La possibilità di assistere a una fine anticipata (o quantomeno a un ridimensionamento) del Cashback si fa sempre più concreta. Il governo Draghi sembra intenzionato a mettere (pesantemente) mano al programma di rimborsi sviluppato per incentivare l’uso di pagamenti elettronici e voluto dal precedente esecutivo a trazione grillina. Le motivazioni sembrano essere due. La prima è costituita dai dubbi dell'attuale premier sull'efficacia del Cashback nell'incentivare i pagamenti elettronici e quindi ridurre il "nero".

La seconda è invece rappresentata dalla cronica necessità dell'esecutivo di coprire nuovi capitoli di spesa. Lo scostamento di bilancio da 32 miliardi di euro approvato solo a gennaio è già insufficiente. Il Decreto Sostegni (da domani all'esame del Consiglio dei Ministri) ne richiede altri 15, tra cui 5 per sostenere l'accelerazione del piano vaccinale (il triplo di quanto messo in conto precedentemente).

Draghi verso stop a Cashback per finanziare Decreto Sostegni

Il Cashback sembra uno dei possibili target da colpire per reperire risorse, anche alla luce delle parole del ministro dell'Innovazione tecnologica, Vittorio Colao, secondo cui il piano di rimborsi sarà comunque un successo anche se dovessimo fermarci a metà. In realtà il Cashback potrebbe fermarsi anche prima! Il sottosegretario al ministero dell’Economia, Claudio Durigon, ha infatti proposto di chiudere tutto a fine giugno (quindi un anno prima di quanto previsto) e utilizzare i 2,5-3,0 miliardi di euro in tal modo risparmiati per finanziare il Decreto Sostegni.

Si tratta dell'ipotesi più estrema: dall'altro lato la versione meno radicale prevede l'abolizione del solo Supercashback, ovvero il premio da 1500 euro riservato ogni semestre ai primi 100 mila cittadini ad aver effettuato più transazioni. Il superpremio è stato aspramente criticato dato che presta il fianco a molti stratagemmi utilizzabili per scalare la classifica.

Nexi penalizzata senza Cashback: ecco perchè

Queste indiscrezioni stanno avendo un effetto negativo sul titolo Nexi in borsa. La spiegazione è abbastanza semplice: il gruppo è leader nei pagamenti digitali in Italia grazie a partnership consolidate con circa 150 istituti bancari. Nexi gestisce 43 milioni di carte di pagamento per un numero di transazioni/anno processate pari a 5,7 miliardi, con controvalore di 418 miliardi di euro. Non stupisce quindi che ipotesi sfavorevoli al proliferare dell'utilizzo di pagamenti digitali abbiano effetti negativi sul titolo.

Nonostante tutto la flessione odierna non ha apportato cambiamenti significativi al quadro grafico di Nexi. Le quotazioni hanno ancora la possibilità di estendere il rimbalzo partito all'inizio della scorsa settimana. Conferme in tal senso oltre il recente massimo a 15,43 euro con probabile dispiegamento degli effetti del potenziale testa e spalle rialzista in formazione da inizio mese con obiettivo sui massimi allineati di gennaio e febbraio a 16,70-17,00. Oltre questi ultimi livelli via libera verso il record di inizio ottobre a 18,19. Discese sotto 14,00-14,20 anticiperebbero invece il ritorno sui minimi di inizio novembre a 12,5450.

(Simone Ferradini)