Quando si riunisce la Federal Reserve americana, nei momenti di svolta nella politica monetaria, c’è sempre un prima e un dopo. Il prima è solitamente caratterizzato da giorni di ansia sui mercati, con gli operatori che tentano affannosamente di scontare la decisione che verrà presa. La volatilità sale ed i futures sui tassi convergono verso i livelli che gli operatori si convincono che saranno deliberati dal FOMC. Arrivati al giorno fatidico i mercati entrano in uno stato di paralisi attendista fino al momento in cui la realtà del comunicato ufficiale prenderà il posto delle aspettative.

La cosa curiosa è che quasi sempre i mercati ci azzeccano ed il comunicato conferma le loro attese. Viene da chiedersi se sia la FED a decidere la politica monetaria oppure se siano i mercati a dettarne la direzione. In realtà il processo decisionale dei membri del FOMC, da alcuni anni a questa parte, è diventato così trasparente che, grazie ad una enorme quantità di “esternazioni” da parte dei membri del Comitato nelle settimane che precedono la riunione, la decisione quasi sempre non fa altro che “ratificare” quel che è stato “telefonato” ai mercati prima della riunione. Non sono più i tempi di Greenspan, il mitico governatore della FED, nominato dal Presidente Reagan nel 1987 e rimasto in carica per quasi 19 anni, confermato da altri 3 presidenti (Bush padre, Clinton e Bush figlio). Il metodo Greenspan era quello di tenere le carte coperte ai mercati, lasciali immaginare, e spesso stupirli con decisioni sorprendenti e mai preannunciate con chiarezza. 

Ma torniamo alla trama del film che potremmo intitolare “Il momento FED”. Appena arriva il comunicato avviene una prima esplosione di volatilità, dovuta alla sua interpretazione a caldo. Spesso è senza chiara direzione, e dura una ventina di minuti, quelli che separano il comunicato dall’inizio della Conferenza stampa illustrativa del governatore. Alle 20:30 i chiarimenti del Governatore e le sue risposte alle domande dei giornalisti permettono ai mercati di spostarsi mentalmente al futuro e di cominciare ad immaginare quale potrà essere la mossa successiva. Così gli indici prendono quasi sempre con decisione una direzione chiara fino al termine della seduta. Una direzione che conferma oppure corregge quel che era stato scontato nei giorni precedenti.

Anche ieri questo copione è stato rispettato.

I mercati sono giunti barcollanti come un pugile suonato all’appuntamento con una FED che aveva ammesso, con toni allarmati ed allarmanti, di aver sottovalutato l’inflazione, galoppante da oltre un anno. Un errore su cui ha diabolicamente perseverato fino all’inizio della guerra d’Ucraina, che l’ha ulteriormente spiazzata e costretta ad inseguire l’aumento dei prezzi con annunci di svolta monetaria tanto aggressiva quanto tardiva.

I mercati, come ho ricordato ieri, sono stati costretti dal panico che percepivano nella FED a scontare l’impennata rapida dei tassi ufficiali, con ritocchi di 2 scalini da un quarto di punto per la riunione di ieri (mai successo negli ultimi 22 anni), addirittura uno da 3 scalini (come a novembre 1994) per la riunione di giugno ed ancora un terzo rialzo da 2 scalini nel meeting di luglio. Un aumento di 7 scalini (cioè 1,75%) in 3 mesi si vide solo nei primi anni ’80, quando l’inflazione toccò il 15% di rialzo su base annua.

Sia l’azionario che l’obbligazionario USA avevano collezionato fino a ieri una performance negativa   a doppia cifra nei primi 4 mesi di quest’anno (Nasdaq100 perdeva addirittura oltre il -20%) ed attendevano la riunione FED con evidente timore e tremore.

Sebbene SP500 fosse riuscito lunedì scorso a tornare, per il rotto della cuffia, al di sopra del minimo di inizio guerra del 24 febbraio, dopo averlo ritoccato al ribasso fino a 4.063, la seduta di martedì aveva solo consolidato le posizioni e la prima parte della seduta americana di ieri è passata in atteggiamento molto guardingo ed in gran parte negativo, fino al momento del comunicato. In questo modo gli indici europei hanno concluso in calo la propria seduta ed Eurostoxx50 (-0,96%) ha mostrato la sua preoccupazione, terminando molto più vicino al minimo che al massimo della scorsa settimana.

Alle 20,10 è arrivato il comunicato FED che, che previsto dai mercati, ha annunciato un rialzo di mezzo punto del tasso ufficiale che si applica sui FED Funds, portandolo ad un livello compreso tra il minimo di 0,75% ed il massimo del 1%.

Oltre al ritocco dei tassi è arrivata anche la comunicazione ufficiale dell’inizio del Tightening a partire dal prossimo mese. Verranno lasciati scadere e non rinnovati titoli di stato ed obbligazioni MBS (legate ai mutui) per 47,5 mld$ al mese fino ad agosto, per poi raddoppiare la riduzione fino a 95 mld$ mensili da settembre in poi.

Nel comunicato si ribadisce la massima attenzione per l’inflazione (guarda un po’… dopo averla snobbata per un anno. Tutti i componenti del FOMC meriterebbero l’azzeramento dello stipendio per un anno, come punizione. Anche il board BCE, ovviamente). Poca preoccupazione per il rallentamento dell’economia, prevista solo in leggero assestamento (stai a vedere che dopo aver snobbato l’inflazione ora snobberanno la recessione).

Tutto come previsto, per cui i mercati non hanno trovato motivi di rimbalzo e si sono messi in attesa di Powell.

Dalle parole del Presidente però qualche novità non di poco conto è arrivata. Innanzitutto, se ha confermato che in futuro potranno verificarsi altri rialzi da mezzo punto, ha escluso categoricamente di farne da tre scalini. Inoltre, ha legato la politica monetaria all’andamento dei prezzi. Quando l’inflazione comincerà a rallentare i rialzi diventeranno da un solo scalino. In questo modo confida di riuscire a raffreddare i prezzi senza mandare l’economia in recessione.

Wow. Il migliore dei mondi possibili. 

Il mercato ha dovuto decidere se confidare ancora nel potere taumaturgico della FED, perdonandole l’errore fatto sull’inflazione “transitoria”, oppure assegnare a Powell un sonoro voto di sfiducia e rotolare nel baratro.

Le mani forti, che in questi casi sono quelle che imprimono la direzione che il gregge dei piccoli trader è costretto a seguire, hanno deciso di fidarsi ancora una volta.

Perciò è partito un imponente rally post Powell, che ha portato SP500 fino ad un massimo di seduta di… indovinate un po’… proprio quel 4.308 che ieri abbiamo definito come l’ostacolo che deve essere superato per trasformare il rimbalzo in inversione di tendenza di breve periodo.

La cavalcata è stata ampia e veloce ed ha fruttato un saldo di fine seduta assai glorioso: +2,99% per SP500 e +3,41% per il tecnologico Nasdaq100.

Era troppo chiedere anche lo sfondamento della resistenza.

A questo occorrerà provvedere oggi, sempre che la notte non porti strani incubi agli investitori americani.