Perché Joe Biden non modifica le politiche di Donald Trump sulla Cina? Il presidente Usa, prima ancora di entrare in servizio lo scorso 20 gennaio, aveva indicato chiaramente che avrebbe fatto il possibile per cancellare quanto fatto dal suo predecessore alla Casa Bianca.

E finora ha mantenuto le sue promesse, per quanto la risicata maggioranza dei Democratici al Senato Usa gli abbia permesso. Su praticamente tutti i fronti ma non quello che era stato il più caldo dell'ormai archiviata amministrazione Trump: non l'ambiente e neppure l'immigrazione ma la guerra commerciale con Pechino. A essere colpita dalla campagna cinese di Trump, nonostante diversi osservatori avessero ricosciuto che garantiva un maggiore potere contrattuale a Washington, era in primis l'economia Usa.

Era stato evidente sin dall'inizio che non sarebbe servita a spingere la Cina a cambiare le sue "pratiche commerciali sleali". Uno studio condotto nel 2019 da ricercatori di Fondo monetario internazionale (Fmi), Harvard University, University of Chicago e Federal Reserve Bank of Boston, aveva evidenziato "il passaggio quasi completo delle tariffe" commerciali imposte da Trump alla Cina sugli Usa. Basandosi sui dati doganali e dei retailer la ricerca aveva mostrato quanto fosse limitato il costo trasferito sui produttori cinesi.

Perché Biden ha scelto politica su Cina come unica da sostenere?

"Perché abbia scelto la politica di Trump sulla Cina come l'unica che vale la pena di sostenere, quando ha letteralmente cercato di cancellare ogni altra di quelle che ha ereditato? Questa è una domanda importante cui bisogna rispondere", ha dichiarato al programma della Cnbc Squawk Box Asia, Stephen Roach, economista della Yale University.

"La situazione sta andando di male in peggio e non deve succedere. Abbiamo bisogno, credo, di un approccio più equilibrato da parte di Usa e Cina per tornare alle aree che abbiamo in comune", ha aggiunto Roach, in passato chairman di Morgan Stanley Asia.

Le prime mosse dell'amministrazione Biden non fanno ben sperare in un cambio di passo, nonostante sia chiaro come la guerra commerciale non abbia messo in crisi la Cina: il rallentamento della sua corsa, per altro moderato, è stato per lo più dovuto alla pandemia di Covid-19 e non certo alle bellicose politiche di Trump, che anzi hanno spinto Pechino a rafforzare gli sforzi per una maggiore autonomia dai Paesi occidentali, a partire dall'ambito tecnologico.

Segnali di distensione arrivano dall'Iran. Messaggio per Pechino?

Forse, però, la scelta di Biden è quella di temporeggiare, per cercare di uscire vincitore dalla partita pur mantenendo l'aspetto mediatico delle scelte di Trump (che era riuscito a vendere l'idea di un'America più forte nonostante il costo delle sue politiche commerciali ricadesse proprio sulle spalle dei suoi sostenitori).

In questo senso si possono notare nuovi sviluppi sul fronte iraniano. Teheran, come Pechino, era stata un bersaglio privilegiato di Trump e Biden aveva confermato tali scelte. Nei giorni scorsi, però, si sono iniziati a vedere i segnali di un disgelo (e non va sottovalutato il fatto che proprio di recente Iran e Cina abbiano siglato un accordo di partnership strategica della durata di 25 anni).

Il presidente iraniano Hassan Rouhani ha dichiarato che i colloqui iniziali con Usa e altre potenze mondiali a Vienna per salvare l'accordo sul nucleare (siglato nel 2015 sotto l'amministrazione di Barack Obama e rinnegato da Trump nel 2018) sono stati un "successo". Teheran e Washington hanno descritto i colloqui come un "passo utile" e "costruttivo" nonostante nessuno dei due rappresentanti si sia effettivamente incontrato faccia a faccia.

(Raffaele Rovati)