La partita su Generali tra Mediobanca e Del Vecchio si allarga, ramifica, complica. Un braccio di ferro sulla governance della prima compagnia assicurativa d’Italia e terza d’Europa nel quale sono assai più chiare le posizioni, che le ragioni.
Perché poi di strategie non se ne vedono, lo ha detto bene l’economista Marcello Messori:

“Sì perché per il momento né gli attuali gestori di Mediobanca, né gli attuali gestori di Generali, né i loro azionisti più attivi hanno reso pubblici progetti strategici che chiariscano quale potrebbe o dovrebbe essere il modello di attività delle due società nei mercati finanziari europei del post-pandemia”

Philippe Donnet, manager apprezzato dai mercati per i risultati ottenuti in Generali, non piace ai soci Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone. Non basta la generosa cedola di 1,47 euro che recupera il terreno perduto lo scorso anno, nonostante nel 2020, anno di pandemia, Generali abbia registrato premi lordi per 70,7 miliardi di euro (+0,5%) e un utile netto di 1,74 mld (-34,7%). Il futuro di Generali deve essere ridiscusso e l’impressione è che lo scontro sul top management sia solo un alibi per mettere per la prima volta in discussione il controllo di fatto che da decenni Mediobanca esercita sul Leone di Trieste.

Una questione di governance più che di industria insomma. La finanza è spesso anche questo. Così l’attrito si fa duello, prima al fioretto, poi alla sciabola.

Mediobanca-Generali: la pressione sale

Il duo Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone ha investito decine di milioni in Generali sfidando la posizione di Mediobanca storico primo socio di Generali. Una morsa graduale e continua che ha visto un passaggio di rilievo nel patto parasociale tra la Delfin di Del Vecchio, società riferibile a Caltagirone e la Fondazione CRT sul 12,33% della compagnia assicurativa. Un patto che sarebbe salito ora al 12,8% con gli ultimi acquisti dello stesso Caltagirone.

All’accordo - sempre più chiaramente un accordo anti-Mediobanca – Alberto Nagel, amministratore delegato di Piazzetta Cuccia ha risposto con il suo stile: con meno di 10 milioni di euro ha attivato un prestito titoli sul 4,22% di Generali. Mediobanca è salita così al 17,22% del Leone di Trieste.

Una prima vittoria sulla riconferma di Donnet c’era stata il 14 settembre, quando la maggioranza dei consiglieri non esecutivi aveva espresso apprezzamento per il lavoro del manager e lo aveva sostanzialmente proposto per il rinnovo tramite la lista del cda proposta dallo stesso consiglio di amministrazione. Il 27 il cda ha approvato la presentazione della lista, ma intanto la tensione è salita.

Sono emersi dubbi sull’indipendenza di alcuni consiglieri non esecutivi di Generali, sull’attribuzione di questo requisito a Romolo Bardin (ceo della Delfin di Del Vecchio), a Sabrina Pucci (da aprile 2018 a maggio 2021 membro indipendente del cda della EssilorLuxottica di Del Vecchio), ad Alberta Figari (fino a marzo 2021nello Studio Legale Clifford Chance che lavora spesso con il gruppo Caltagirone). Si potrebbe aggiungere forse Paolo Di Benedetto (nel cda della Cementir di casa Caltagirone), ma non fa parte del comitato nomine.
La Consob ha avviato una verifica delle informazioni per verificare lo status dei consiglieri del comitato che sarà cruciale nelle sorti della nuova governance delle Assicurazioni Generali. L’immagine della governance della compagnia, della G della sua ESG appare incrinata.

