Anche ieri l’indice principale del globo, l’americano SP500, ha allungato la serie delle sedute consecutive di rialzo, portandola a 6. Con il rialzo di ieri (+0,37%) ed il massimo di seduta toccato a 4.541, l’indice ha praticamente recuperato tutta la discesa attuata durante settembre e la prima parte di ottobre ed è tornato a fare il solletico al livello 4.546, il più alto di sempre, raggiunto solo il 2 settembre scorso.

Con l’indice americano arrivato, poco dopo le 16,30, a soli 5 punti dal massimo storico, anche le borse azionarie europee hanno trovato la forza (forza per modo di dire) di chiudere col segno timidamente positivo una seduta che su Eurostoxx50, che le rappresenta, si è stancamente trascinata intorno alla parità. Per dare un’idea della differente convinzione che mostrano SP500 ed Eurostoxx50, basta notare che, mentre l’indice USA ha mostrato 6 sedute consecutive di arrembante rialzo e ieri ha sfiorato il massimo storico, quello europeo di sedute di rialzo ne ha fatte solo 3, le prime, e da 3 sedute vivacchia sotto il livello raggiunto il 15 ottobre. Rispetto al suo massimo (quello annuale, perché quello storico risale al lontano 6 marzo del 2000, a quota 5.522) dista ancora più del 2% e per raggiungerlo deve ancora superare due resistenze (4.183 e 4.214). In Europa ha invece brillato l’azionario italiano, trascinato dal rally delle utility, che ieri ha quasi raggiunto quota 26.600 (+0,94%) col suo volitivo indice FtseMib, arrivato ad un soffio dal suo massimo del 2021 del 13 agosto (26.688).  

Tornando a SP500, va notato che non è molto frequente vedere il recupero in sole 6 sedute di una correzione ribassista durata oltre un mese. Ogni volta che è successo l’indice ha dovuto effettuare una correzione, anche se poi spesso ha ripreso il rialzo.

Consideriamo inoltre che gli ingredienti per tornare almeno un po’ indietro sono diversi.

Oltre alla vicinanza con massimo storico, che attira, ma allo stesso tempo respinge, citerei innanzitutto l’eccesso rialzista che mostra l’indicatore RSI(14) sui grafici orari. Questo indicatore è in ipercomprato dal 15 ottobre e, nella prima ora della seduta di ieri, ha superato il livello di 86, il più alto raggiunto dopo l’esagerazione (92) del primo di luglio. 

Un altro fattore da considerare è la volatilità implicita, espressa dall’indice Vix, chiamato anche l’indice della paura, poiché misura a modo suo il rischio di ribasso percepito dal mercato. Quando il Vix è molto basso significa che gli operatori sono troppo spavaldi e senza difese, poiché sono convinti che si possa solo salire.

Il Vix, che al culmine della correzione di settembre, quando la paura divenne palpabile, raggiunse un picco oltre i 28 punti e tra la fine di settembre e l’8 di ottobre oscillò più volte tra i 20 e i 25 punti, in seguito al ritorno di ottimismo che provocato dal potente rimbalzo attuale, è sceso in modo deciso e ieri ha raggiunto un livello appena superiore a 15, come avvenne il 13 agosto, e al di sotto del minimo del 1° settembre.

Per chi non ha un grafico davanti ricordo che in entrambi i casi questi valori così bassi stimolarono la immediata correzione ribassista dell’indice SP500, che partì nei giorni seguenti. Quella di agosto fu evidente, ma non molto incisiva, mentre quella di settembre fu incisiva e prolungata. Di quest’ultima non abbiamo ancora la prova certa che sia del tutto finita.

La prova, come ho scritto ieri, ce la darà la natura e l’evoluzione di questa prossima correzione.

Se essa non farà troppo male potremo archiviare in fretta l’onda (4) correttiva e cavalcare l’onda (5) rialzista con il rally di fine anno. Se invece sarà profonda, rivedremo un po’ di paura, il Vix tornerà sopra i 25 punti, e magari l’indice testerà nuovamente la convinzione dei compratori, riportandosi al di sotto dei 3.300 punti.

Non resta che attendere. Ma nell’attesa non posso ignorare che c’è un asset che ieri ha fatto il massimo storico: il tanto discusso Bitcoin, amato dai giovani trader, quanto odiato dalle autorità cinesi.

Nei giorni scorsi è avvenuto un fatto epocale che ha segnato la vittoria che potrebbe essere definitiva del Bitcoin nel regno della finanza. Mi riferisco alla quotazione sul Nyse del primo ETF sul Bitcoin, che ha avuto l’autorizzazione (o meglio, la benigna indifferenza) dell’autorità di controllo delle borse americane, la mitica SEC.

Grazie a questo evento tutti gli americani e tutti gli istituzionali potranno ora facilmente negoziare il Bitcoin senza token, exchange di varia natura e reputazione, complicazioni tecnologiche.

Penso che questo evento rappresenti la conclusione del dibattito sul futuro delle principali criptovalute. Se fino a qualche giorno fa non si poteva essere certi che il Bitcoin avrebbe avuto ancora vita lunga, anche perché in Cina è stato ufficialmente messo fuori legge, ora possiamo invece certificare il suo sdoganamento da parte degli americani. Non so se la SEC si è resa conto di tutte le implicazioni che avrà la decisione di permettere la quotazione ufficiale del Bitcoin in forma di ETF. Però mi sembra fuori discussione che questa possibilità nuova di negoziarlo aumenterà drasticamente l’ammontare di capitali che si dirigeranno verso questo asset, e quando saranno diversi trilioni i dollari investiti su questo strumento, diventerà impossibile vietarne il sottostante, a meno di voler provocare l’insurrezione dei risparmiatori.

Il risultato immediato è un assist speculativo per il Bitcoin, che non ci ha messo che un paio di giorni a superare il suo massimo storico e portarsi oltre quota 66.000 $, mentre sull’ETF è arrivata una valanga di acquisti.

Anche questo è un segno dei tempi e forse una conseguenza della guerra fredda che lievita tra la Cina e gli USA.

I cinesi bandiscono il Bitcoin, pensando di danneggiare gli americani. Gli americani lo permettono, pensando di attirare i capitali dei cinesi che li porteranno in USA per procurarsi il Bitcoin.

Tra tutti i possibili impieghi futuri del Bitcoin mai avrei pensato che un giorno sarebbe diventato un’arma di guerra non convenzionale.