Dalla battaglia si passa alla guerra. In palio il Leone di Trieste, la cassaforte degli italiani, un carro armato un po’ arrugginito da oltre 70,7 miliardi di euro di premi (per due terzi Vita), con un patrimonio da oltre 30 miliardi e una capitalizzazione di borsa di poco inferiore. Pesano in queste ore le vendite sul titolo, un -1,36% che riportano i corsi a 18,47 euro ed è performance insolita per un titolo solitamente stabile come quello della prima compagnia assicurativa italiana.

Volano gli stracci insomma in Generali, con le dimissioni non proprio inattese di Francesco Gaetano Caltagirone, già vicepresidente della compagnia e primo rappresentante del patto di sindacato che lo unisce alla Delfin di Leonardo Del Vecchio e alla Fondazione CRT. Messi insieme i pattisti, che si sono impegnati a non far scattare l’opa, rappresentano il 16,1% circa del capitale della compagnia assicurativa.

Sono gli sfidanti non proprio pazienti di Mediobanca, primo socio con un 17,249% dei diritti di voto pompato da un 4,3% di un prestito titoli che la cronaca finanziaria attribuisce a BNP Paribas, la prima banca francese che avrebbe portato dalla parte di Piazzetta Cuccia anche il sostegno di Axa, la rivale francese di Generali.

D’altronde proprio da Axa proviene Philippe Donnet, l’attuale CEO della compagnia triestina che a dicembre, fra mille tensioni, ha presentato il nuovo piano industriale al 2024 promettendo utili in crescita e dividendi fino a 5,6 miliardi di euro nel periodo 2022-2024. Il manager è considerato la testa d’ariete di Mediobanca che ai contratti con Generali, come noto, deve gran parte dei propri successi, ma è considerato troppo timido nei risultati da parte dei pattisti. 

D’altronde le ragioni di attrito non sono rimaste del tutto celate. La stessa nota della compagnia ha evidenziato la motivazione della decisione di Caltagirone così:

Questa decisione è stata motivata dal consigliere dimissionario richiamando un quadro nel quale la sua persona sarebbe “palesemente osteggiata, impedita dal dare il proprio contributo critico e ad assicurare un controllo adeguato”, facendo riferimento alle modalità di lavoro del Consiglio di Amministrazione e in particolare: alla presentazione e approvazione del piano strategico; alla procedura per la presentazione di una lista da parte del Consiglio; alle modalità di applicazione della normativa sulle informazioni privilegiate; all’informativa sui rapporti con i media e con i soci significativi, ancorché titolari di partecipazioni inferiori alle soglie di rilevanza.

Difficile immaginare con tanti aspetti basilari della governance in campo, la possibilità di una riconciliazione. Necessaria ovviamente la risposta della presidenza da anni in mano a Gabriele Galateri di Genola:

Esprimo vivo rammarico e sorpresa per la decisione assunta dal cav. Caltagirone. Le motivazioni addotte non possono che essere categoricamente respinte avendo la società sempre condotto la sua attività secondo criteri di assoluta trasparenza e rigorosa correttezza, anche relativamente ai lavori per la presentazione di una lista per il rinnovo del consiglio, di cui ha costantemente informato le autorità di vigilanza. Ai suddetti principi ci si è attenuti nei rapporti con tutti i consiglieri, senza eccezione alcuna e in ogni occasione.

Generali, attriti pregressi

Dunque alla base della rottura che si consuma da mesi tra acquisti che avrebbero portato Del Vecchio e Caltagirone a investire qualcosa come 8 miliardi di euro nella compagnia, ci sarebbe l’impossibilità di Caltagirone di controllare adeguatamente la governance.

Fuori dai denti, sarebbe la compagnia sarebbe troppo asservita ai voleri del socio Mediobanca (di cui pure Caltagirone e Del Vecchio sono azionisti di primo piano con il 3,04% e il 15,4% almeno) in mano da tempo a un management da public company che vede in Alberto Nagel il suo epigono. Non a caso di recente anche le pratiche di nomina del cda di Mediobanca sono finite sotto attacco.

Generali: e ora?

Dunque tutto si prepara per lo scontro dell’assemblea del prossimo 29 aprile. Al massimo 30 giorni prima della data dell’assemblea, dunque a fine maggio, giungerà la lista del cda per il rinnovo del consiglio di amministrazione di Generali. Attraverso una procedura dettagliata che prevede prima una long list e poi una short list saranno scelti i nomi indicati dal cda uscente e probabilmente sarà riconfermato in questa proposta il CEO Donnet.

Nel frattempo i pattisti, ormai liberati da diverse preoccupazioni, in primis quella del rischio del concerto da cui le dimissioni escludono Caltagirone, cercheranno nomi di elevato standing da contrapporre ai desiderata di Mediobanca. Circolano già ipotesi di primo piano, come l’Allianz Giulio Terzariol o l’ex co-CEO del gruppo Sergio Balbinot o ancora il banker Diego De Giorgi. Senza dubbio, partendo da un leggero svantaggio, sarà importante per i pattisti riuscire a catalizzare l’interesse del maggior numero possibile di soci insoddisfatti. Per fare questo dovranno presentare un piano industriale alternativo a quello indicato da Donnet a dicembre e mettere in piedi una proposta credibile di sviluppo della compagnia.

Quella tecnologica, ossia la necessità di uno sviluppo IT su tutti i fronti, sarà sicuramente una leva che andrà azionata. Probabilmente ci sarà poi una tensione sullo sviluppo per linee interne ed esterne, che non mancherà (almeno implicitamente) di rimarcare alcuni dossier che ai pattisti non sono proprio andati giù, come i mancati successi nella gara per la seconda compagnia assicurativa polacca (per 2,5 miliardi di euro se n’è aggiudicata il 50% proprio Allianz, a prezzi non proprio regalati, ma con il premio di un vantaggio strategico importante in aree chiave anche per lo sviluppo del Leone) o sul dossier di Finanza e Futuro, la rete di Deutsche Bank finita in mano a Zurich.

La crescita del perimetro, nonostante l’acquisizione in casa di Cattolica, è uno dei pallini dei pattisti di Generali, soprattutto all’estero.

D’altronde i colossi d’Oltralpe come Axa (68,3 miliardi di capitalizzazione) e Allianz (92,9 miliardi) hanno preso il volo e gli utili di Generali, nonostante dividendi e crescita in Borsa, sono al palo da anni (nel 2015 c’erano premi lordi per 74,1 mld e utili da 2 miliardi, nel 2020 premi da 70,7 mld e utili da 1,7 miliardi, mentre nel 2019 del pre-pandemia i premi erano a 69,7 mld e gli utili a 2,67 mld).

Fra febbraio e marzo (ma più probabilmente il mese prossimo) il nuovo piano alternativo targato Caltagirone-Del Vecchio-Fondazione CRT (e quanti vorranno unirsi) dovrebbe vedere la luce, sicuramente anche i nomi che saranno inseriti nella lista alternativa saranno importanti per attrarre voti all’assemblea di fine aprile. È certo insomma che del dossier Generali si continuerà ancora a parlare.

(Giovanni Digiacomo)