La ripresa dalla crisi del Covid-19 di cui si continua a parlare per il settore dell'abbigliamento ancora non si vede. Secondo Reuters, infatti, dopo un 2020 da dimenticare i retailer del comparto continuano a soffrire per le riaperture a singhiozzo oltre che per i radicali cambiamenti nelle abitudini dei consumatori. Il principale problema sono le scorte di magazzino in eccesso. L'irlandese Primark, per esempio, ha ancora 150 milioni di sterline (171 milioni di euro) di invenduto per la stagione primavera-estate 2020 e 200 milioni (227 milioni di euro) per quella autunno-inverno. Si tratta di scorte che, abitualmente, verrebbero esaurite nei periodi di saldo. Il risultato? Sempre secondo Reuters, il fatto che colossi come la britannica Marks & Spencer o la tedesca Hugo Boss abbiano tagliato gli ordini per le prossime collezioni. Secondo la Bangladesh Garment Manufacturers Exporters Association 50 aziende del Paese asiatico che hanno partecipato a un sondaggio hanno ricevuto per il 2021 ordinativi del 30% inferiori rispetto alla media.

Produzione scesa in Cina del 7,7% nel 2020. Profitti del 21,3%

Un'indicazione chiara di questa tendenza arriva dalla Cina, che pure ha superato prima del resto del mondo la recessione del coronavirus e, a differenza di tutte le grandi economie globali, ha chiuso comunque l'anno in progresso (nell'intero 2020 il Pil di Pechino è cresciuto è del 2,3% contro il 6,0% del 2019, certo nella peggiore performance dal 1976 ma pur sempre di espansione si tratta). Secondo dati del ministero dell'Industria, citati dall'agenzia stampa Xinhua, nel 2020 i profitti del settore abbigliamento sono crollati del 21,3% in Cina rispetto al 2019 a 64,04 miliardi di yuan (8,2 miliardi di euro), a fronte di una contrazione dei ricavi operativi dell'11,3% a 1.370 miliardi (175,8 miliardi di euro). L'output del comparto è sceso del 7,7% nel 2020 a 22,37 miliardi di articoli prodotti.

McKinsey prevede calo vendite d'abbigliamento del 15% nel 2021

Su tali basi le prospettive per il settore a livello globale continuano dunque a essere quanto meno incerte. Secondo Euromonitor dopo il declino delle vendite del 17% registrato lo scorso anno, per il 2021 la stima è di recupero ma limitato all'11% mentre assai più pessimista è l'outlook di McKinsey, che prevede un calo del 15% rispetto al 2020. Note positive? I pigiami, e non è una battuta. Milioni di persone confinate in casa dalla pandemia, con telelavoro e didattica a distanza che hanno preso il posto delle normali attività in presenza, hanno sentito sempre meno la necessità di vestirsi in modo "adeguato", preferendo un abbigliamento più comodo come tute e, appunto, pigiami. "La domanda di pigiami è sui massimi di sempre ma non tutti possono produrli", ha dichiarato a Reuters Miran Ali rappresentante di Star Network (alleanza di produttori in sei nazioni dell'Asia) e proprietario di quattro impianti in Bangladesh.

(Raffaele Rovati)