Così Del Vecchio allarga il campo di battaglia a Mediobanca. È già quasi al 20% del capitale, ne è di gran lunga il primo socio. La Edizione dei Benetton, socia al 3% di Generali e al 2,1% di Mediobanca si sfila dalla partita e disdetta l’accordo di consultazione in Piazzetta Cuccia affermando chiaramente di non volersi  schierare (pur nell’apprezzamento del management della banca). Alberto Nagel rinnova in tempo rapido il patto di sindacato sempre più “light”: con l’ingresso dei Monge (1,09% del capitale) e il rafforzamento di Vittoria Assicurazioni, dei Gavio, di Lucchini e Angelini si ritorna al 10,73%. L’accordo di consultazione comprende anche Mediolanum, FIN PRIV (la stessa Generali, Stellantis, Unipolsai, Italmobiliare, Pirelli e Telecom ne sono soci), i Ferrero, Pecci, Seragnoli, Romano Minozzi.
Appena il 10,73% del capitale contro il 18,892% di Del Vecchio e il 3% di Francesco Gaetano Caltagirone.

Mediobanca-Generali, la partita si sposta su Piazzetta Cuccia

Proprio la Delfin di Del Vecchio chiede l’inserimento nell’ordine del giorno della prossima assemblea del 28 ottobre di Mediobanca un cambiamento dello statuto sostanzialmente teso a ridurre il potere dei manager interni alla banca di Piazzetta Cuccia “abrogando delle norme statutarie che non hanno termini di paragone in alcuna altra banca o società quotata in Italia” ed eliminando un meccanismo che “rende di fatto impossibile: (a) per il consiglio di amministrazione uscente, presentare una propria lista senza il diretto coinvolgimento e l’assenso del management in carica, e perciò sostituire il management quando così richieda l’interesse delle società; e (b) per gli azionisti, presentare una lista concorrente ogni qualvolta il consiglio decida di presentare una propria lista, in quanto – per esercitare un loro fondamentale diritto – gli azionisti dovrebbero individuare fra i dirigenti di lunga data della Banca o del gruppo candidati disponibili ad accettare una nomina che, per sua stessa natura, si pone in concorrenza con gli amministratori uscenti e con l’amministratore delegato in carica al quale rispondono”.

Dall’attacco alla governance di Generali si passa dunque a quello alla governance di Mediobanca.

Inevitabile pensare che Del Vecchio voglia sostituire il board e lo stesso Alberto Nagel, ma la stessa Delfin afferma di non volere revocare l’attuale cda prima del termine del suo mandato. D’altronde qualcosa del genere era già in progetto.
Caltagirone però si tira fuori dalla partita di Mediobanca: «Su Mediobanca non ci siamo, non è la nostra partita» avrebbe specificato il terzo socio sul caso, secondo quanto riportato da Il Sole 24 Ore.

Mediobanca-Generali: un duello senza ragioni grandi

Di certo si conferma l’impressione di una Mediobanca, un tempo snodo storico del capitalismo italiano, ancora oggi primo socio del colosso Generali, ingessata da una continuità manageriale interna che non tiene conto a sufficienza delle posizioni degli azionisti.
Per alcuni un peccato capitale nel capitalismo, nonostante gli ottimi risultati degli ultimi anni (in gran parte dovuti a Generali) e per altri invece una posizione di indipendenza necessaria.

Ma cosa rimane alla fine del primo tempo di questo scontro che si risolverà probabilmente soltanto la prossima primavera con il nuovo board di Generali?

Sostanzialmente poco. Uno scontro legittimo tra azionisti e manager sia a livello di Mediobanca, che di Generali. L’emergere di legittimi dubbi sulla governance e sul suo monitoraggio in due storici e importanti protagonisti della finanza italiana, proprio mentre tutti reclamano la corsa alla sostenibilità e alla trasparenza.
La totale assenza di un confronto concreto sulle strategie di due giganti italiani che dovranno contribuire alla sfida del PNRR e del post-pandemia italiano, che dovranno aiutare l’intera industria italiana a ridisegnarsi e invece litigano sulle poltrone. Per giunta nel mezzo di un’offerta pubblica di acquisto di Generali su Cattolica Assicurazioni.

(Giovanni Digiacomo)