Prezzi in crescita anche in Italia. I dati definitivi dell’Istat sull’inflazione di ottobre pubblicati oggi hanno rivisto il rialzo del 2,9% della prima lettura al 3,0% E’ questo l’andamento dei prezzi al consumo dello scorso mese, tecnicamente l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) al lordo dei tabacchi.

Si tratta della variazione annua, quella mensile ha visto una crescita dello 0,7% sul dato di settembre.

Il commento dell’Istituto nazionale di statistica non è rassicurante.

L’inflazione a ottobre accelera per il quarto mese consecutivo, dopo la conferma a luglio del tasso di crescita dei prezzi al consumo di giugno e i primi cinque mesi di marcata ripresa, portandosi così da una variazione negativa registrata a dicembre 2020 a una crescita di un’ampiezza che non si registrava da settembre 2012 (quando fu pari a +3,2%). I Beni energetici continuano a essere protagonisti, contribuendo per più di due punti percentuali all’inflazione e spiegando buona parte dell’accelerazione rispetto a settembre.

In poche parole era dal 2012 che non si vedeva un balzo simile dell’inflazione in Italia.

Bisogna però precisare che l’”inflazione di fondo” (inflazione core), che taglia fuori i più volatili prezzi di energetici e alimentari freschi, mostra incrementi ben più temperati, mostra un incremento dell’1,1% dei prezzi sul dato dell’ottobre 2020.

Italia: cosa ci dice l’inflazione di ottobre

Il mese di ottobre conferma dunque anche in Italia un impatto crescente e preoccupante dell’energia sui prezzi. 

Le componenti dell’inflazione collegate ai prodotti energetici sono infatti quelle che pesano maggiormente. 

In termini di divisioni di spesa, le voci per Abitazione, acqua, elettricità e combustibili crescono dell’11,4% sul dato di un anno fa, c’è dunque un’accelerazione sul 9,8% di settembre. 

Altra corsa è quella dei prezzi dei trasporti, che a ottobre mostrano un incremento tendenziale dell’8,7% dal 7% di settembre. 

Sono queste voci, che scontano più facilmente il caro-energia, quelle che pesano di più sui prezzi italiani. 

Altri settori infatti mostrano persino dei cali, dal -2% a/a delle comunicazioni al -0,7% dell’istruzione. 

Sull’inflazione acquisita a ottobre (1,8%) pesano dunque in maniera decisiva alcune voci specifiche collegate all’energia. I prodotti alimentari e le bevande alcoliche, che da soli coprono quasi un quinto del paniere, mostrano comunque un preoccupante incremento tendenziale dell’1,1 per cento.

L’analisi per tipologia di prodotto conferma questa dinamica dei prezzi.

Balzano ancora a ottobre del 24,9% (un aumento di quasi un quarto) i beni energetici, che già a settembre erano cresciuti del 20,2%. Sia la componente regolamentata (+42,9%!), che quella non regolamentata (+15%) sostengono questo rincaro. Tutti gli ingredienti dell’energia alzano il prezzo insomma, dall’energia del mercato tutelato (+43,8% a/a) al gas (+41,5%). Aumenta anche il costo del gasolio per il trasporto (+23,5%), della benzina (+22,1%), del gasolio per il riscaldamento (+22,3%). Flettono solo i prezzi dell’energia sul mercato libero (-7,9% tendenziale e -10,2% congiunturale).

Oltretutto l’impatto dei rincari sul territorio è disomogeneo. A ottobre l’aumento dei prezzi è del 3,5% in Sicilia e Trentino Alto-Adige, ma è del 2,7% in Piemonte e Lazio. 

Inflazione, quella italiana in un puzzle più ampio

L’inflazione italiana è solo un’altra rotella nel meccanismo più grande dei prezzi globali. La macchina ha accelerato molto negli ultimi mesi e c’è già chi grida al surriscaldamento, all’emergenza. Mercoledì scorso l’indice dei prezzi al consumo degli Stati Uniti di ottobre è stato rilevato al 6,2% a/a: è stato il maggiore rialzo annuale dal 1990. Inevitabile la crescita delle pressioni sulla banca centrale statunitense, la Fed, perché faccia qualcosa. Il suo governatore Jerome Powell ha già annunciato una riduzione degli acquisti mensili di asset, ma potrebbe non bastare. Soprattutto perché la narrazione di un’inflazione temporanea dovuta essenzialmente a una fiammata della domanda cui l’offerta non ha saputo stare dietro si sta incrinando ogni giorno di più e viene erosa da almeno un anno da una pioggia di bollettini negativi sui prezzi. Anche negli Stati Uniti l’energia è la componente di maggiore peso sulla dinamica dei prezzi, ma l’inflazione core, al netto di cibo ed energia, è su un allarmante +4,6 per cento.

