Il cantiere dei lavori sulla rete unica è di nuovo al lavoro, ma in un anno il quadro è profondamente cambiato e la bussola della politica non fornisce ancora un percorso chiaro. L’obiettivo è il raddoppio della copertura a banda larga, in tutti modi, con una rete capillare che non lasci indietro nessuno. L’ultimo mese ha però bruciato i piani del passato. A fine marzo Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo Economico, ha dichiarato che se deve esserci un monopolio deve essere pubblico.

La rete unica ha senso se il controllo sarà pubblico. Il governo non ha alcuna intenzione di creare un monopolio privato, e posso garantire che tanto meno possiamo ipotizzare un monopolio privato in mano straniera

Il riferimento è all’intesa, formalmente ancora in piedi, tra CDP e TIM per la rete unica. La lettera d’intenti con CDP Equity della scorsa estate prevede che TIM abbia almeno il 50,1% di AccessCo, la famigerata rete unica che dovrebbe nascere dalla fusione tra FiberCop (oggi al 58% di TIM) e Open Fiber (ormai al 60% di CDP). Tim è una società privata (con un 9,81% della stessa CDP) e il suo socio di riferimento è la francese Vivendi con il 23,75 per cento. Quindi se TIM ottenesse il 50,1% della rete unica, Vivendi erediterebbe il ruolo di socio di riferimento (straniero) in questo asset strategico. Certo la nuova AccessCo avrebbe una governance condivisa con vantaggi per CDP per garantire indipendenza e terzietà della società, con tanto di maggioranze qualificate e regole di controllo preventivo. A molti però questo non basta e anche l’Europa potrebbe bocciare un piano incentrato su monopolio essenzialmente privato. Una buona fetta dei 6,3 miliardi del Recovery Plan per fibra ottica, 5G e via connettendo dovrebbe andare lì e Bruxelles chiede garanzie, soprattutto su concorrenza ed efficienza.

Il Ministro per la transizione digitale Vittorio Colao ha ribadito sabato scorso che l’obiettivo è il cittadino e la rete per tutti.

Va assicurata l'equità nell'accesso alla connessione veloce e una concorrenza aperta e leale. Vogliamo assicurare che ci siano le stesse condizioni per chi vive alle pendici della Sila e chi nel centro di Roma

La questione proprietaria scivola così in secondo piano e Colao afferma che il governo è arbitro e non giocatore.
Ma cosa vuol dire?
Potrebbe significare che la nuova rete unica dovrebbe avere un modello wholesale, di vendita all’ingrosso dei servizi a tutti i concorrenti.
Potrebbe anche significare che nuove regole potrebbero garantire la competizione, forse anche salvando un ruolo proprietario di primo piano di TIM. Al contempo CDP dovrà per forza contare.

Rete Unica: intanto i concorrenti scaldano i muscoli

Il primo aprile è stato chiuso l’accordo in FiberCop per l’ingresso di KKR Infrastructure. In pratica nella rete italiana di TIM da 3,37 milioni di chilometri di fibra è entrato il colosso del private equity statunitense con un corposo investimento da 1,8 miliardi di euro per il 37,5% del capitale. Al contempo Fastweb è salita al 4,5%. A Tim il rimanente 58% della società valutata dunque 7,7 miliardi di euro, dei quali 4,7 mld di equity.

Dall’altra parte della barricata il campione delle aree bianche italiane Open Fiber, fino a pochi giorni fa jv paritetica tra CDP ed Enel, è passata, non senza attriti, a un assetto al 60% di CDP e al potenziale 40% del fondo australiano Macquarie, che ci dovrebbe mettere 2,65 miliardi di euro. Complessivamente Open Fiber è stata valutata 5,3 miliardi di euro. Da sola Open Fiber copre il 70% del mercato italiano totale di FTTH (la fibra fino a casa), ha coperto 11,5 milioni di unità immobiliari (7 mln nelle aree nere) e serve oltre 2.000 comuni in area bianca. 

