Banca centrale europea (Bce) e ancor più Federal Reserve (Fed) da mesi ripetono il loro mantra secondo cui l'impennata dell'inflazione continuerebbe ad avere carattere temporaneo. Teoria che, in apparenza, si scontra con il ripetersi di nuovi record per gli indici dei prezzi al consumo. Settimana scorsa l'Eurostat aveva comunicato il dato preliminare sull'inflazione di agosto, salita in Eurozona al 3,0% annuo dal 2,2% di luglio. Si tratta del tasso più elevato degli ultimi dieci anni (l'inflazione in Germania è invece salita il mese scorso sui massimi dal 2008). L'indice Pce (personal consumption expenditures, ovvero per spese per consumi personali, la metrica privilegiata dalla Fed) ha toccato in Usa il 4,2% nei 12 mesi alla fine di luglio, sui massimi di quasi 30 anni. Eppure c'è chi non fatica a dare ragione a Fed e Bce sull'inflazione. 

Fed e Bce hanno ragione: l'inflazione oggi non è come negli Anni 70

Su Barron's Pierre Briançon, giornalista economico francese (collabora tra gli altri con Politico), ha cercato per esempio di spiegare come sia sbagliato fare parallelismi tra la situazione attuale e quella registrata negli Anni 70 del secolo scorso. Certo similitudini si trovano. Ne ha trovate anche l'ex premier italiano Mario Monti, che cita come maggiore rischio per l'Europa il fenomeno della stagflazione, già registrato proprio negli Anni 70. Briançon non manca di citare le opinioni che spingono questi parallelismi: notando come i dirigenti d'azienda ritengano che l'inflazione attuale non possa essere spiegata semplicemente con il recupero dei corsi del petrolio dai minimi storici del 2020. E neppure con il fatto che alcune merci stiano diventando più costose perché i consumatori finalmente spendono i soldi risparmiati, a forza, durante i mesi di lockdown.

La pressioni sui prezzi c'è ma la congiuntura attuale è diversa

La pressione sui prezzi c'è, è innegabile, e ora sta mettendo in difficoltà le aziende, costrette a scegliere se trasferirla ai clienti o comprimere la marginalità per dare priorità al mantenimento delle quote di mercato. Fattori che potrebbero rendere la crescita dei prezzi permanente e non temporanea, anche per il circolo vizioso di aspettative sull'inflazione sempre più elevate. Secondo Briançon, però, non è detto che questa minaccia sia davvero credibile e per confutarla tira in ballo Catherine Mann, ex chief economist di Citigroup e fresca di nomina nel Monetary Policy Committee della Bank of England (BoE). L'avvertimento di Mann è quello di non guardare l'inflazione attuale attraverso gli occhi di una generazione traumatizzata dall'inflazione in doppia cifra degli Anni Settanta.

Negli Anni 70 salari e prezzi erano più strettamente correlati

"La storia è una guida importante. Dobbiamo sempre prestare attenzione ai dati storici ma penso che dovremmo prestare attenzione anche ad alcune differenze dal punto di vista della storia", ha sottolineato nel corso di una conferenza della Australian National University, citata da Bloomberg. Per Mann il parallelo non si può fare perché allora salari e prezzi erano più strettamente indicizzati tra loro. E allo stesso tempo i salari e il mercato del lavoro erano maggiormente correlati rispetto a oggi. Non solo. Secondo Mann le aziende oggi sono più riluttanti nel trasferire le pressioni inflazionistiche ai propri clienti di quanto non succedesse in passato.

(Raffaele Rovati)