Mentre la guerra in Ucraina continua, e i mercati attendono il meeting del Federal Open Market Committee (Fomc) di 15-16 marzo in cui è largamente previsto che la Federal Reserve alzi i tassi d'interesse di 25 punti base (sarebbe il primo incremento del costo del denaro in Usa dal dicembre 2018), sotto i riflettori torna la pandemia di coronavirus. La Cina sta vivendo infatti l'ondata di contagi più diffusa da quando nel marzo 2020 era finito il lockdown su scala nazionale. E in particolare a essere colpita è stata la città di Shenzhen, la Silicon Valley cinese, in un duro colpo per il settore tecnologico che si è tradotto in una perdita del 4,97% per l'Hang Seng di Hong Kong (e addirittura in un crollo del 7,15% per l'Hang Seng China Enterprises Index, sottoindice di riferimento nell’ex colonia britannica per la Corporate China).

Covid-19 torna a spaventare la Cina. Crollo del 4,97% a Hong Kong

Vero e proprio sell-off è stato comunque per tutte le piazze cinesi: Shanghai Composite e Shanghai Shenzhen Csi 300 hanno infatti segnato declini del 2,60% e del 3,06% rispettivamente, contro la flessione del 2,93% dello Shenzhen Composite. In Cina sono stati registrati 1.807 nuovi casi sintomatici domenica, cifra più alta in due anni e più del triplo rispetto a sabato. Si tratta di numeri decisamente più bassi rispetto a quelli cui siamo abituati in Occidente ma che per Pechino rappresentano un ostacolo alla gestione della pandemia. E la gravità della situazione viene confermata dal fatto che per la prima volta le autorità sanitarie hanno consentito ai cittadini di acquistare i test rapidi: la precedente strategia di Pechino basata sul test dell'acido nucleico, che richiede l'intervento di operatori sanitari, non è sufficiente per gestire la rapida diffusione della variante Omicron.

Si ferma anche Shenzhen. Il Covid-19 torna a spaventare la Cina 

Se la città più colpita è quella di Changchun (non di poco conto visto che è considerata la Detroit cinese per il suo ruolo nella produzione di automobili), a fare più notizia in Occidente è il fatto che anche Shenzhen sia finita in lockdown. Ancora più eclatante è stato l'annuncio della sospensione delle attività da parte di Foxconn. Si tratta di Hon Hai Precision Industry, il colosso di Taiwan noto per essere uno dei principali fornitori di Apple (ma i suoi servizi di produzione conto terzi sostengono gran parte dell'industria tecnologica globale). Foxconn ha importanti siti produttivi a Shenzhen che resteranno chiusi per almeno la prima parte della settimana, dopo che le autorità hanno fermato i trasporti pubblici e hanno esortato le persone a lavorare da casa il più possibile. 

Stop di Foxconn per il Covid-19. Rischi per Apple, Intel e Nvidia

“Se il lockdown verrà esteso, l'espansione economica della Cina ne risentirà in modo significativo. È troppo presto per modificare la nostra previsione di crescita del Pil per il 2022 ma siamo consapevoli dell'impatto di un blocco anche solo parziale nelle province economicamente ricche", hanno scritto Raymond Yeung e Zhaopeng Xing di Anz Research, in un report citato dalla Cnbc. Anche se Foxconn ha rassicurato sul fatto che la sua produzione verrà dirottata su altri impianti (ne ha una dozzina nel Paese), quello di Shenzhen è il più grande, con oltre 450.000 dipendenti. E oltre a Foxconn anche Unimicron, altra società di Taiwan attiva nei circuiti stampati, opera a Shenzhen e a clienti del calibro di Intel e Nvidia (oltre alla stessa Apple). (Raffaele Rovati)