Tornano i Merloni a Piazza Affari, passando stavolta dall’Olanda. Debutta domani infatti il titolo di Ariston Holding NV su Euronext Milan, l’ex Mercato Tematico Azionario. Il collocamento istituzionale aveva registrato un range di prezzo tra 10,25 e 12 euro, il pricing si è posto nella parte bassa della forchetta, a 10,25 euro per azione che comunque valorizzano (includendo la greenshoe) 3,375 miliardi di euro circa il gruppo in termini di capitalizzazione al prossimo campanello di Borsa.

Ariston: chi è e cosa fa

Ariston è un colosso da 7400 dipendenti con rappresentanze in 42 paesi e vendite in 150, con 23 siti produttivi e 25 centri di ricerca. Il gruppo produce soluzioni per il riscaldamento dell’acqua e degli ambienti, per esempio pompe di calore, caldaie ad alta efficienza, scaldacqua ad alta efficienza o rinnovabili, sistemi come pompe di calore ibride o sistemi di caldaie.
Il marchio Ariston è globale, c’è poi il brand ELCO per i servizi premium cui si aggiungono altri marchi nazionali come Calorrex, NTI, http, Chaffoteaux, ATAG e Racold, dunqueThermowatt ed Ecoflam.
Le unità di generazione di cassa (CGU) sono tre: Comfort termico (TC), Bruciatori (BUR) e Componenti (COM). TC ha un capitale investito di 880 milioni di euro, contro i 45,45 di BUR e i 37,48 di COM. Il tasso annuo di crescita composto del turnover delle tre unit è stato nbel periodo 2020-2022 rispettivamente del 4,7%, del 4,65% e del 2,16 per cento.

Per un breakout delle applicazioni è utile specificare che dei ricavi 2020 da 1,7 miliardi il 47% viene dal riscaldamento degli ambienti con caldaie standard e a condensazione, pompe di calore, sistemi ibridi e servizi diretti o ricambi; il 44% viene dal riscaldamento dell’acqua con scaldacqua elettrici o a gas, solare termico, pompe di calore, cilindri; le componenti occupano il 4% del giro d’affari e i bruciatori il 5 per cento.

In totale sono circa 7,5 milioni i prodotti venduti dal gruppo ogni anno e l’Europa copre il 69% delle vendite, seguita da Asia/MEA (18%) e Americhe (13%).

Ariston i proventi della quotazione e l’assetto proprietario

Gli introiti dell’IPO ammontano a 915 milioni di euro e il flottante ammonta al 23,77% che salirebbe al 27,11% in caso di esercizio integrale dell’opzione di over-allotment. L’operazione di collocamento ha coinvolto titoli nuovi ed esistenti è stata dunque solo parzialmente in aumento di capitale.

Esattamente 29.268.292 azioni sono di nuova emissione da parte della Società (con un ricavo lordo di circa € 300 milioni) mentre gli altri 49 milioni di azioni sono stati offerti da azioni esistenti in possesso di Merloni Holding e Amaranta.

Qui bisogna fare subito una precisazione sull’assetto azionario e la governance del gruppo. Pre-quotazione infatti la Merloni Holding controllata dal presidente esecutivo del gruppo Paolo Merloni controllava 66 milioni di azioni ordinarie e 198 milioni di azioni a voto multiplo (ciascuna vale 20 voti, ma c’è un tetto al numero di voti esprimibili). Pre quotazioni anche la Amaranta di Francesca Maria Merloni (sorella di Paolo) aveva 9 milioni di azioni ordinarie e 27 milioni di azioni a voto multiplo.

Dopo la quotazione i due azionisti venditori, assumendo anche l’integrale esercizio della green shoe, manterranno uno stretto controllo della società: a Merloni Holding il 64,14% del capitale e l’80,36% dei diritti di voto; ad Amaranta l’8,75% del capitale e il 10,96% dei diritti di voto.

Già a questo livello si intuisce il peso dell’incorporazione sotto la legge olandese, circostanza che ha anche fatto sì che il prospetto fosse approvato dall’autorità dei Paesi Bassi (la AFM) invece che dalla Consob. In seguito anche tutto il resto dalla comunicazione corporate dovrà tenere conto di questo assetto, d’altronde di quotate a Milano con sede in Olanda ormai Piazza Affari ha fatto una certa esperienza.