Rete Unica, sul territorio è anche una questione di colore

I colori della fibra sono molto importanti: le aree nere sono quelle redditizie, circa 12,1 mln di unità immobiliari dove investono tutti (anche con dubbie duplicazioni), le aree bianche sono quelle a perdita di mercato dove non investe nessuno, altri 9,6 milioni di unità immobiliari, un altro 40% della popolazione posto dalla parte sbagliata del digital divide. Nel mezzo l’area grigia, un quinto degli italiani e 9,3 milioni di abitanti dalla catalogazione incerta.

In questi anni dunque, su mandato di Invitalia Open Fiber ha fatto un lavoro di frontiera, con diversi problemi, ma anche con una crescita importante nell’ultimo periodo. L’anno scorso infatti l’Italia è stata la seconda in Europa per aumento di coperture FTTH. Sono emersi però tutti quei problemi amministrativi terribilmente pratici che sicuramente anche il Recovery Fund incontrerà. Per esempio per una infrastruttura TLC in area rurale possono servire 250 giorni soltanto per le autorizzazioni. I tempi vanno dai 50 ai 180 giorni in altri casi (da comuni ai via libera di Anas o Autostrade). Un pantano che in molti chiedono di asciugare con il meccanismo del silenzio assenso (che ha ovviamente i suoi pericoli). 

Oltretutto dall’ultimo censimento la situazione è molto cambiata. Alcune aree bianche sono diventate e grigie e viceversa, tanto che il ministero dello Sviluppo economico ha avviato una nuova mappatura per evitare gli sprechi. Si riaffaccia dunque l'idea che serva una cabina di regia unica per evitare che il fiume delle risorse si secchi prima di arrivare dove serve o ristagni in duplicazioni e sprechi. Bisognerà studiare anche il peso futuro del 5G e coinvolgere i privati negli investimenti per evitare che scarichino tutti i costi delle infrastrutture sul pubblico. 

Rete Unica: serve un nuovo piano

Nell’ultimo mese intanto la rete di TIM si è rafforzata con l’investimento degli americani di KKR e quella di CDP con l’investimento (ancora da completare) degli australiani di Macquarie. Il piano della rete unica della scorsa estate sembra però sostanzialmente naufragato e si ragiona sulle alternative.
Il modello wholesale, ossia della rete indipendente che vende a valle i propri servizi, accomuna Open Fiber e FiberCop e potrebbe garantire quel ruolo terzo che piacerebbe anche all’Europa. Finora però TIM ha sempre voluto la maggioranza del nuovo soggetto, se dovesse nascere, e questo potrebbe non essere più proponibile.
Ci sono persino partite politiche trasversali. Vivendi è anche socio di Mediaset e ha incrociato spesso i due dossier. Sul fronte del broadcaster il meccanismo si è appena sbloccato, ma potrebbero esserci contropartite sul nuovo assetto della rete. 

In ogni caso mettere a terra la rete e i finanziamenti del PNRR con bandi ristretti aperti alla concorrenza potrebbe creare inefficienze enormi, anche se a FiberCop e Open Fiber si aggiungono molti altri operatori locali interessati ai fondi UE per la digitalizzazione. Se poi si varasse la rete unica, le sinergie fino a 2 miliardi di euro Open Fiber-FiberCop, secondo Equita si libererebbero solo se l’operazione andasse in porto entro 12-18 mesi.

C'è anche il caso di CDP: che sia azionista di Open Fiber e di TIM ha un senso solo con il progetto di rete unica, altrimenti c’è una contraddizione che giustamente Giorgetti ha evidenziato. 

E allora? Bisognerà trovare un equilibrio tra coordinamento pubblico e competizione privata territoriale, tra la necessità di attrarre capitali privati e quella di garantire un monitoraggio pubblico, tra i soci delle reti in fibra più rilevanti e con il governo stesso. Il ventaglio delle necessità spazia dai meccanismi autorizzativi alla regolamentazione della concorrenza nel settore alla luce delle nuove necessità. 

L’Esecutivo è al lavoro, il mercato in attesa.

(Giovanni Digiacomo)