Ieri i mercati occidentali avrebbero dovuto dare una dimostrazione di forza ed estendere il recupero che Wall Street aveva evidenziato nella seconda parte della seduta di martedì, dopo l’ampia scivolata mostrata nella prima parte. Ho sottolineato ieri, nel commento mattutino, che comunque i minimi della seduta di martedì (area 4.120 per SP500) avrebbero dovuto essere mantenuti per evitare che il percorso si complicasse attraverso l’estensione della correzione.

Ebbene, ieri il mercato azionario europeo, pur senza riuscire a recuperare terreno, ha comunque  difeso la “linea Maginot” dei supporti di area 3.920 per l’indice Eurostoxx50, testati sia il 4 maggio che martedì scorso, ed è ancora all’interno del rettangolo che lo racchiude da inizio aprile. La chiusura di seduta è stata addirittura leggermente positiva per i principali indici europei.

Tutt’altra storia invece è capitata in USA, dove si è scatenato il panico e le vendite hanno spinto l’indice azionario principale, SP500, a testare fin dalle prime battute i supporti indicati, travolgendoli dopo la prima ora e continuando la discesa per tutta la seduta. La pioggia di vendite è stata così intensa e continua da generare una caduta da bollino rosso (-2,15%), la fuoriuscita ribassista dal canale ascendente di breve periodo, che l’indice stava seguendo dall’inizio di maggio, e l’atterraggio a fine seduta a quota 4.063, praticamente sulla media mobile esponenziale a 50 sedute, che ieri passava da 4.068 punti. La trendline rialzista e bordo inferiore del canale di medio periodo, che unisce i minimi del 30 ottobre 2020 e quelli del 4 e 5 marzo scorso, si trova ormai a breve distanza e rappresenta la successiva e forse ultima spiaggia da difendere. Oggi passa da quota 4.020.

Se SP500 ha perso oltre due punti, c’è chi ha fatto peggio: il tecnologico Nasdaq100 (-2,62%), ma anche l’indice Russell2000 delle small cap USA (-3,04%).

Se non era molto facile spiegare il motivo delle scivolate di inizio settimana, il crollo di ieri ha un colpevole molto chiaro. Alle 14,30 è stata pubblicato il valore dell’Indice dei Prezzi al Consumo USA (CPI) di aprile. L’indice completo ha avuto un incremento mensile di +0,8%, cioè il quadruplo di quanto si attendeva il consenso degli analisti economici (+0,2%). Il dato “core”, che è maggiormente seguito dalla FED, poiché depurato delle componenti più volatili del paniere, cioè i prezzi degli alimentari freschi e dei consumi energetici, ha fatto anche peggio: +0,9% mensile contro una attesa del +0,3%. Se poi allarghiamo lo sguardo all’inflazione cosiddetta “tendenziale”, cioè la variazione dell’indice rispetto all’analogo mese dell’anno precedente, osserviamo dati ancora più spaventosi: +3% per l’indice core (contro attese di +2,3%) e addirittura +4,2% (contro previsioni di +3,6%) per l’indice complessivo. Concludo l’esposizione dei dati facendo notare che un mese fa la rilevazione dell’inflazione tendenziale sull’indice complessivo era appena +2,6%, per cui la crescita in un mese del tasso annuale di inflazione negli USA è stata di circa il 60%.

Per trovare un analogo livello del tasso di inflazione annuale “core” bisogna andare indietro di oltre 25 anni, cioè ai primi mesi del 1996.

E’ chiaro che i dati hanno dimostrato che la fiammata inflazionistica, che già i mercati obbligazionari  scontano da qualche mese, ha raggiunto in aprile un livello piuttosto preoccupante, che ha sorpreso analisti e investitori, che a partire dalle 14,30 hanno intensificato le vendite anche sull’azionario, mentre si faticava a trovare qualcuno disposto a comprare.

Il dubbio, che allontana compratori e spinge gli investitori a prendere profitto, è quale effetto avrà questa sorpresa negativa sulle sicurezze mostrate finora dalla FED.

Powell non ha mai smesso di dichiarare che, se ci saranno focolai di aumento dei prezzi (ora sappiamo che l’ipotesi è diventata realtà più in fretta del previsto e che le fiamme sono più alte delle attese), questi aumenti saranno transitori e pertanto non ci sarà bisogno di cambiare la politica monetaria accomodante, perché l’economia è ancora debole.

La fiammata inflazionistica, unita alla scarsa creazione di posti di lavoro che si è vista venerdì scorso, sta presentando agli osservatori un’altra ipotesi: che le strozzature produttive e le interruzioni alla catena degli approvvigionamenti che la devastazione pandemica ha generato, oltre a rallentare la ripresa, possano favorire l’aumento dei prezzi, in un contesto in cui c’è un’enormità di moneta in circolazione e pronta ad essere spesa, creata dai sussidi governativi, distribuiti con grande abbondanza dal Governo Biden, e dalle condizioni monetarie estremamente accomodanti, mantenute dalla FED.

Il rischio che i mercati cominciano a scontare è quello che la FED sia costretta a svegliarsi bruscamente dal sogno dell’inflazione transitoria per entrare nell’incubo dell’inflazione galoppante, e che debba alzare in fretta e furia i tassi per spegnerla.

Col risultato di abbattere il toro.

Perciò da ora in avanti i mercati saranno ancora più attenti a studiare non solo le parole, ma persino i battiti di ciglia dei membri FED, per capire se e come cambierà la politica monetaria. Per poi cercare di anticiparla.

Nel breve termine, oggi dovremo verificare se gli indici USA vorranno arrivare fin da subito al prossimo supporto di area 4.020 di SP500, oppure tenteranno il rimbalzo. Quelli europei probabilmente dovranno prendere consapevolezza, più di quanto abbiano fatto ieri, della forte probabilità che l’eventuale incendio inflazionistico americano si propaghi alle sponde europee dell’Oceano Atlantico.

E’ vero che in mezzo c’è il mare, ma sui mercati gli incendi viaggiano attraverso internet sul motoscafo della banda larga.