In Europa va un po’ meglio, ma non troppo. Basti pensare alle domande preoccupate che ieri i parlamentari europei hanno rivolto alla presidente della Bce Christine Lagarde. All’audizione la Lagarde è stata ferma sulla posizione attuale dell’Eurotower: l’inflazione in rialzo è temporanea, anche se ci vorrà più tempo del previsto per il suo rientro; i tassi rimarranno probabilmente fermi (quindi a zero) per tutto il 2022. Tre fattori alimentano la fiammata inflattiva europea di ottobre al 4,1%: i prezzi dell’energia (più della metà del totale lo scorso mese), il recupero della domanda tra difficoltà logistiche, la questione del ritorno dell’IVA tedesca. 

Proprio in Germania però i malumori montano. Sempre ieri Christian Sewing, l’amministratore delegato di Deutsche Bank, la prima e più discussa banca tedesca, ha sparato a zero, come di rado accade, contro tutta la politica attuale della Bce.

“L’inflazione cresce nel mondo più rapidamente di quanto gli economisti avessero previsto un anno fa. In Germania il tasso di inflazione di ottobre è stato del 4,5%; negli Stati Uniti anche oltre il 6 per cento. 
Le banche centrali affermano che si tratta di un effetto temporaneo. I nostri economisti non la pensano così. E io personalmente sono scettico sulla stabilità monetaria quando ascolto i nostri clienti. Si stanno tutti preparando per tassi di inflazioni alti per un lungo periodo. E sappiamo questo cosa significa: se le attese sull’inflazione crescono, di solito anche l’inflazione a un certo punto cresce […]
Io penso che la politica monetaria debba contrastare tutto questo e che debba farlo il prima possibile. La supposta panacea degli anni passati – tassi bassi con prezzi apparentemente stabili – ha perso la sua efficacia, ora stiamo lottando con gli effetti collaterali”

Dietro l’allarme del banchiere si celano certamente anche tutte le difficoltà di anni di attività bancaria messa in crisi da tassi a zero (quindi con margini d’interesse quantomeno sotto pressione), ma il dibattito globale sull’inflazione è senza dubbio acceso e spazia dagli States alla Cina. 

In Europa per ora la Bce tiene la barra ferma e la politica non nasconde l’importanza di mantenere condizioni di finanziamento favorevoli alla ripresa anche in prospettiva Next Generation EU.

Per un Paese molto indebitato come l’Italia un rialzo dei tassi potrebbe essere disastroso, ma la diffusione del debito, anche per finanziare le politiche fiscali di supporto alla ripresa, è universale.

In molti temono poi che i mercati finanziari siano drogati dalla liquidità da troppi anni per resistere a politiche monetarie restrittive senza scossoni.

Di certo lo scenario è nuovo e incerto, mentre la nuova fiammata della pandemia minaccia anche i consumi.

Non vanno trascurate neanche le segnalazioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), che nell’ultimo report di novembre ha confermato la crescita delle forniture. A livello mondiale comunque questo mese e il prossimo l’offerta di greggio crescerà di 1,5 milioni di barili al giorno. Sul fronte della domanda resta invariata la previsione di un incremento di 5,5 milioni di barili al giorno nel 2021. Le forniture però crescono e la stessa IEA invia qualche timido segnale di ottimismo (“Il mercato mondiale del greggio rimane costretto sotto tutti i punti di vista, ma una tregua dal rally dei prezzi potrebbe essere all’orizzonte”). 

Come visto è proprio nella forbice tra domanda e offerta di energia che andrà in primis trovata la ricetta per l’uscita da questa tempesta dei prezzi che potrebbe costringere banche centrali e policy maker a rifare i conti. Bisognerà tenerla d’occhio.

(Giovanni Digiacomo)