Il Fondo monetario internazionale ha invitato le banche centrali a considerare con estrema attenzione la dinamica dell'inflazione e ha chiesto di intervenire con una tempistica adeguata per contenere il rischio di un surriscaldamento dei prezzi.

Nel comunicato finale redatto dallo steering committee (International Monetary and Financial Committee, o IMFC) si legge che il fenomeno dovrà essere osservato nell'ottica adeguata, ovvero al di là delle pressioni di carattere transitorio.

Nel documento si legger “Le banche centrali tengono sotto stretto monitoraggio le dinamiche dei prezzi e sono in grado di vedere oltre pressioni sull'inflazione che hanno natura transitoria. Agiranno in maniera adeguata in caso si concretizzi il rischio di un disancoraggio delle aspettative sul costo della vita".

Il ministro delle finanze francese Bruno Le Maire ha espresso chiaramente il dubbio che tutti i policymaker e gli investitori hanno in questo momento "The key question is to know whether this is a transitory inflation or not. Nobody has a response to that key question".

Fed, inflazione “ostinatamente alta”?

Anche dalla Fed continuano ad uscire commenti sulla transitorietà dell’inflazione. James Bullard, presidente della Federal Reserve (Fed) di St. Louis, vede il rischio di una "inflazione ostinatamente alta" anche nel 2022. "Stiamo affrontando un tasso d'inflazione più elevato di quello che vorremmo vedere per l'economia Usa", ha dichiarato giovedì parlando a un webinar di Euro 50 Group. Secondo Bullard, però, c'è ancora una probabilità del 50% che l'inflazione elevata "si dissolva naturalmente". Come nota MarketWatch, Bullard non fa parte di quanti credono che l'economia Usa possa scivolare nella "stagflazione" e si è anzi detto "rialzista" in termini di outlook. "Non sono così preoccupato per l'impatto della variante Delta", sull'economia, ha aggiunto.

Ma quali potrebbero essere le cause di una prolungata asimmetria tra domanda e offerta tali da rendere incerto il risolversi in tempi brevi dell’inflazione conseguente?

Abbiamo chiesto a Mauro Antonio Rotunno, analista indipendente, di chiarire queste cause.

I consumatori preferiscono i beni ai servizi

Secondo il dott. Rotunno il Covid19 è ancora un elemento presente, soprattutto in certe aree del globo dove si producono materie prime di cui c’è attualmente carenza. La pandemia ha portato i consumatori a preferire beni piuttosto che servizi, creando una forte pressione sulla capacità mondiale di soddisfare tale domanda, ma in certe aree la diminuzione delle quantità di materie prime disponibili e una intermittente disponibilità di beni energetici continua a pesare sul lato dell’offerta. 

La mancanza di semiconduttori e la ricerca di nuovi equilibri

La mancanza di semiconduttori e la migrazione di massa di intere categorie di lavoratori dal sud-est asiatico per esempio, creano ulteriori problemi di incapacità di far fronte alla domanda di beni. Insomma la “dislocazione” impone una riallocazione e nuovi equilibri devono essere cercati e raggiunti. 

In Europa ad esempio si parla di produrre localmente i semiconduttori, così come molti paesi stanno rivedendo la loro politica di dipendenza di certe materie prime e prodotti da paesi stranieri. Insomma, ci potrebbe anche essere nel medio periodo un effetto inaspettato di rinforzo delle spinte inflattive per effetto di tale riaggiustamento tra domanda e offerta aggregata globale. 

I prezzi influenzano i fondamentali

Secondo Rotunno tali shock sul lato dell’offerta, così come ogni fenomeno sui mercati finanziari, hanno sempre una causa da ricercarsi nei “fondamentali” dell’economia, ma i prezzi a loro volta influenzano i fondamentali creando in tal modo un effetto “self-fulfilling prophecy”. È in sostanza la “teoria della riflessività dei mercati” formulata da Soros nel suo The Alchemy of finance. I prezzi diventano a loro volta parte dei fondamentali e il raggiungimento di un ipotetico equilibrio del mercato che interrompe il trend in atto è un evento incerto.  Una volta raggiunto tale equilibrio il trend si interrompe o si inverte.

La Fed rimarrà orientata al tapering

Quindi nonostante l’apparente sicurezza con cui la FED affronta la questione possa sembrare eccessiva, cioè a dire senza cambiamenti rispetto al programmato tapering entro novembre e successivo rialzo graduale dei tassi, siamo consapevoli che al momento non può fare altrimenti che proseguire su tale linea comunicativa, anche per non creare ulteriore panico nei mercati. Potrebbe però anche accadere che eventi inaspettati richiedano interventi più drastici. Inoltre il rallentamento della diminuzione del tasso dei disoccupati rispetto a quello previsto ha creato qualche piccolo problema sulla velocità di raggiungimento della piena capacità del sistema e quindi sulle eventuali tempistiche previste dalla FED di “rinormalizzazione” della politica monetaria.  

Lo spettro della stagflazione

Alcuni paventano lo spettro della stagflazione, cioè la contemporanea presenza di inflazione, tassi di interesse elevati che provocherebbero un’inversione della curva dei tassi con conseguente recessione (tralasciamo le dinamiche temporali sottostanti a questo processo che viene descritto come lineare, senza feedback ma che non lo è affatto).

Ma allora si rischia il panico?

È chiaro che, se il picco inflattivo dovesse persistere con tale intensità, considerato lo shock sul lato dei costi per le imprese, lo strutturale ribaltamento sui prezzi da parte delle imprese medesime e il “sentiment” negativo a tutto questo associato, si potrebbero determinare momenti di vero e proprio panico rendendo inevitabile da parte delle banche centrali (leggi su tutte la FED) il rialzo del lato breve della curva con effetti a cascata sul mercato del credito.  È piuttosto improbabile tuttavia che in tale caso intervenga una recessione in senso tecnico nel 2022. Potrebbe accadere che eventuali rialzi anticipati dei tassi a breve trascinino con sé situazioni di rischio sul mercato del credito con aumento dello spread tra High Yield e Investment Grade. 

Le banche centrali attendono nervosamente sviluppi

Al momento uno scenario simile appare piuttosto improbabile ma l’impressione è che le banche centrali stiano nervosamente attendendo gli sviluppi della situazione nella speranza che questa “bolla” dei prezzi si sgonfi.  

Nel frattempo, il decennale del Governativo USA a 10 anni ha ripreso a galoppare, anche se per il momento la soglia di resistenza dell’1,6% di rendimento sembra tenere.

Nonostante l’odio di chi scrive per il pensiero lineare (amiamo il motto di Charlie Munger, socio di Buffett, “invert, always invert!”), non vediamo grandi spunti differenti di lettura della situazione attuale.

(Alessandro Magagnoli)