Che cosa scontano i massimi storici?

A prima vista e soprattutto se si guarda all’andamento del principale indice azionario mondiale, cioè l’americano SP500, l’impressione che si ricava è che l’azionario abbia fretta di riprendere i festeggiamenti che, a dire il vero, hanno già occupato gli ultimi 12 mesi, e solo in settembre hanno richiesto un mesetto o poco più di pausa.

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A prima vista e soprattutto se si guarda all’andamento del principale indice azionario mondiale, cioè l’americano SP500, l’impressione che si ricava è che l’azionario abbia fretta di riprendere i festeggiamenti che, a dire il vero, hanno già occupato gli ultimi 12 mesi, e solo in settembre hanno richiesto un mesetto o poco più di pausa.

Non so come descrivere in altro modo il recupero in due sole settimane di tutto quel che quel che si era perso in quasi 5 di ribasso settembrino.

Se però poi mi chiedo che cosa l’indice abbia fretta di festeggiare, non riesco a trovare risposte convincenti.

Se cerchiamo nell’economia le motivazioni idonee a giustificare il comportamento delle diverse categorie di asset finanziari che ogni giorno vengono scambiati sui mercati, troviamo infatti una situazione abbastanza confusa e contraddittoria.

Cominciamo dal fotografare l’economia, che sta mostrando una decisa contrazione del ritmo di crescita. In USA il rallentamento della velocità di crescita del PIL, nel trimestre appena passato, è stato annunciato da diversi indicatori che anticipano quel che poi le statistiche ufficiali del PIL cominciano a rivelare quasi un mese dopo la fine di ciascun trimestre. 

La prima stima ufficiale del PIL USA del 3° trimestre l’avremo questa settimana, per la precisione giovedì 28. La prima stima, detta “advance” è poi oggetto di revisione nelle settimane successive con altre due stime più accurate, ma fornisce una prima misurazione rapida della velocità di crescita dell’economia USA. Gli analisti, dopo la crescita che nel secondo trimestre ha raggiunto il +6,7% annualizzato, per il trimestre estivo sono molto più cauti e si limitano a prevedere un tasso di crescita del +2,8%. In tempi normali sarebbe anche un discreto risultato, dato che la media dello scorso decennio è stata appena di poco superiore al 2%. Ma dopo un +6,7% lascia un po’ di amaro in bocca e sembra confermare che il picco del rimbalzo post-pandemico è già arrivato in primavera.

Non possiamo ancora parlare di stagnazione, né, tantomeno, di recessione, ma di rallentamento di ritmo certamente sì.

A questo dobbiamo aggiungere che il panorama produttivo risulta piagato dalla carenza di materie prime e semilavorati, dovuta ai lockdown ed al caos che questi hanno provocato sugli ordini e sulle decisioni di investimento nei mesi scorsi, interrompendo in più punti la catena dell’offerta. Il risultato è che aziende che avrebbero ordini da evadere debbono lasciare a casa il personale perché i componenti da assemblare non arrivano. Il caos dei microchip, la cui carenza sta arrestando gran parte delle imprese automobilistiche, è emblematico, ma la stessa cosa vale per molti altri settori.

Perciò non ci dovremo stupire se il ritmo di crescita calerà anche nei prossimi trimestri.

Ma la questione della carenza di risorse, che limita l’offerta, si accompagna ad una domanda che invece è piuttosto sostenuta e che vuole spendere gli aiuti, a mio parere decisamente troppo copiosi, elargiti dai governi per far uscire in fretta il mondo dalla recessione da Covid.

Offerta bloccata e domanda in forte aumento producono spinte inflazionistiche. E’ l’inflazione l’ospite del 2021. Invitato per anni a tornare in mezzo a noi dal mantra dei banchieri centrali (“l’inflazione è cosa buona e giusta e serve per la crescita”). Ora è arrivata, e sembra non aver troppa voglia di andarsene. Le banche centrali cominciano ad essere a disagio. Dopo aver profetizzato per mesi che sarebbe stato un fenomeno transitorio, ora constatano che qualcosa debbono pur fare per limitarne la baldanza. Powell venerdì ha praticamente confermato che a novembre partirà il “Tapering”, cioè la riduzione progressiva degli acquisti di Treasury ed altre obbligazioni, fino all’azzeramento degli acquisti previsto intorno a metà 2022. Non siamo ancora al rialzo dei tassi, ma qualcosa si muove in quella direzione.

I mercati obbligazionari stanno già scontando un po’ di restrizione monetaria. Dai minimi di quest’estate ben sotto 1,20%, il rendimento dei Treasury Bond decennali è già risalito fino al 1,70%, toccato la scorsa settimana, a pochi punti base dai massimo annuale di 1,77% raggiunto nel marzo scorso, al primo spavento procurato dal balzo dell’inflazione.

Tutto ciò non è buono per l’azionario. Non si capisce perciò in base a quale strana aspettativa  l’indice SP500 sia tornato al massimo storico.

L’impressione è che il rabbioso rialzo sia stato un tantino forzato dalle mani forti, che magari puntano su trimestrali boom da parte dei big della tecnologia per incassare scommesse primaverili. Oggi avremo Facebook e in settimana arriveranno Apple, Alphabet, Amazon e Microsoft. 

Finora le trimestrali presentate sono state mediamente buone, ma non eclatanti come nel trimestre passato. Se il settore bancario, che presenta sempre i conti molto velocemente, non avesse contribuito con numeri molto buoni, la media delle sorprese positive non sarebbe stata finora molto brillante. Ci penseranno i big della tecnologia a giustificare l’eccesso di ottimismo che mi sembra di notare?

Vedremo.