Usa e Europa, velocità diverse, ma le borse?

Nelle ultime settimane è emerso con chiarezza che le economie statunitense ed europea camminano a velocità diverse. E’ sufficiente uno sguardo ai recenti dati macro usciti sulle due sponde dell’Atlantico per rendersene conto. 

L’economia euro rallenta

Giovedì 4 novembre gli ordini all'industria tedesca di settembre erano risultati in crescita dell'1,3% su base mensile dal -8,8% (rivisto) di agosto, ma meno delle attese fissate ad un +1,8%. Su base annua la crescita è stata del 9,7% dal +10,4% (rivisto) di agosto e a fronte di stime al +11,30%. 

Il 5 novembre è stato invece comunicato che la produzione industriale tedesca scende oltre le attese: l'Ufficio di Statistica Destatis ha indicato una variazione negativa dell'1,1% a settembre rispetto al mese precedente. Il dato è risultato inferiore alle attese degli analisti che avevano stimato un incremento pari all'1%. Ad agosto la produzione industriale era diminuita del 3,5%, rivista da -4%. Su base annua la produzione industriale è diminuita  dell'1% rispetto allo stesso periodo del 2020. 

Sempre in Germania Markit Economics ha comunicato il dato finale relativo all'Indice IHS PMI dei servizi. Nel mese di ottobre l'Indice si è attestato a 52,4 punti in calo rispetto alla rilevazione di settembre pari a 56,2 punti, ma in linea con le attese. L'indice PMI Composito finale, che misura i risultati combinati delle attività manifatturiere e dei servizi, si è attestato a 52 punti dai 55,5 punti di settembre.

Del resto l’Indice IHS Markit PMI® della Produzione Composita dell’Eurozona di ottobre è sceso a 54,2 da 56,2 di settembre, registrando il valore minore in sei mesi, il dato tedesco riflette quindi le difficoltà dell'intera area. 

Aumentano le tensioni sui prezzi in area euro

E in contemporanea al rallentamento della crescita economica si registrano ancora segnali di tensione sui prezzi. Il dato dell'Eurozona relativo ai prezzi alla produzione di settembre diffuso dall'Eurostat segna una variazione positiva del 2,7% su base mensile, risultando superiore al consensus pari a +2,2% e alla rilevazione di agosto pari a +1,15%. Su base annuale l'indice fa registrare una variazione positiva del 16% dal +13,4% precedente (consensus +15,2%).

Usa, corre il mercato del lavoro

Negli Usa invece il mercato del lavoro continua ad inviare segnali di forza: le nuove richieste di sussidi di disoccupazione nella settimana terminata il 23 ottobre si sono attestate a 269 mila unità, inferiori alle attese (275 mila) e al dato della settimana precedente (283 mila unità). Il numero totale di persone che richiede l'indennità di disoccupazione (calcolato sui dati al 22 ottobre) si attesta a 2,105 milioni, inferiore a 2,239 milioni della rilevazione precedente (attese 2,118 milioni). 

Intanto l'Institute for Supply Management ha comunicato che a ottobre l'indice ISM non manifatturiero si è attestato a 66,7 punti dai 61,9 punti di settembre. Le previsioni degli economisti erano fissate su un indice pari a 62 punti. Il Dipartimento del Commercio ha inoltre annunciato che nel mese di agosto gli ordini industriali sono cresciuti dello 0,2% dopo l'incremento dell'1% registrato ad agosto. Gli economisti avevano stimato una crescita dello 0,1% su base mensile. Gli ordinativi alle fabbriche escluso il settore dei trasporti sono cresciuti dello 0,7% dal +0,5% precedente.

Venerdì sono stati comunicati alle 13:30 l'indice retribuzioni di ottobre, il tasso di disoccupazione di ottobre, i nuovi lavoratori dipendenti non agricoli ottobre (attese +450mila, più del doppio di settembre). 

Il Dipartimento del Lavoro USA ha reso noto che nel mese di ottobre i nuovi posti di lavoro, nei settori non agricoli, sono cresciuti di 531mila unita' dopo l'incremento di 312mila unità nella rilevazione precedente (rivisto da 194 mila unità). Le attese erano fissate su un incremento di 450 mila unità. Il tasso di disoccupazione si attesta al 4,6%, inferiore alla rilevazione precedente pari al 4,8% e alle attese (+4,7%). Cresce dello 0,4% il salario orario medio mensile risultando inferiore alla rilevazione di settembre (+0,6%) ma pari alle attese. Su base annua le retribuzioni crescono al ritmo del 4,9% dal +4,6% del dato precedente.

Mercoledì 3 novembre era stata invece comunicata la stima Adp (National Employment Report) sul mondo del lavoro privato non agricolo, un dato che di solito anticipa correttamente quello generale, aveva evidenziato, nel mese di ottobre una crescita di 571 mila nuovi impieghi, da +523 mila unità della rilevazione precedente (rivisto da +568 mila unità) risultando superiore alle attese degli addetti ai lavori che si aspettavano un incremento di 400 mila posti di lavoro. 