Come detto, Paolo Merloni è presidente esecutivo del gruppo. Lo affianca Laurent Jacquemin come amministratore delegato. Sono i soli due consiglieri esecutivi, ma li affiancano altri 10 membri del board, tra i quali la stessa Maria Merloni e Francesco Merloni, il padre dei due che ha guidato il gruppo per oltre quarant’anni.

Ariston, i numeri del 2020 e dei 9 mesi

Al mercato Ariston si presenta con il bilancio 2020 che ha visto i ricavi scendere da 1,73 a 1,69 miliardi di euro, ma l’utile operativo crescere da 134,4 a 149 milioni di euro grazie a un calo  notevole dei costi delle materie prime e delle forniture, che probabilmente invece il 2021 metterà alla prova. Gli utili dalle operazioni ordinarie sono passati da 89 a 96,6 milioni di euro.

La posizione finanziaria netta a fine 2020 era negativa per 187,7 milioni di euro (in miglioramento dai 179 mln di un anno prima). Il patrimonio netto era di 522,4 milioni di euro.

Aggiornando il quadro si possono evidenziare anche alcuni dati parziali del 2021: al 30 settembre i ricavi delle vendite mostrano un balzo (sui 9 mesi del 2020) da 1,02 a 1,3 miliardi di euro, con ricavi totali (comprensivi di altri proventi operativi) oltre quota 1,41 miliardi (vs. 1,129 mld). Nei nove mesi i costi del personale sono cresciuti per circa 22,9 milion portandosi a 307,6 mln circa. Il gruppo impiega 7.692 persone, dato in crescita sulle 7.384 unità di un anno prima. Le altre spese operativi sono passate nei 9 mesi da 21,4 a 23,1 milioni di euro.

Si arriva così a un utile operativo di 122,8 milioni (vs. 75,27 mln). Aggiungendogli proventi finanziari per 2,92 mln, sottraendogli oneri finanziari in calo a 8,95 milioni , considerando guadagni sui cambi per 1,33 mln e togliendo tasse per 1,73 mln (in forte calo dai 17,6 milioni) si arriva a un balzo dell’utile a 113 milioni dai 46,4 di un anno fa.
Nel mezzo però ci sono grandi sconvolgimenti perché la tassazione corrente è balzata da 22,9 a 51,6 milioni di euro a causa della tassa del 3% dovuta alla rivalutazione di asset tangibili e intangibili collegata al Decreto Legge 104/2020 (19,45 mln) e in parte all’incremento dell’utile ante imposte nelle varie giurisdizioni. Per bilanciare questa crescita della tassazione il gruppo ha messo in campo crediti di imposta per circa 49,8 milioni a fronte dei 5,3 mln dei primi nove mesi del 2020. Anche in questo caso ha influito la citata rivalutazione.

A fine settembre i beni immateriali del gruppo ammontano a ben 397 milioni di euro e si calcola un avviamento di 291 milioni di euro. I beni materiali, e in particolare la voce terreni, impianti e attrezzature, ammonta a fine settembre a 341,8 milioni di euro. 

Questioni stagionali e l’aumento delle vendite hanno portato a fine settembre le scorte a 284 milioni dei euro dai 265 mln di un anno fa. Gli aumenti delle materie prime stanno crescendo e pesano sul valore delle materie prime e dei valori finiti in stocking. I crediti commerciali si attestano a 227,5 milioni.

A fine settembre il gruppo ha un patrimonio netto consolidato di 530,9 milioni di euro in forte crescita sui 446,5 milioni di fine 2020. La posizione finanziaria netta del gruppo è negativa per 138,8 milioni di euro, in forte miglioramento dai 143,6 milioni di fine dicembre. Si può notare una storica forte liquidità (da 460 milioni a dicembre si flette a 396,8 milioni a fine settembre) che permette una posizione finanziaria di breve negativa per 130 milioni e una posizione finanziaria non corrente negativa per 443 milioni. 

Ariston, ragioni e obiettivi dell'IPO

Sulle ragioni e gli obiettivi della quotazione il prospetto afferma che l'IPO è parsa il prossimo passo logico nel suo sviluppo, dal 2020 sono cresciuti gli investimenti nella crescita organica e nella ricerca, nello sviluppo e nella rete di produzione. Crescita per linee interne ed esterne saranno gli obiettivi prossimi tramite lo digitalizzazione della distribuzione, lo sviluppo delle tecnologie e dell'industria anche in chiave sostenibile, il potenziamento dei brand. Gli introiti del gruppo dalla quotazione ammonteranno a circa 275 milioni di euro al netto delle spese per l'IPO.

(Giovanni Digiacomo)