Vuole essere un po' una provocazione la nostra rispetto a un problema che è esploso, quello del caro energia, dovuto al rialzo del prezzo del gas innescato dalla Russia: le vicende geopolitiche sono note, così come appare evidente il fardello che ciò ha a livello di inflazione italiana. L’effetto sulle bollette delle famiglie rischia di pesare davvero tanto e di causare reazioni a catena. Che fare allora? A qualcuno è venuto in mente di trovare una compensazione – magari solo parziale – investendo un po' di soldi sulle obbligazioni dell’emittente Russia o espresse in rubli. Ne varrebbe la pena? Facciamo il punto su un contesto obbligazionario certamente articolato.

No con i bond governativi

La prima opzione, quella dei titoli di Stato di Mosca espressi in dollari e trattati su Tlx, non è assolutamente praticabile per due motivi: nella maggior parte dei casi hanno taglio 200.000; l’unico a lotto 10.000 è l’“esagerato” 12,75% 2028 (Isin XS0088543193), che quota però sui 154 $ con il rendimento a scadenza del 3,4%, modesto per lo scopo ipotizzato. Sul mercato Otc ci sono tante altre emissioni ma il quadro risulta simile a quanto appena descritto. È ovvio come un cedolone del 12,75% soddisfi i requisiti di un rilevante flusso cedolare ma il rischio di perdere nei prossimi due anni parte di quanto investito, per un ulteriore calo delle quotazioni oltre quello già evidenziatosi da metà settembre, appare troppo elevato per giustificare questa scelta.

Sì con i bond in rubli

L’altra strada è quella più classica delle emissioni di organizzazioni sovranazionali ad alto rating espresse in rubli. Qui la situazione appare nella fase in corso molto favorevole per due motivi: la valuta è debole e i rendimenti sono nettamente saliti, complice l’inflazione (8,4% su base annua), che a sua volta ha colpito la Russia obbligando la Banca centrale a rialzare i tassi, saliti precipitosamente all’8,5%. Ne consegue fra l’altro una curva completamente piatta, che avvantaggia le scadenze corte rispetto alle lunghe. Ecco allora un mini portafoglio di bond quotati su Borsa Italiana adatti all’esigenza del caso, con la premessa di scaglionare il posizionamento almeno su tre scadenze diverse. Per esempio:

  • Ebrd 6% 2023 (Isin XS1555164299 – taglio 50.000 Rub = 585 euro): quota sui 95,8 con un rendimento al 9%. Ha rotto al ribasso quota 100 a luglio e nelle ultime settimane ha accelerato nella discesa.
  • Ifc/World Bank 7,25% 2024 (Isin XS2406011507 – taglio 100.000 Rub = 1.170 euro): quota sui 97 con un rendimento all’8,5%. Netta l’accelerazione ribassista dal 7 gennaio in poi.
  • Ifc/World Bank 6,5% 2026 (Isin XS1945291398 – taglio 100.000 Rub = 1.170 euro): quota sui 94 con un rendimento all’8,2%. Anche in questo caso debolezza da settembre in poi.

Con uno yield medio dell’8,56% la triade garantisce il compito affidatogli, con un solo rischio, quello di un ulteriore allentamento del rublo. Nel corso del 2021 veniva dato come una delle valute potenzialmente forti per l’anno in corso. In realtà ciò non sta avvenendo, complici le vicende geopolitiche sull’Ucraina. È pur vero che a 87 Eur/Rub si avvicina ai minimi storici dell’autunno 2020 sui 92. Ne consegue che se le obbligazioni in valuta locale “regalano” da una parte rendimenti eccellenti dall’altra acutizzano le incertezze sul cambio. Che potrebbe però tornare nel medio termine a essere un aggiuntivo fattore di profittabilità nell’incasso dei controvalori cedolari.