La seduta USA mercoledì sera è terminata in una vera e propria Caporetto. L’S&P 500 ha ceduto in chiusura il 4.04%, marcando la peggior performance giornaliera da Giugno 2020. Peggio ha fatto il Nasdaq 100 con un – 5.06%.  La liquidazione ha visto il oltre il 90% dei volumi entrare su titoli in calo al NYSE. Il settore consumers ha perso oltre il 6%, senza distinzioni tra staples e discretionary. Il resto degli asset non ha fatto che confermare la transizione della narrativa verso una “growth scare”: i rendimenti sono calati, in barba alle dichiarazioni bellicose dei membri FED, le commodities anche hanno ceduto vistosamente.

Sul livello di pessimismo raggiunto dalla comunità degli investitori, una buona idea ce la dà la Fund manager survey di maggio rilevata da Bank of America. L’ottimismo sulla crescita globale è ai minimi storici, sotto livelli che hanno caratterizzato le recessioni del 2000, del 2008 e del 2020, e altri momenti come il 98 (default russo) il 2006, e fine 2018 inizio 2019, in cui la congiuntura ha poi tenuto.

La percentuale netta di investitori che si attende un’economia più forte è calata a -72% minimo storico. E il grafico relativo all’ottimismo sugli utili è più o meno uguale (-66%).

È interessante notare che la percentuale di investitori che si attende stagflazione, intesa come periodo con crescita sotto trend e inflazione sopra trend, ai massimi dal 2008, quando il petrolio volò a 140$. Sappiamo poi come andò a finire.

Naturalmente queste opinioni si riflettono nel positioning, con gli investitori istituzionali intervistati che mostrano la percentuale di cash più elevata dall’11 Settembre 2001 (nientemeno) e un'allocazione di azionario ai minimi dall’aprile 2020. La lunga crisi del tech ad alti multipli ha fatto sì che il peso sul comparto sia calato al minimo da Agosto 2006, dopo decenni di overweight.

L’unico aspetto del positioning che ancora non rivela un preponderante pessimismo sulla crescita è ovviamente quello sui bond, tenuti sottopesati (-65%, 1.1 standard deviations sotto la media) a causa dei timori sull’inflazione. Altrimenti l’allocation sarebbe 100% “recessiva”.

Visto genere di sentiment ereditato dagli USA, la price action dell’Asia non è stata nemmeno male. Tokyo, Hong Kong e le “H” shares cinesi mostrano cali importanti. Ma la prima è la più “occidentale” delle piazze asiatiche, mentre le seconde sono state depresse dalla trimestrale di Tencent che, oltre a riportare fatturato e utili sotto attese, ha dichiarato che ci vorrà tempo perché Pechino tenga fede alla promessa di supportare il tech cinese. Le news hanno messo pressione a tutto il comparto. Molto meglio le “A” shares, marginalmente positive, eventualmente sostenute dalle dichiarazioni del Premier Li Keqiang, che ha esortato i governi locali ad “azioni decise” per supportare la crescita. Quando Shanghai outperforma di questi tempi c’è sempre di mezzo lo stimolo. Delle altre piazze, Jakarta e Ho Chi Min hanno chiuso invariate più o meno e invece Sydney e Mumbai hanno ceduto bene.

L’apertura europea ha fatto catch up con la debolezza USA, ma, una volta di più, i cali sono inferiori a quanto sarebbe stato implicato dal crollo di Wall Street ieri. A reagire abbastanza bruscamente sono stati i rendimenti, calati vistosamente in mattinata quando i futures USA hanno accumulato ulteriori significative perdite, zavorrando anche gli indici europei. Una novità della price action odierna è stato il progressivo indebolimento del dollaro, che ha ceduto terreno sui principali cross. È come se improvvisamente anche il Biglietto Verde iniziasse a prendere atto del deteriorarsi del quadro macro USA. C’è anche da dire che se l’ammontare di rialzi dei Fed Funds prezzati di recente si è stabilizzato, e anzi non c’è più un 3% scontato per fine anno, nonostante la retorica incendiaria dei vari membri, ora la curva ECB prezza praticamente 100 bps di rialzi. E con l’aria che tira sull’inflazione europea, non è detto che non aumentino (ECB’S DE GUINDOS SAYS PRICE INCREASES WILL MOST LIKELY REMAIN HIGH OVER THE COMING MONTHS). Per quello sono sempre più stupito dell’outperformance dell’azionario europeo. Peraltro, meno di 2 mesi fa ero estremamente perplesso della tenuta dell’azionario globale alla luce dei fattori di rischio. Non è durato.

