Almeno tre forze potentissime spingono verso nuove fusioni bancarie in Italia. La prima è la pandemia. Montano le sofferenze (bancarie, ma non solo) e allagano i bilanci degli istituti di credito costringendoli a cercare un partner per la traghettata nel dopo-virus, quando i nodi verranno al pettine. Da soli si va più veloce, ma insieme si va più lontano, afferma un antico proverbio africano.

La seconda è MPS. Il Monte dei Paschi di Siena controllato dal Ministero dell’Economia con un bel 64,23% (il secondo azionista è al 4,32% Generali di cui torneremo a parlare). Il Tesoro deve però privatizzare entro la fine di quest’anno. Lo impongono le regole europee, la Bce e la Banca d’Italia, l’impegno del governo in tal senso ribadito lo scorso ottobre. È una patata bollente. MPS ha chiuso il 2020 con un rosso da 1,69 miliardi. Pesano 1,3 miliardi di componenti non operative tra le quali 984 mln di accantonamento a fondo rischi e oneri. In gran parte è il lascito dell’operazione Hydra, che non è il bombardamento inglese del ’43, ma un’operazione con la quale la sposa MPS si è pulita l’abito di 7,1 miliardi di euro di deteriorati lordi e si presenta così all’anno 2021 con NPL per 4,1 miliardi di euro appena. Il patrimonio è di circa 5,8 mld, ma il piano del gruppo senese al 2025 stima un ammanco di capitale (shortfall) da 2-2,5 miliardi di euro. La soluzione strutturale che tutti invocano, suggeriscono e in qualche caso temono è un matrimonio riparatore.

MPS-Unicredit: coincidenze sospette

Tutti hanno notato che Unicredit ha appena cambiato i vertici. 

Il nuovo ad Andrea Orcel è un esperto di fusioni: mise insieme il merger che portò alla nascita della stessa Unicredit e alla presidenza dell’istituto è appena andato l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Sarà un caso… ma tutto sembra suggerire un ruolo da sensale a Roma per le nozze tra Milano e Siena.

Certo potrebbero essere solo coincidenze, le eventuali nozze tra MPS e Unicredit, che in molti contrastano, potrebbero saltare. O essere rinviate. Nel magico mondo delle banche italiane il gioco delle combinazioni tra i fragili colossi del credito si fa e disfa dalla mattina alla sera. Di certo gli indizi di un trait d’union tra Unicredit ed MPS non sono pochi.

È chiaro poi che ci vuole un piano B. E qui tremano tutti, perché di una banca come MPS che ogni due o tre anni è pronta al rilancio, ma poi rivela “inattese” e pittoresche voragini (ricordate il contratto in cassaforte?), non sono proprio tutti entusiasti. Tanto meno in tempo di pandemia. Chissà cosa potrebbe venire fuori da quegli 82,6 miliardi di euro di finanziamenti alla clientela… Comunque sia, alcuni sono più netti di altri. Il Banco BPM, per esempio. 

 

Banco BPM: un occhiolino a Bper. MPS? No, grazie

Come noto da mesi il management della banca di Piazza Meda cerca un ruolo nella nuova campagna di fusioni e acquisizioni scatenata anche dalla maxi operazione di Intesa su Ubi Banca. Sabato scorso, però, a domanda secca, il presidente del Banco BPM Massimo Tononi ha precisato: “Diciamo che la nostra compatibilità industriale e finanziaria con Mps è decisamente meno convincente rispetto ad altre ipotesi”. Un no grazie gentile, ma reciso, che ovviamente ha incoraggiato le ipotesi di prossime nozze del Banco con Bper

Il dossier è una delle combinazioni più giocate al terno al lotto del prossimo risiko. 

Anche perché l’ultimo accordo del Banco con la compagnia assicurativa veronese Cattolica apre una finestra, non proprio un portone, ma un possibile passaggio. A settembre infatti scadrà l’accordo di bancassurance del Banco BPM con Covea, un lascito assicurativo d’altri tempi sulla ex rete BPM. Se il Banco volesse aprire questo spazio a Unipol, il socio di riferimento di Bper, potrebbe versare 26 milioni di euro a Cattolica, attivare un’intesa con l’ad di Unipol Carlo Cimbri e salvare capra e cavoli. Bper potrebbe fidanzarsi con il Banco BPM e il quadro generale si semplificherebbe per tutti (tutti quelli che rimarrebbero in gioco a quel punto ovviamente). 

 

Banche e assicurazioni: il groviglio chiama in causa Unipol e Generali

Tutto chiaro allora? Per niente. Verona infatti si è avvicinata con decisione a Trieste in questi mesi, con l’ascesa di Generali al 23,67% di Cattolica, che ne ha fatto il primo socio, prima anche della Berkshire Hathaway di Warren Buffet (9%) e della Fondazione Banca del Monte di Lombardia (3,16%). Una presenza leonina, verrebbe da dire, che Unipol non può ignorare. 

Tanto più che, come noto, in Generali c’è molta tensione per gli assetti mobili di Mediobanca. Leonardo Del Vecchio è salito al 13% di Piazzetta Cuccia e viaggia in direzione di un già autorizzato 20%; Francesco Gaetano Caltagirone, già è all’1% e sembra puntare al 5%. L’obiettivo sarebbe chiaramente stringere sul Leone di Trieste. Mediobanca ne è il primo socio al 13,4%, Caltagirone è il secondo socio con il 5% e Del Vecchio il terzo con il 3,16% del capitale. Cosa direbbero i patron di EssilorLuxottica e Cementir della eventuale convivenza di Cattolica con Unipol nelle partnership assicurative di un Bper-Banco Bpm tutto da inventare? 

