Superato martedì l’1% di rendimento, il decennale italiano si è spinto oltre (chiusura ieri sera all’1,056%) ma da mercoledì è rimasto ingabbiato in una fase di quotazioni oscillanti all’interno di un range molto stretto. Cosa è successo? La valutazione dei fattori di indebolimento per i nostri titoli di Stato trova una motivazione quanto meno sorprendente secondo non pochi analisti del mercato: nasce dalla decisione della Nuova Zelanda di rialzare i tassi di interesse.

Partiamo da Wellington…

Un Paese agli antipodi che decide – in un contesto molto più liberale dal punto di vista economico rispetto alla vecchia Europa – di aumentare il costo del denaro per due volte in due mesi – dallo 0,25% allo 0,50% il 6 ottobre e dallo 0,50% allo 0,75% il 24 novembre – traina quindi i titoli di Stato della periferia europea, il che è stravagante ma dimostra quanto esasperata sia la situazione del mercato obbligazionario, sensibile e volatile oltre ogni limite. Gli esperti della banca tedesca Commerzbank hanno in realtà spiegato il quadro in corso in maniera più ampia, attribuendolo anche a Pmi europee sorprendentemente forti, alle intenzioni di un “tapering” da parte della Bce e alle attese di un rialzo dei tassi da parte della britannica Boe nel corso delle prossime settimane. Relativamente alle decisioni della Nuova Zelanda sorprende il fatto che il relativo dollaro non si sia rafforzato dopo l’annuncio della locale Reserve Bank ma all’opposto si sia indebolito, seppur di poco. È stato visto come un segno di tensione quasi esasperata nei confronti di un’inflazione galoppante anche laggiù, con l’ultimo dato salito al 4,9%. Per la tedesca DZ Bank i nervosismi dei Btp, così come dei bond greci e spagnoli, dipenderebbero da un ulteriore motivo: il nuovo Governo di Berlino potrebbe essere molto meno rigorista rispetto a quello di Frau Merkel. 

…e arriviamo a Roma

Il decennale italiano si è mosso ma il relativo future molto meno: da due giorni si appoggia sul supporto dei 150,17, non tale da poter individuare una netta svolta ribassista. Certamente si conferma invece il trend di variazioni intraday fra massimo e minimo più ampie rispetto agli ultimi mesi. Il che non viene confermato dai Btp extralunghi, allineati in una dinamica discendente molto tecnica, all’interno di un canale orso iniziato a metà agosto. Certamente la discesa del 2,15% 2072 in intraday addirittura sotto i 95 euro, un allargamento della distanza dall’ormai nettamente sovrastante media mobile 200 per la quotazione del 2,8% 2067 e la forte volatilità del Btp€i 0,5% 2051 sono tutti avvisi di cui tenere conto per i navigatori specializzati in titoli di Stato italiani. Il più nervoso in assoluto si conferma ancora una volta proprio il Btp€i 2051, il cui grafico evidenzia candeloni rossi e verdi quasi ogni giorno. Tecnicamente il supporto dei 97,5 euro tiene, ratificando come questo “inflation” sia il nuovo campione del trading, con variazioni intraday nettamente superiori rispetto a quelle dei tassi fissi puri. Da quattro giorni per esempio si colloca sopra il 2% e addirittura ha superato il 2,5%, mentre l’equivalente Btp 1,7% 2051 sta costantemente sotto la percentuale del 2%. 

Volendo seguire con precisione gli impulsi del mercato il miglior termometro è però lo 0,95% 2031: alla chiusura di ieri a 99,07 euro si contrappone un ben delineato supporto a 97,42 euro e una resistenza a 99,9 euro. La maggior vicinanza a quest’ultimo individua una voglia di rialzo nelle prossime sedute con un possibile target a 100,9. La fotografia dei Btp sta in questi numeri, tutto sommato abbastanza compressi rispetto a quanto si è detto e si è temuto negli ultimi giorni.