C’è un pessimismo montante sui mercati. L’S&P 500 ha perso 200 punti dai massimi di inizio settembre e ne ha recuperato soltanto una parte nelle ultime sedute. Il Dax, dopo i top oltre 16.000 punti è crollato sotto i 15000 e ora sta intorno ai 15.180. Il Ftse MIB dai massimi di agosto a 26.680 dista circa 800 punti. 

Numeri e segnali scavano d’incertezza le prospettive della ripresa economica ed oggi il Fondo Monetario Internazionale ridurrà le stime sulla crescita consolidando nelle sue tabelle la nuova fase dell’economia post (?) Covid. L’FMI lo ha già confermato, quel 6% di ripresa previsto a luglio non sopravviverà all’autunno. Troppi ostacoli stanno sorgendo dalla montante inflazione e dal collegato collasso delle catene di fornitura globali. L’ironia del disastro che qualcuno già dà per scontato (chi se non Nouriel Roubini?) è che proprio mentre urgono più che mai misure globali a sostegno della ripresa economica la stessa segretaria dell’FMI Kristalina Georgieva appare delegittimata dallo scandalo dei punteggi pompati di Cina e altri nella classifica Doing Business della Banca Mondiale, al punto che potrebbe a breve lasciare il posto. Le pressioni non mancano e in molti hanno accolto con un certo furore il rapporto di WilmerHale sulle irregolarità nelle classifiche Doing Business del 2018 e 2020.

Ma questa è (forse) un’altra storia. Perché chiunque guidi l’FMI nel medio periodo dovrà comunque occuparsi di inflazione o peggio di stagflazione.

Stagflazione stile anni Settanta?

Già fioriscono le analisi di questo ko dell’economia il cui più illustre precedente è la crisi energetica degli anni Settanta, quando poi in America Volcker dovette spingere l’acceleratore sui tassi per bloccare l’inflazione Usa spingendo il Paese alla recessione. L’economista Rony Hamaui ha sviscerato il confronto tra il 2021 della pandemia e dei colli di bottiglia e i Settanta della crisi petrolifera. Il confronto già portato avanti da Kenneth Rogoff è spaventoso, suggestivo e azzardato.

C’è infatti anche chi, come John Authers, ha contestato lo scenario di una stagflazione e di un confronto con i terribili anni Settanta: l’analisi approfondita dell’analista di Bloomberg preferisce infatti il pericolo di un surriscaldamento dell’economia da bolla piuttosto che di una stagflazione, ma è una magra consolazione perché le conclusioni mettono comunque in dubbio l’ipotesi sempre più fragile di un rialzo temporaneo dell’inflazione.

Stagflazione, energia e geopolitica della crisi

D’altronde la questione dei prezzi energetici che è un po’ alla  base di tutto (ma non è l’unico fenomeno in gioco) chiama in causa pure la geopolitica. Federico Rampini ha infatti sottolineato che basta che Putin apra un po’ di più i rubinetti per alleggerire lo shock energetico straordinario cui l’economia europea è stata spinta dall’esplosione della domanda post Covid.
L’Opec la scorsa settimana ha deciso di mantenere dritta la barra e non accelerare con la produzione confermando il valore geopolitico della crisi energetica delle maggiori economie dagli Stati Uniti, all’Europa, alla Cina. Proprio l’Opec aveva messo in guardia anni fa dal rischio che tagli eccessivi alla produzione creassero poi degli ammanchi negli stock, d’altronde allora nessuno avrebbe immaginato di vedere una carenza di semiconduttori globale e rincari di un po’ tutte le componenti convenzionali della bolletta energetica con l’ovvio effetto di aumenti a valle dell’inflazione.

Stagflazione e debito: le mani legate delle banche centrali

Il dannato problema dell’oggi è, come giustamente sottolineano da buona parte degli economisti e osservatori citati è che gli stati oggi sono molto più indebitati che negli Anni Settanta e hanno appena varato manovre gigantesche a debito per uscire dalla pandemia, quindi l’inflazione va bene se significa crescita e tasse per ripagare il debito, ma va malissimo se vuol dire stretta sui tassi e aumento degli interessi pagati sul debito pubblico.

Ovviamente un rincaro dei tassi può significare il default per molti emergenti e per molte società private (anche statunitensi ed europee ma non solamente), può inoltre direttamente comprimere le quotazioni da bolla di Wall Street in due modi: con il rincaro del costo del debito che comprime gli utili delle imprese e con il drenaggio della liquidità senza paragoni storici che anni di politiche monetarie ultra-accomodanti hanno montato.

È già stato ampiamente descritto con il crescere dell’inflazione (specialmente Usa) degli ultimi mesi, ma lo scenario di oggi appare peggiorato.
All’inflazione si è infatti aggiunto il rallentamento economico, perché, come detto, il rincaro delle materie prime e dei costi si è protratto già oltre ogni ragionevole ipotesi iniziale e sta erodendo le basi della ripresa, con il rischio, appunto, di un KO binario: l’inflazione che accelera e la crescita che rallenta.

E se la crescita viene meno, la base di tutto il teorema del debito per uscire dalla pandemia si frantuma. Con i bilanci pubblici a livelli mai visti, si rischierebbe il baratro. D'altronde i livelli occupazionali pre-pandemia sono ancora lontani ed è difficile aggiungere il tassello dei salari alla costruzione di un'inflazione strutturalmente più alta. L'accelerazione dell'economia con imprese con cassa, investimenti, dividendi, domanda e giri d'affari su livelli elevati è per molti versi una corsa che deve passare ancora dal punto di partenza del pre-Covid. Il consumo delle famiglie è pompato dal risparmio accumulato, dal ritorno sulle spese procrastinate con i lockdown.

L'energia verde sarà più cara e richiederà investimenti giganteschi che il mercato ancora non ha scontato mentre appena si accorge del fatto che la transizione energetica non si fa da un giorno all'altro e misura il peso delle fonti fossili sul quotidiano della produzione globale.

Il passaggio dal motore termico a quello elettrico mostra le stesse prevedibili criticità: dirlo è facile, ma quando poi devi cambiare la mobilità di tutti i giorni e non hai le colonnine o le centrali energetiche sufficienti a garantire la nuova elettricità necessaria, semplicemente resti fermo. Con la pompa di benzina in mano e l'Opec+ che fa il prezzo, con i terminal del GNL statunitense sovraccarichi e la Cina che chiude le fabbriche per i troppi blackout. Il mondo non cambia da un giorno all'altro e cambiarlo costa, anche in termini di inflazione, spese per il reshoring e costo del lavoro. 

Tutto sommato era prevedibile.

(Giovanni Digiacomo)