Di certo, complice il cosiddetto compromesso danese, la storia dei rapporti fra assicurazioni e banche ha ancora molto da raccontare. Qualcuno ha notato infatti che la più grande banca d’Italia, Intesa, è l’unica di una certa taglia con una compagnia assicurativa in-house. Sarà un caso?
C’è poi anche la disperata ricerca delle banche di nuovi business in tempi di tassi a zero che mortificano i margini di interesse. Si intreccia con quella digitalizzazione forzosa cui tutti puntano per sopravvivere ai nuovi concorrenti che non passano dallo sportello. Tipo Satispay, Google Pay, Apple Pay e così via web e telefonino. Roba da non far dormire i cassieri.

Banche, l’appuntamento con il fintech che non si può perdere

È questa infatti la terza potentissima forza che caratterizza questa nuova stagione di M&A bancario all’italiana. La doppia sfida della redditività e del digitale

Qualcuno – ma da un pulpito interessato - ha affermato che i bilanci bancari sembrano avere ottenuto dalla politica monetaria espansiva ben più di quanto abbiano perso.

“Se guardiamo come la persistenza di tassi negativi danneggerà questi bilanci [quelle delle banche, ndr], lasciatemi aggiungere un altro fattore: che la redditività nell’Eurozona, la redditività delle banche, è intaccata in diversi casi molto di più da altri fattori come il costo della copertura delle esposizioni (cost-coverage ratio) che in alcuni Paesi è molto, molto sopra ogni media. Dalla presenza di masse di crediti deteriorati, che da tutti i punti di vista sono sopra ogni media; dall’overcrowding (“affollamento”) che consente che vi siano fattori specifici strutturali e di business model che impattano sulla redditività complessiva”

Sapete chi l’ha detto? Mario Draghi, a inizio 2019 da presidente della Bce. Vogliamo credere che ora da premier italiano non favorirà razionalizzazioni e aggregazioni che sono da sempre il pallino dell’Eurotower? 

Banche, la Valtellina si fa notare

In Italia è già in corso l’opa del Credit Agricole sul Creval, dopo le conquiste francesi negli anni passati di BNL e di Cariparma. Certo i 10,5 euro offerti dal Credit Agricole al mercato sono sembrati davvero pochini, tant’è che il titolo Creval si è subito posizionato sopra quella soglia e ancora ieri Alta Global, fondo russo al 7% da tabelle Consob, ha chiesto un rialzo dell’offerta, dopo che già Petrus Advisers (allora al 3%) aveva bocciato il prezzo proposto dai francesi a febbraio. La compagine azionaria della banca guidata da Luigi Lovaglio è diventata tanto affollata da non promettere niente di buono all’opa del Credit Agricole. Se infatti tutto era cominciato con Denis Dumont, oggi al 5,78%, in poco tempo si sono aggiunti Algebris (al 5,28%) e DWS (5,18%), non proprio il tipo di soggetti finanziari che aderiscono a un’offerta sotto i valori attuali di borsa. Come a dire che sul Creval risanato sicuramente le sirene dell’M&A fanno presa, ma è opinione comune che non sia banca svendere.

E nel variegato panorama delle “medie in cerca d’autore”, come qualcuno le ha definite lo scorso San Valentino si potrebbe aggiungere la Popolare di Sondrio, che dovrà trasformarsi in Spa entro quest’anno, proprio mentre al Tesoro si cerca una soluzione per MPS. La Valtellina potrebbe insomma sparigliare le carte, senza considerare l'ipotesi di una Banca del Sud con MPS e Banca Popolare di Bari: rispolverebbe il vecchio teorema (non dimostrato) che due fragilità si possono trasformare in una solidità. Sim Sala Bim, direbbe il mago Silvan. 

Trarre un costrutto da tutto questo è senz’altro azzardato. Unicredit sembra proprio guardare a Siena, pur con parecchie perplessità. A partire da quella sul contenzioso legale che qualcuno stima in 10 miliardi e qualcun altro in 15 miliardi di euro, ma che sicuramente è imponente visto che copre buona parte del miliardo accantonato con particolare riferimento ai casi sull’aumento di capitale e sugli accordi contrattuali. 

Si dirà che Unicredit è una delle banche più solide d’Europa. Ci mancherebbe, visto che dopo un discusso aumento di capitale da 13 miliardi, ha venduto di tutto, spesso a sconto, da Fineco a Pekao, da Pioneer ai pagamenti con carte a Ukrostsbank, agli immobili… Forse l’obiettivo era fondersi con SocGen, forse quello di togliere dal fuoco qualche castagna tedesca (leggi Commerzbank). In pratica il gruppo è più forte, ma più magro. Il risultato della dieta potrebbe essere la taglia giusta per l’abito da sposo, ma di Mps. 

Se le nozze più attese degli ultimi anni si celebreranno, probabilmente saranno un viatico per l’unione di Bper e Banco BPM, che dovranno crescere per non rischiare di diventare prede o precipitare nella marginalità. 

Tutti matrimoni in casa insomma. A dimostrazione che poi l’Europa delle banche è un po’ come il resto del Vecchio Continente: alla fine decidono le capitali e se possibile si fa un favore ai francesi.