I numeri sono numeri: l’aumento del costo della vita negli Stati Uniti ha raggiunto a ottobre il 6,2%, il massimo da 31 anni, mentre si è limitato al 4,6% al netto dei rincari per alimentari e prodotti petroliferi. La Fed intanto espande le sue stime di inflazione core dal 3,0 al 3,7% per quest’anno. Se i numeri sono così forti perché gli investitori obbligazionari continuano a tenere in portafoglio bond high yield e corporate a tasso fisso? Tutti i relativi indici si dimostrano infatti molto stabili e lo avvalora lo stesso decennale Usa, collocato ieri attorno all’1,6%, con una resa reale – cioè depurata dell’inflazione – negativa del 2%. Anche oltre Oceano si sta diffondendo quindi un virus letale, quello in base al quale la detenzione di titoli di Stato si giustifica, pure in presenza di perdite tutt’altro che trascurabili. C’è una sola scusante: la convinzione che tali evoluzioni siano passeggere. E se non lo fossero? Nelle ultime giornate vari report hanno asserito che quella che vedremo non sarà inflazione ma super inflazione.

La risposta è una sola o meglio due 

Eppure i titoli a tasso fisso non vogliono cedere i livelli raggiunti e lo confermano i molti Etf su bond in dollari quotati a Borsa Italiana. Reggono e addirittura in alcuni casi mettono a segno piccoli incrementi di prezzo giorno dopo giorno. Il perché ha una motivazione abbastanza semplice, anzi due:

  • malgrado tutto non si crede che la Fed possa aumentare i tassi oltre i 50 pb nel corso del 2022;
  • se esistessero alternative il mercato venderebbe ma nella fase in corso il rapporto rischio/rendimento dei bond è considerato tuttora in maniera favorevole.

Mancano emissioni in Europa

Intanto nell’area Bce si nota un fenomeno preoccupante: manca carta! In altre parole la domanda di titoli di Stato e di emissioni corporate con buoni rating è nettamente superiore rispetto all’offerta. Lo evidenzia la Germania: ha annunciato di voler proporre a breve termine Bund per 16 miliardi di euro contro i 15,5 in scadenza, cui si aggiungono 25-30 miliardi di acquisti da parte della Banca centrale. È evidente come si apra un buco, che non si riesce nemmeno a chiudere con le speculazioni. Sta circolando infatti la voce – del tutto trascurata dai mercati – che Eurotower avrebbe superato il limite imposto del 33% di acquisti di ogni singola nuova emissione, muovendosi in alcuni casi addirittura verso il 50%. In altri momenti questa indiscrezione – vera o falsa che sia – sarebbe stata la causa di terremoti per le quotazioni ma questa volta invece non è successo nulla, poiché il mercato si sta ingessando (forse per poco?), con una prevalente attenzione rivolta agli “inflation linked”, sempre meno liquidi e più cari, salvo qualche rara eccezione, penalizzata magari da scadenze lunghissime e quindi da un reale rischio di rialzo dei tassi, nemico mortale per tale categoria di bond.

L’alternativa c’è 

Il quadro caotico spinge a valutare la sola categoria di obbligazioni che oggi hanno ancora un rendimento reale positivo: sono quelle dei Paesi emergenti, emesse da organizzazioni sovranazionali e quindi quasi prive di rischio di credito. Loro infatti si muovono molto nelle quotazioni ma per due altri motivi: le valute e le politiche monetarie dei relativi Paesi. Da notare poi che in presenza di inflazione, essendo esportatori di materie prime (tutti salvo la Turchia), traggono vantaggi da quest’ultimo fattore, che fa da ammortizzatore rispetto alle pressioni di incremento dei prezzi. Le quotazioni dei bond emergenti sono ancora accettabili e ne consegue che gli Etf con sottostanti emissioni di Stato nelle valute locali hanno dei margini, con redimenti di tutto rilievo. Se gli “inflation” dei Paesi sviluppati sembrano essere scappati di mano, il vasto mondo degli “Em” mostra per il momento spazi di crescita, seppur con dinamiche talvolta violente. Sono un po' come il sale sugli alimenti: danno gusto in attesa - si spera - di altri piatti più appetitosi.