Forse. Ma tante cose possono capitare prima di lunedì.