Il 2022 è cominciato proprio male per i mercati azionari USA, quasi pentiti dei molti anni di sovraperformance rispetto ad ogni altra area del mondo.

Già le prime settimane dell’anno avevano mostrato poca voglia di proseguire il rialzo, dopo il massimo storico quasi estemporaneo del 4 gennaio. Ma la terza settimana borsistica dell’anno, partita già con gli indici in ribasso rispetto alla chiusura del 2021, ha mostrato un vero e proprio cedimento dei nervi degli investitori, che paiono terrorizzati dalla improvvisa aggressività mostrata a parole dalla FED, che si trova costretta ad inseguire un’inflazione che ha sottovalutato per ben 10 mesi ed ora è diventata la sua preoccupazione principale. Per combatterla ha preparato i mercati ad una rapida inversione a U della politica monetaria, da accomodante a restrittiva.

Ma i mercati si sono rivelati poco pronti a questo scenario. Così la paura ha spinto a vendere per tutta la settimana e, alla fine, sul campo di battaglia sono rimaste macerie che non si vedevano dal terribile mese di febbraio del 2020, quando il Covid seminava il terrore negli ospedali e costringeva il mondo a chiudersi in casa.

Questa volta non è stato il Covid a seminare il panico, ma la paura del virus dell’inflazione ed il timore che i medici monetari possano somministrare medicine con gravi effetti collaterali recessivi per salvare l’economia dall’aumento dei prezzi.

Il risultato settimanale dei principali indici USA è spietato: -5,7% per SP500 (-7,7% da inizio anno), -7,5% (-11,5% da inizio anno) per il tecnologico Nasdaq100, l’imperatore dei mercati per tutto il 2021. Ma anche l’indice delle small cap Russell2000 è franato con -7,6% settimanale e -10,9% da inizio anno.

Va detto che una settimana così nera su è vista solo in USA. L’Europa non è certo salita, ma ha contenuto abbastanza (a mio parere, troppo) elegantemente le perdite. Eurostoxx50, che sintetizza l’azionario di Eurolandia, ha segnato -1% settimanale e da inizio anno perde un tollerabile -1,6%.

Le tanto vituperate borse cinesi, che non hanno partecipato alla festa del 2021 ed ora vedono l’economia attanagliata da un rallentamento preoccupante, ha chiuso la settimana in pareggio con l’indice di Shanghai e da inizio anno perde “solo” -3,2%.

La classifica delle performance riflette pienamente il comportamento che i mercati si attendono dalle banche centrali nel prossimo futuro. La FED diventerà restrittiva e spaventa gli investitori USA, soprattutto nei comparti più indebitati (le small cap) ed in quelli che debbono ridimensionare i multipli di valutazione, che con i tassi in salita diventano intollerabili (la tecnologia).

L’Europa tiene meglio perché, a dispetto dell’inflazione che sale (i prezzi alla produzione in Germania sono stimati in crescita a dicembre del 24% annuo!), la BCE dichiara ostinatamente che per tutto l’anno non toccherà i tassi a zero e si limiterà semplicemente a ridurre un po’ il getto monetario mensile del suo Quantitative Easing, terminando a marzo il piano pandemico straordinario di innaffiamento monetario, ma conservando quello ordinario. Come faccia in questo modo a combattere l’inflazione è un mistero della fede in Madama Cristina Lagarde, che i falchi tedeschi si stanno già preparando a mettere in croce.

Comunque, i mercati si fidano ancora, e trovano l’Europa sottovalutata rispetto all’America.

La Cina, addirittura, sta approfittando dell’inversione a U della politica monetaria della sua banca centrale, che è stata leggermente restrittiva nel 2021, ma nelle ultime settimane è diventata espansiva, con addirittura due simbolici tagli dei tassi. Ha così dato la chiara impressione di voler sostenere l’economia in difficoltà.

Passando alle prospettive dell’immediato futuro, non posso ignorare che il forte calo degli indici USA li ha posizionati tutti in una situazione di forte eccesso ribassista (ipervenduto, misurato dall’indicatore RSI(14)). Valori così bassi di questo indicatore si sono visti l’ultima volta solo nelle ultime sedute del mese di febbraio 2020, durante il crollo provocato dalla pandemia. 

Inoltre, la seduta di venerdì ha permesso a SP500 di raggiungere e superare al ribasso la media a 200 sedute e chiudere a quota 4.398, centrando anche l’area 4.400 che avevo indicato come possibile obiettivo della forte correzione.

Una reazione è oggi fortemente attesa. Se non avvenisse potremmo pensare che il mercato abbia cambiato strutturalmente condizione emotiva e si prepari ad un mercato orso piuttosto prolungato. 

Siccome non mi aspetto ancora questo scenario, credo che si vedrà un rimbalzo anche significativo e magari più avanti un secondo test dei minimi di venerdì, ma partendo da condizioni di temporaneo sollievo.

Il fondo di medio termine potrebbe non essere stato ancora toccato, perché manca una trentina di punti all’obiettivo ribassista del “testa e spalle” realizzato tra dicembre e la prima metà di gennaio, ed inoltre perché manca ancora una gamba correttiva, che dovrebbe essere percorsa dopo il rimbalzo, che dovrebbe partire oggi ed estendersi per qualche seduta.