Le bizze del petrolio, che ieri è stato colpito da una violenta seconda gamba di correzione, dopo il rimbalzino di lunedì e martedì, ha sconcertato i mercati nella mattinata di ieri, causando uno sbandamento in grado di far arretrare gli indici europei ed i futures azionari americani in modo molto significativo. 

Il petrolio aveva dato un avviso di instabilità già nella seduta di venerdì 17 (sarà superstizioso?), con una scivolata dal massimo al minimo di seduta di circa 9 dollari, cioè circa -8%. Il rimbalzino tentato nelle due sedute di lunedì e martedì scorso non è bastato a far dimenticare lo spavento, anzi, ha convinto altri operatori ad alleggerire. Perciò le prese di beneficio sono riprese ieri ed il petrolio è sceso dai 110,65 $ della chiusura di martedì, fino al minimo di 101,60, realizzato poco prima dell’apertura di Wall Street e della testimonianza di Powell al Congresso.

In sintonia con il crollo del petrolio, anche gli indici europei hanno dimenticato fin dall’apertura il rimbalzo di lunedì e martedì, aprendo già in forte gap e rimangiandosi nel giro di un’ora tutto il rimbalzo dei due giorni precedenti. L’indice Eurostoxx50 ha realizzato nelle sue prime fasi della seduta il minimo a 3.413 (oltre -2% di calo), oltrepassando di 7 punti anche il minimo del 16 giugno, da cui era partito il rimbalzo ora abortito. 

Come spiegare questo repentino voltafaccia dei mercati? Forse con la divulgazione di uno studio, pubblicato sul sito della FED e ripreso da Wall Street Journal, dove viene evidenziato da diverse angolazioni un aumento significativo delle probabilità di recessione e di forte aumento della disoccupazione nei prossimi 4 trimestri.

La novità non sta nel risultato. Infatti, sono già alcuni mesi che fioccano segnali di rallentamento del ciclo economico e campanelli d’allarme che anticipano la possibilità di recessione. Inoltre, la storia ha mostrato che, tutte le volte che la FED ha combattuto aggressivamente un focolaio di inflazione, il risultato è stato quasi sempre quello di mandare l’economia USA in recessione. 

La novità è che queste cose le abbia pubblicate la FED stessa, anche se la nota è firmata da un componente dell’Ufficio Studi e non dal Consiglio dei Governatori. Ci mancherebbe… Lo studio, di fatto, esprime probabilità in crescita di fallimento della missione FED, che cerca l’atterraggio morbido dell’inflazione senza fermare la crescita. 

Comunque sia, per una volta, materie prime in forte calo (non solo il petrolio ma parecchi metalli industriali), rendimenti obbligazionari in deciso arretramento e mercati azionari estremamente fragili hanno dato la medesima impressione: che a preoccupare ora sia più la recessione che l’inflazione.

Un lieve rimbalzo all’ora di pranzo ha mostrato la necessità di attendere lumi dall’avvio di Wall Street e dalle parole di Powell, che avrebbe testimoniato al Congresso alle 15,30.  

Gli indici USA hanno aperto deboli come quelli europei, ma hanno mostrato una immediata voglia di riscatto, salendo prepotentemente sulle parole di Powell, fino ad azzerare le perdite e portarsi in positivo.

In effetti Powell è stato abbastanza sorprendente. Ha ribadito la severità delle misure monetarie che saranno adottate per combattere l’inflazione, e fino a quando l’inflazione non darà chiari segni di diminuzione. Traduco: i rialzi dei tassi previsti dal mercato fino a fine anno si faranno. Il punto di arrivo del tasso ufficiale sui FED Funds sarà compreso tra il 3,5% ed il 4% a fine anno. Però il 2023 è nelle mani dell’inflazione.

A ben vedere, questa non è affatto una novità, ma quel che tutti si aspettavano. Dopo aver tardato ad accertare la salita dell’inflazione, è assai probabile che la FED tardi a vederne la discesa.

La sorpresa però è stata un’altra: Powell ha continuato a ritenere l’economia USA ed il mercato del lavoro molto forti e non ha dato alcuno spazio a prospettive di recessione, in piena contraddizione con lo studio pubblicato sul sito FED.

A chi credere allora? Al sito FED o a Powell?

A caldo i mercati hanno interpretato le parole rassicuranti del capo FED come una sorta di smentita del precedente studio pessimistico. Azionario europeo e petrolio hanno ridotto le perdite.

Eurostoxx50 ha chiuso ben sopra i minimi del mattino a quota 3.465 (-0,84%), mentre SP500 si è un po’ calmato nell’ultima ora ed ha chiuso il lievissimo calo (-0,13%), mostrando comunque una maggior convinzione rialzista degli indici europei.

La seduta odierna si presenta con la mappa direzionale ancora abbastanza difficile da leggere. Mi pare però necessario pretendere una dimostrazione di forza in grado di superare la resistenza generata la scorsa settimana (3.528 per Eurostoxx50 e 3.838 per l’americano SP500) prima di concedere maggior affidamento a questo mercato azionario, che al momento appare ancora assai vulnerabile e scombussolato.