Il Buy on Dips è defunto, con la seconda performance peggiore quest'anno dal 1974. Non è un caso che il modello di asset allocation, arrembante per tutto il periodo compreso fra novembre 2020 e novembre 2021, negli ultimi sei mesi abbia tirato i remi in barca.

Secondo una divertente metafora di Jeremy Grantham, il mercato azionario è come un brontosauro: possiede un sistema nervoso ed un cervello, non sufficientemente evoluti. Sicché gli stimoli indotti dal martellamento della coda, finiscono per generare reazioni tardive nel resto del corpo.

Questo spiegherebbe con una battuta l’arretramento dei listini nelle 48 ore successive ad un FOMC che non ha rivelato nulla di particolarmente spiacevole; anzi, avrebbe escluso la prospettiva di un incremento del Fed Funds rate da 75 punti base fra cinque settimane (ma il mercato non ha mangiato la foglia).

Sfuggirebbe però la questione di fondo. Dalla fine di novembre in avanti le borse hanno fallito tutti i test che contano nella definizione di un accettabile stato di salute: a partire dalla settimana del Ringraziamento, per arrivare ad un mese storicamente benigno come quello di aprile. Questi insuccessi hanno definito un quadro stagionale e dunque quantitativo, impegnativo a dir poco. Non è un caso che i modelli stagionali abbiano disegnato una traiettoria, per il 2022, rispettata finora sin troppo dalle quotazioni correnti.

Non per niente il Buy on Dips è defunto. Quest’anno l’acquisto dello S&P in occasione delle sedute negative, ha prodotto il giorno successivo un saldo medio del -0.18%: è la seconda performance peggiore dal 1974. Il regime change è sotto gli occhi di tutti, e non è un caso che il modello di asset allocation, arrembante per tutto il periodo compreso fra novembre 2020 e novembre 2021, negli ultimi sei mesi abbia tirato i remi in barca.

Spazio per rimbalzi ce n’è sempre. Paradossalmente, il mese di maggio dà il meglio di sé proprio quando segue un inizio d’anno negativo come quello corrente. Con il suo nuovo minimo, il MSCI formalizza una capitolazione su base settimanale, che potrebbe – condizionale quanto mai d’obbligo – favorire una reazione nelle prossime sedute.

Un altro aspetto curioso riguarda la notevole resilienza manifestata dal mercato del credito. I corporate bond sono stati sacrificati, come d’altro canto tutto il reddito fisso quest’anno. Ma il rapporto fra i bond ad elevato rendimento, ed i titoli governativi americani, solitamente ben correlato alla dinamica dello S&P500; venerdì ha raggiunto un nuovo massimo.

Wall Street sui minimi a 200 giorni, HYG/TLH ratio sui massimi di analoga ampiezza: apparentemente una divergenza promettente. Ma sul Rapporto Giornaliero di oggi ci soffermiamo sulla frequenza storica di questo fenomeno, e dunque sulle implicazioni per gli investitori.