Attenzione tuttavia a gioire della buona salute dell’occupazione Usa, in questo momento dati troppo positivi sul mercato del lavoro Usa sono letti negativamente dalle borse perchè significherebbero che la Fed ha meno necessità di intervenire in favore dell'economia.

E questa osservazione ci porta a parlare delle banche centrali.

Fed e Bce, i percorsi si dividono

La Federal Reserve, anche se con cautela, ha già iniziato a ritirare gli stimoli monetari.

Il Federal Open Market Committee (Fomc, la commissione della Federal Reserve che si occupa di politiche monetarie), come previsto, non è intervenuto il 3 novembre sul costo del denaro ma ha annunciato l'avvio del tapering in dicembre. Il programma di stimolo della Fed dovrebbe essere azzerato entro luglio 2022. Come ampiamente previsto quindi, il Federal Open Market Committee (Fomc, la commissione della Fed che si occupa di politiche monetarie) conferma i tassi d'interesse in un range compreso tra lo 0% e lo 0,25% (livello su cui sono fermi dal marzo 2020). Al tempo stetto tuttavia, e ciò era già stato anticipato in occasione del precedente meeting dallo stesso chairman Jerome Powell, la Fed ha avviato il cosiddetto tapering, ovvero la riduzione del colossale piano di stimolo realizzato attraverso l'acquisto di titoli per 120 miliardi di dollari al mese. 

Anche l'ammontare del tapering era stato largamente anticipato nelle scorse settimane dai rappresentanti dell'istituto di Washington: a partire da dicembre la Fed ridurrà gli acquisti per complessivi 15 miliardi (10 miliardi in Treasury e 5 miliardi in mortgage backed security). Se tale ritmo verrà confermato il piano di stimolo verrà di fatto esaurito per luglio 2022. Commentando la decisione Powell non è entrato nel merito delle aspettative del mercato per un aumento del costo del denaro già nel 2022 (ufficialmente la Fed è ancora ferma su un orizzonte al 2023 per il primo rialzo dei tassi d'interesse) e ha continuato a difendere l'opinione che l'impennata dell'inflazione abbia carattere temporaneo. 

Ed effettivamente i prezzi del derivato che anticipa l'andamento dell'inflazione a 5 anni a partire da 5 anni da adesso è sceso, sceso di circa trenta punti base dai massimi di metà ottobre, riportandosi al 2,43%. I futures sui Fed funds scontano invece attualmente tre aumenti del costo del denaro di un quarto di punto ciascuno il prossimo anno, contraddicendo l'atteggiamento dei membri della Fed che invece è per adesso più attendista. Evidentemente gli operatori temono che la banca centrale Usa sarà costretta ad intervenire di fretta, dopo il termine la prossima primavera della stagione degli aiuti monetari, con rialzi dei tassi per contrastare l'inflazione.

La Banca Centrale Europea, alle prese con un’economia meno solida di quella Usa ma con una crescita dei prezzi al consumo altrettanto veloce, è in una posizione più delicata e cerca di convincere i mercati che rimarrà a guardare ancora a lungo prima di intervenire.

La presidente Bce Christine Lagarde ha dichiarato apertamente che difficilmente i tassi saliranno nel 2022. Secondo Lagarde "una stretta delle condizioni finanziarie non è desiderabile ora che il potere d'acquisto è già compresso dai rincari energetici e dei carburanti, e rappresenterebbe un freno non necessario alla ripresa". 

Inoltre la presidente ha sottolineato come le tre condizioni indicate nella forward guidance per procedere con un primo ritocco al rialzo del costo del denaro difficilmente si concretizzeranno l'anno prossimo.

Borse, Stoxx 600 e S&P500 vanno appaiati

Per il momento nonostante queste differenze gli indici azionari principali delle due aree si muovono in modo abbastanza simile. Lo Stoxx 600 Europe ha toccato nella seduta di giovedì un nuovo record assoluto a 484 punti. Il saldo da inzio anno è di un rialzo del 21,1% circa. Anche lo S&P500 ha fatto segnare un nuovo record giovedì, a 4683 punti, ed è in rialzo nel 2021 del 24,6%.

Entrambi gli indici sono al di sopra delle rispettive medie mobili standard a 52 settimane, indicatore che sintetizza la condizione del trend di medio lungo periodo, che quindi è al rialzo. Lo Stoxx 600 è distante dalla media mobile il 10,5% circa, lo S&P500 del 13,35% circa. L'indice Usa evidenzia quindi un trend leggermente più veloce dell'europeo, ma la differenza è tutto sommato ridotta. Per il momento per entrambi non si notano segnali di rallentamento. 

Il dollaro è una variabile  importante

Tenendo tuttavia presente l'effetto cambio, in considerazione del fatto che probabilmente il dollaro Usa continuerà a rafforzarsi sull'euro proprio in virtù dei probabili diversi tempi di intervento sui tassi da parte delle banche centrali (la Fed potrebbe intervenire al rialzo già nel 2022, la Bce non prima del 2023), allora forse è ragionevole sovrapesare l'azionario Usa in portafoglio.

(Alessandro Magagnoli)