La riunione della FED, ed il disastro comunicativo di Powell, continuano a produrre lo smottamento dei mercati obbligazionari ed azionari.

Facciamo una breve cronistoria dei pasticci combinati dalla FED. Il mese di aprile è stato pessimo per i mercati finanziari azionari ed obbligazionari. È trascorso tutto a scontare l’allungamento della guerra d’Ucraina, ma soprattutto il mutamento rapido e frenetico di atteggiamento delle principali banche centrali, con a capo la FED americana, nei confronti dell’inflazione, diventata il nemico pubblico numero 1, dopo un anno di colpevole ed ostinata sottovalutazione.

Il crollo delle quotazioni obbligazionarie ha trascinato in alto tutta la curva dei rendimenti, e l’ha appiattita, poiché ha cominciato a farsi strada nei mercati la convinzione che la risposta all’inflazione sarà data senza risparmiare munizioni, attraverso un anno di rialzi continui ed aggressivi dei tassi ufficiali, a ritmi mai visti negli ultimi 20 anni di politiche monetarie prevalentemente super accomodanti. Una strategia che porterà probabilmente l’economia USA, e certamente quella europea, gravata anche dalle conseguenze nefaste della guerra d’Ucraina, ad assaggiare presto una nuova fase di recessione. Con la possibilità abbastanza concreta che l’inflazione non sia del tutto debellata e ci si ritrovi dentro la palude economica della stagflazione (inflazione + stagnazione).

L’inversione della curva dei rendimenti USA, con il differenziale tra il rendimento decennale e quello biennale dei Treasury diventato negativo ad inizio aprile, ha sancito questo brutale cambio di stagione, dopo l’era del rimbalzo post-pandemico del ciclo economico, esauritosi nel 2021.

L’inizio di maggio ha visto qualche seduta stabile, in attesa della riunione FED. Mercoledì scorso il comunicato ufficiale FED ha avviato la stagione dei rialzi aggressivi dei tassi, con un ritocco di mezzo punto, e ne ha annunciati altri per le sedute successive. Ma le parole di Powell hanno indorato la pillola, lasciando intendere che la recessione non dovrebbe essere e che la FED limiterà la sua aggressività di pari passo con l’attenuarsi dell’inflazione. In ogni caso ha escluso rialzi da 3 scalini (0,75%), che il mercato temeva di vedere a giugno. Perciò la fase finale della seduta del 4 maggio ha celebrato un rimbalzo liberatorio da +3% per l’indice SP500.

Ma il giorno seguente si sono avvicendati interventi e prese di posizione di membri FED, che hanno in pratica rettificato l’interpretazione benevola che il mercato ha dato a caldo delle parole di Powell. Questi interventi hanno implicitamente chiarito, con i tecnicismi tipici dei banchieri centrali, che la FED non vede ora di buon occhio un rimbalzo dei mercati, perché se avvenisse e fosse significativo, andrebbe a vanificare il restringimento delle condizioni finanziarie, che la Fed persegue per combattere l’inflazione. La sostanza è che se i mercati saranno baldanzosi occorrerà attendersi una FED più aggressiva.

Perciò venerdì abbiamo assistito al clamoroso dietrofront interpretativo, con gli indici impegnati a restituire più di quanto avevano recuperato mercoledì scorso. Venerdì la confusione ha impedito movimenti significativi ed ha prodotto una seduta ancora ribassista, anche se il minimo del 2 maggio ha resistito.

Il week-end però non ha portato tranquillità ed i compratori non sono usciti allo scoperto nella prima seduta della settimana. La mitica FOMO (Fear of Missing Out: paura di perdere il rialzo) e la tecnica di comprare i supporti, che tante volte abbiamo visto all’opera lo scorso anno, sembrano ormai reperti archeologici. Nessuno è sembrato aver fretta di comprare. Sembra che si preferisca attendere il dato sull’inflazione di aprile, che verrà reso noto domani, sia in USA che in Germania.

Piuttosto, parecchi operatori sembrano essere timorosi che si ripeta quel che si è visto negli ultimi mesi, cioè che il rialzo dei prezzi al consumo ha sempre superato le attese ed ha portato l’inflazione a vette sempre più alte. Perciò anche ieri il mercato è stato in balia dei venditori. Il livello di area 4.000 per l’indice USA SP500, che da tempo ho indicato come possibile area di “bottom”, su cui dovrebbe terminare questa correzione, è stato raggiunto. Mentre l’Europa precipitava verso i minimi di marzo (Eurostoxx50 ha chiuso a -2,82%), Wall Street ha vissuto un’altra seduta assai pesante, trascorsa tutta in ribasso e con chiusura a quota 3.991 (-3,20%). In questo modo ha segnato un nuovo minimo alla correzione in atto, completato un modello di inversione ribassista (testa e spalle) decisamente ampio e con un obiettivo di ulteriore calo impronunciabile. Perciò non lo pronuncio, fino a quando questa rottura non sarà ulteriormente confermata. Il crollo ha coinvolto anche Nasdaq100 (-3,98%) e Russell2000 delle small cap (-4,48%).

Una vera e propria capitolazione da parte dei tori, in preda al panico e terrorizzati dall’orso.

Oggi, perciò, la seduta si presenta come decisiva. Occorre che il mercato rimbalzi sopra quota 4.000 in modo impulsivo. L’incide SP500 deve mantenersi sopra il minimo di ieri (3.976) e deve riuscire a tornare almeno sopra 4.035 (prima resistenza). Poi il rimbalzo dovrà prendere forza nel resto della settimana e scavalcare anche 4.158 (massimo di venerdì scorso).

Se questo succederà, il conteggio delle onde non dovrà essere cambiato e, oltre 4.308, potremo dichiarare chiusa la correzione e prepararci al rally estivo dell’onda 5 verso i massimi storici.

Non voglio peccare di temerarietà, ma questa per me è ancora l’ipotesi prevalente, almeno fino a prova contraria. Che però verrà data se il calo dovesse proseguire anche oggi al di sotto del minimo di ieri.