Nel primo pomeriggio abbiamo avuto un po’ di dati in US.

Iniziando con il Philly Fed, la seconda survey manifatturiera del mese costituisce un secondo flop, con un numero da stagnazione a fronte di attese di crescita stabile. I sottoindici proiettano però un quadro migliore con i new orders in crescita (+ 4.3 a 22.1). In indebolimento l’occupazione (-15.9 a a un sempre elevato 25.5). Segnali di lieve rallentamento dei prezzi (prices paid -5.7 a+78.9 e prices received -3.3 a+51.7).

I Jobless claims fanno un piccolo balzo ai massimi da gennaio, vs attese che li vedevano 18.000 unità più bassi. È solo un dato, ma il mercato del lavoro sembra dare i primi segnali, non di indebolimento, ma diciamo di allentamento. In indebolimento, in linea con le attese, le vendite di case.

In generale dei dati che non fanno nulla per fugare le recenti perplessità del mercato illustrate in testa al pezzo. Detto questo, entità della correzione e price action incorporano sicuramente un rallentamento macro e degli utili. Come illustrato nel pezzo del 13 maggio questo livello di washout e di ipervenduto solitamente vene seguito da sollievo, a meno che non ci troviamo nel mezzo di una catastrofica recessione come nel 2008 o nel 2020, con l’occupazione in picchiata. Personalmente continuo ad attendermi un rimbalzo, un po’ più duraturo di quello interrottosi bruscamente ieri.

Wall Street ha iniziato un trading laterale a cavallo della parità, con il Nasdaq e il Russell 2000 a mostrare la maggiore resilienza (d’altronde sono gli indici più massacrati, su cui c’è più corto).

La chiusura degli indici europei vede cali tutto sommato moderati, con una spettacolare outperformance di Milano. Migliore il sentiment sul comparto commodities, mentre i rendimenti calano in Europa con una tendenza delle curve ad appiattirsi. in US scendono anche di più e con un sorprendente focus sulla parte breve, nonostante la retorica dei membri non sia affatto cambiata. Se non altro la George ha fatto il primo accenno al mercato azionario. La Yellen ha espresso qualche perplessità sull’ottimismo di Powell e c.

  • GEORGE: INFLATION IS TOO HIGH AND FED NEEDS TO BRING THAT DOWN
  • GEORGE: `VERY COMFORTABLE’ WITH RAISING RATES BY 50 BPS
  • GEORGE: NEED TO SEE SOMETHING `VERY DIFFERENT’ TO DO MORE
  • GEORGE: NEED TO SEE INFLATION LEVEL OUT AND THEN DECELERATE
  • GEORGE SAYS STOCK MARKET PROVIDES AN IMPORTANT PRICE SIGNAL
  • GEORGE: FED POLICY NOT AIMED AT STOCK MARKET BUT EFFECTS OF POLICY WILL BE FELT THERE
  • GEORGE: FED WILL SUCCEED IN BRINGING DOWN INFLATION, HARD TO KNOW HOW MUCH TIGHTENING WILL BE NEEDED TO MAKE THAT HAPPEN
  • YELLEN SAYS STILL BELIEVES U.S. FED CAN ACHIEVE ‘SOFT LANDING,’ WILL REQUIRE SOME SKILL AND LUCK BUT FED MUST DECIDE HOW TO ACHIEVE IT

Vediamo se in chiusura il Nasdaq trascina Wall Street a qualche genere di rimbalzo. Di fatto, oggi i minimi dell’anno sono stati praticamente testati.