Di seguito riportiamo l'intervista realizzata ad Andrea Sabatini, co-founder di Key To Markets, al quale abbiamo rivolto alcune domande sui mercati finanziari.

L’euro-dollaro ha avviato un recupero dai minimi toccati di recente: è solo l’inizio di una ripresa più profonda o vede nuovi cali a breve?

Tra la fine della scorsa settimana e l'inizio di quella corrente, abbiamo assistito ad un incremento della volatilità sui mercati.

A creare scompiglio hanno contribuito le notizie riguardanti la nuova variante di COVID-19 “OMICRON” che ha preoccupato gli operatori, innescando nuovi timori rispetto a possibili chiusure o all’inasprimento delle restrizioni in Europa.

In questo panorama il dollaro americano è stato il primo tra gli asset in grado di trarre vantaggio dal newsflow, mentre tra quelli colpiti negativamente non possiamo non citare l'euro, il petrolio e il bitcoin, fortemente penalizzati.

Dopo aver effettuato un mini-rally ribassista, conclusosi nel test del supporto fissato a 1,1186, l'EUR-USD ha però ripreso a salire timidamente, riportandosi al di sopra della resistenza individuata a 1,1300, per poi testare la media mobile a 20 giorni, creando le premesse per ulteriori allunghi a 1,1400 e 1,1500.

Non possiamo però dimenticarci del tracollo registrato nel corso del mese di novembre: il recupero delle ultime sessioni, dunque, potrebbe essere riconducibile a una semplice presa di profitto o rappresentare una fisiologica reazione del mercato alle parole del governatore della Fed.

Quest’ultimo, infatti, ha allertato i mercati rispetto ai possibili rischi associati alla nuova variante di Covid, in particolar modo quelli legati alla stabilizzazione dei prezzi e al mantenimento dei livelli di occupazione attuali. 

Nel suo primo discorso settimanale, però, Powell non si è pronunciato in merito alle prossime misure di politica monetaria, tralasciando volutamente il tema del tapering e le tempistiche di finalizzazione dello stesso.

Anche il discorso di ieri (mercoledì 2 dicembre), si è risolto con un nulla di fatto: il presidente della Fed si è infatti soffermato sul tema dei salari in aumento e sull’impegno costante della banca centrale nella lotta all’inflazione destinata, secondo gli analisti, a ridursi progressivamente a partire dalla seconda metà del 2022.

Tornando al mercato valutario, il trend dell'euro-dollaro al momento si conferma ribassista: ci aspettiamo dunque un possibile ritorno sui supporti individuati a 1,1200 - 1,1185, con possibile estensione del movimento fino 1,100 in caso di break-out.

Il Ftse Mib è reduce da un forte ribasso che lo ha portato ad arretrare di circa 2.000 punti dai recenti top. Quali i possibili scenari ora?

Gli indici mondiali hanno complessivamente registrato una correzione importante questa settimana: l'S&P 500 ha infatti ritracciato dai massimi portandosi da 4.724 fino a 4.667 punti, senza testare la zona di supporto weekly individuata tra 4.618 e 4.586.

Siamo comunque ancora lontani dal supporto psicologico dei 4.300 punti: l’outlook degli analisti rimane rialzista e l’indice potrebbe registrare nuovi massimi nel medio periodo.

Tornando al Belpaese, anche il FTSE Mib ha registrato un ritracciamento importante. La variazione negativa di circa 2.000 punti ha riportato gli scambi a 26.000 punti, dopo i ripetuti test di break-out oltre la soglia dei 28.000.

Lo scenario futuro si preannuncia simile a quello individuato poco fa per l’S&P 500: non possiamo escludere ulteriori movimenti bearish, ma il forecast di medio periodo si conferma rialzista.

Sul fronte macroeconomico, le nuove contromisure attivate per fronteggiare la quinta ondata di covid, quali ad esempio il super green pass, sembrano aver accelerato la curva delle somministrazioni vaccinali.

L’Italia al momento può contare su una percentuale di popolazione vaccinata tra le più alte in Europa, e questo infonde indubbiamente sicurezza ai mercati.

La comunità scientifica ha però gli occhi puntati sulla nuova variante. Dobbiamo dunque attendere ulteriori aggiornamenti per ragionare su dati più completi e per anticipare una potenziale reazione delle borse.

ENI e Saipem sono stati travolti dalla caduta a picco del petrolio. Meglio stare alla larga da questi due titoli ora?

I recenti sviluppi sulle quotazioni dell’oro nero hanno causato un inevitabile contraccolpo sul titolo ENI.
Dal massimo di novembre (zona 12,8 euro), l’attenzione degli investitori si è spostata decisamente più in basso, trascinando il valore per singola azione a 11,5 euro.

Il titolo è poi tornato sui suoi passi, recuperando metà della loss e riportandosi intorno ai 12 euro.

Qualora il prezzo del petrolio riprendesse a salire, portandosi nuovamente sopra i 70 dollari al barile, ENI potrebbe tentare un nuovo attacco della resistenza posta a 13 euro, per poi estendere il movimento in caso di break-out, fino al target fissato a 14-14,30 euro per azione.

La volatilità rimane comunque contenuta e i volumi degli scambi sono al momento costanti, così come l’interesse degli investitori istituzionali, in grado di infondere fiducia anche ai trader retail, grazie al profilo di rischio moderato adottato nelle ultime sessioni.

A differenza di ENI, il titolo Saipem, aveva già avviato un mini-trend ribassista, ancor prima dei recenti sviluppi sul mercato petrolifero.

I prezzi avevano infatti già ritracciato fino a 2,5 euro per azione, per consolidare più in basso, intorno ai 2 euro per azione.

Il crollo del petrolio non ha fatto altro che imprimere nuova forza al movimento bearish, spostando gli scambi a 1,775 euro e slittando il prossimo target a 1,50 euro. Non è da escludere un nuovo test a 1,35 euro (minimo tracciato in settembre).

I volumi sul titolo sono in calo, l’interesse degli istituzionali è ridotto al minimo e la volatilità intra giornaliera è estremamente ridotta.

L’oro ha provato a riportarsi sopra i 1.800 dollari, fallendo però nel suo intento. Quali le attese per le prossime sedute?

La quotazione dell’oro nel mese di ottobre ha registrato un incipit laterale rialzista per poi avviare un vero e proprio rally verso i 1.800 dollari per oncia, conclusosi 80 dollari più in alto.

In novembre le dinamiche di volatilità e i range di prezzi hanno ripercorso gli stessi passi intrapresi nel mese precedente, almeno fino ai recenti sviluppi macroeconomici e geopolitici, che hanno zavorrato nuovamente il metallo prezioso riportandolo a 1.770 dollari per oncia.

Le incertezze attuali hanno nuovamente lateralizzato gli scambi e il destino dell’oro è ora nelle mani delle banche centrali, che potrebbero influenzare il valore in ambo le direzioni.

Sicuramente la forza del dollaro sta virando l’attenzione dai beni rifugio al mercato valutario, ma questo potrebbe non essere sufficiente a scoraggiare la ripresa dell’oro, trainato dall’aumento dell’inflazione a livello globale.

Il prezzo potrebbe dunque rincominciare a salire verso i 1.800 dollari ed estendere il movimento fino a 1.900 dollari per oncia.

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