L'economia globale si è dimostrata molto più resistente del previsto nella seconda metà dello scorso anno, la politica monetaria aggressiva delle maggiori banche centrali e gli stimoli fiscali messi in piedi dai principali governi hanno contribuito a mantenere relativamente elevati i livelli di fiducia permettendo anche ai mercati finanziari, in particolare alle borse, non solo di reggere il colpo ma anche di crescere sulla scia delle aspettative delle riaperture successive ai lockdown.

Il Pil reale globale nel 2020 è alla fine sceso del 3,6%, un risultato migliore del -5,5%/6,0% che era stato ipotizzato a metà dell'anno ma comunque il dato peggiore dal 1946. 

Alcune economie, come quella della Cina, di Taiwan, del Vietnam, dell'Egitto, dell'Irlanda e della Turchia sono addirittura riuscite a mantenere un segno positivo davanti al Pil dello scorso anno, mentre quelle dell'area dell'euro, dell'America Latina, dell'India e del Nord Africa sono state colpite dalla pandemia in modo molto serio.

Pil globale al 5,1% nel 2021

Dopo una ripresa generalizzata nella seconda parte del 2020 il primo trimestre del 2021 ha vissuto una nuova frenata a fronte della seconda ondata del Covid-19 che ha costretto molti paesi a nuove chiusure. L'andamento della campagnia di vaccinazione nelle economie avanzate lascia comunque pensare che nei prossimi mesi la spesa dei consumatori possa riprendere a salire e che si possa realizzare una robusta accelerazione della crescita economica già nel 3° trimestre. Il Pil globale nel 2021 potrebbe crescere del 5,1% per poi rallentare al 4,3% nel 2022 e al 3,1% nel periodo tra il 2023 e il 2025. 

Usa e Cina trascinano la ripresa

A trascinare la ripresa globale saranno gli Usa e la Cina. Il Pil statunitense è atteso in espansione del 5,7% nel 2021 e del 4,1% nel 2022, con gli interventi voluti dalla amministrazione Biden che dovrebbero più che compensare l'aumento dei tassi di lungo periodo. La crescita cinese nel 2021 dovrebbe arrivare al 7,8% per poi rallentare al 5,7% nel 2022, posizionandosi nuovamente sul trend già visto negli ultimi anni, condizionato dalle scelte governative che tendono a privilegiare una maggiore crescita interna e una maggiore attenzione alla sostenibilità dell'espansione a discapito dei volumi di produzione. 

Inflazione al 2,8% nel 2021

Ad un anno dall'inizio della pandemia IHS Markit ha calcolato che le catene di fornitura restano frammentate, e questo comporta delle pressioni sui prezzi. L'indice dei prezzi IHS Markit Materials Price Index è cresciuto del 44% dal novembre 2020, gli aumenti hanno riguardato un po' tutti i settori, i metalli, il legname, la chimica, l'energia, i semiconduttori e le fibre. La scarsa disponibilità di semiconduttori ha condizionato la produzione di auto e di elettronica. Ora che l'economia si sta riprendendo anche l'inflazione, intesa come aumento dei prezzi al consumo, globale ha preso la rincorsa e potrebbe spingersi fino al 2,8% nel 2021 dal 2,1% del 2020. La spesa dei consumatori si è spostata dai viaggi e turismo alla tecnologia, all'arredamento e ai beni ricreativi. 

Aumentano i risparmi a livello globale

L'inflazione non sarà condizionata solamente dalla domanda dei consumatori ma anche dalle politiche di stimolo adottate: grazie a queste i risparmi sono aumentati a livello globale di circa 3mila miliardi di dollari, un potenziale di spesa che potrebbe entrare in campo una volta allentate le restrizioni. In aggiunta a questo la politica monetaria delle maggiori banche centrali dovrebbe rimanere accomodante ancora a lungo, mantenendo un facile accesso al credito.

Usa verso la piena occupazione?

La crescita della domanda globale e la persistenza di difficoltà a livello di catene di fornitura (da non sottovalutare gli effetti della recente interruzione del canale di Suez) potrebbero mettere pressione al rialzo anche sui salari, in particolare negli Usa, dove l'American Rescue Plan Act rischia di riportare velocemente il mercato del lavoro alla piena occupazione e a livelli elevati di utilizzo della capacità creando le condizioni per un aumento dei prezzi. E' vero che la Fed si è dichiara disponibile ad accettare uno sforamento dell'inflazione dai propri target prima di iniziare ad alzare i tassi ma in caso di crescita rapida dei prezzi il rischio che ci siano ripercussioni nell'aumento del Pil dopo il 2022 è alto.

A livello globale comunque serviranno alcuni anni prima che il livello di disoccupazione globale, stimato all'8,1% nel 2021, possa tornare al minimo ciclico del 2018 del 6,5%. 

Le borse dovranno quindi fare i conti con queste due forze contrastanti, da una parte la crescita dell'economia, dall'altra quella dell'inflazione, e anche se nel breve termine potrebbe prevalere la prima, nel medio termine non sarebbe prudente sottovalutare i rischi imposti dalla seconda.

Quale strategia adottare in borsa?

Quale strategia adottare per organizzare il proprio portafoglio di investimento ce lo suggerisce Vincent Chaigneau, Head of Research di Generali Investments. Secondo l’esperto è giusto tenere fortemente monitorato il sentiment, il posizionamento e l'effervescenza dei mercati, ma senza eccessiva preoccupazione. Generali Investments mantiene la posizione di “underweight” sui titoli governativi core, sebbene preveda che l'aumento dei rendimenti sarà' sistematico. Viene anche mantenuto il posizionamento “overweight” sull'azionario, soprattutto sugli ciclici come quelli dell’Europa, Regno Unito, Giappone, con una preferenza per lo stile Value rispetto al Growth, ed in misura molto minore per i Ciclici rispetto ai Difensivi, alla luce della grande correzione già registrata.

(Alessandro Magagnoli)