Uscito di scena (per ora?) l'ingombrante Donald Trump, Usa e Ue sembrano oggi più vicine, non solo per quanto riguarda gli scambi commerciali tra le due sponde dell'Atlantico (potrebbe addirittura arrivare un accordo sulla disputa ventennale per gli aiuti di Stato a Boeing e Airbus) ma anche nel fare fronte comune contro la Cina, che appare assai più isolata di quanto fosse solo pochi mesi fa (in dicembre, quando Trump era ancora in carica, Bruxelles e Pechino aveva siglato un importante accordo sugli investimenti che adesso rischia di essere cancellato). Evidente come il tema vero del contendere non siano i diritti umani ma il ruolo di futura potenza dominante a livello globale cui, anche giustamente, Pechino punta. Oggi, però, i riflettori sono tutti sulla gestione dell'autonomia di Hong Kong e, soprattutto, sul trattamento che Pechino riserva a minoranze etnica come i musulmani uiguri dello Xinjiang.

Boicottaggio per la svedese H&M sulla piattaforma T-Mall di Alibaba 

Tema che giustamente (o incautamente?) è stato toccato anche da alcuni big industriali d'Occidente che per questo. La Cina, però, è un mercato troppo importante per tutti i settori, dall'aumotive a quello del lusso. E lo è ha maggior ragione in vista di un'uscita dalla pandemia di coronavirus che promette di regalare tassi di crescita decisamente migliori proprio al colosso asiatico. Come ricorda Barron's, società che si sono lasciate andare a commenti sullo Xinjiang, o che fanno parte della Better Cotton Initiative (associazione che si batte per standard e pratiche più sostenibili nella produzione di cotone, che vanta tra i suoi membri colossi che vanno da Gap a Ikea), hanno già iniziato a subire un boicottaggio e sono dovute correre ai ripari. Come nel caso di Hennes & Mauritz (H&M, secondo maggiore retailer d'abbigliamento al mondo dopo Inditex), costretta a ribadire l'impegno di lungo periodo nei confronti della Cina, dopo che T-Mall (piattaforma di e-commerce di proprietà del gigante Alibaba Group Holding) aveva rimosso lo store di H&M dal suo sito.

Il retailer occidentale più esposto alla Cina? Oggi è Swatch Group

Da Lvmh Moet Hennessy Louis Vuitton a Nike, dal colosso del lusso newyorkese Tapestry a Canada Goose, quali sono i retailer più esposti al mercato cinese? Secondo i dati di FactSet, in prima fila c'è Swatch Group, che genera il 42% delle vendite proprio nell'ex Celeste Impero. Al secondo posto ci sono le calzature di Skechers Usa (29%), poi Adidas (23%), Burberry e l'altro gigante dello sportsweare Nike (entrambi vendono il 17% del totale in Cina). I dati sono incompleti: non tutte le aziende forniscono risultati disaggregati (in alcuni casi sono comunicati solo come macro-regioni e quindi all'interno dell'Asia-Pacific). Secondo John Kernan, analista di Cowen, nel caso per esempio delle rivali Nike e Adidas (il business di entrambe è già significativamente sostenuto dalla performance in Cina), il mercato cinese potrebbe arrivare a pesare fino al 40% nel breve termine. Il che comporta che, al di là delle valutazioni etiche, tensione politiche più o meno forti diventano fattore di rischio da considerare anche per le prospettive degli andamenti dei titoli in Borsa.

(Raffaele Rovati)