Come spesso capita, quando ci si prepara ad una decisione della FED di capitale importanza, i mercati si dibattono nel periodo precedente e si stabilizzano nell’imminenza dell’evento, cadendo in una sorta di immobilismo attendista, per poi magari riproporre la volatilità in reazione alle decisioni effettive, se queste dovessero discostarsi dall’attesa generale dei giorni precedenti.

L’ultima riunione del FOMC prima di quella che si concluderà stasera, sdoganò, il 16 marzo scorso (sembra passata un’eternità), il primo rialzo del tasso ufficiale sui FED Funds dopo l’azzeramento pandemico, portandolo dal tetto di 0,25% a quello di 0,5% ed annunciò una serie piuttosto lunga di ritocchi successivi, con il difficile obiettivo di arrestare una persistente e veloce salita dei prezzi al consumo. 

Le tante dichiarazioni successive dei membri FED e la lettura dei verbali della discussione che si svolse allora, ci hanno trasmesso la sensazione che il consiglio dei banchieri centrali americani sia piuttosto in affanno a rincorrere un’inflazione che ha sottovalutato per un anno. Perciò il mercato ha scontato che la lista dei futuri ritocchi verso l’alto del tasso ufficiale sia non solo lunga, ma anche piuttosto aggressiva, specialmente nelle riunioni prima della pausa di agosto. I futures sui tassi, che sono il barometro delle attese del mercato, ora scontano un rialzo di due scalini (cioè di mezzo punto percentuale) questa sera, di altri 3 scalini nella riunione del 15 giugno e di due ulteriori in quella del 27 luglio. Faccio notare che alla vigilia del 16 marzo le previsioni dei mercati erano per un tasso al 1,75% a fine anno 2022, mentre ora se lo aspettano al termine della riunione di giugno e per fine anno vi è una probabilità preponderante che si raggiunga addirittura il tetto del 3,25%.

Tutto ciò equivale al raddoppio delle attese di mercato da marzo ad oggi.

Ma non è tutto, poiché la riunione di stasera dovrebbe anche annunciare il Tightening, cioè sia la data di inizio che la progressione mensile della riduzione dell’ammontare di titoli obbligazionari presenti nel bilancio FED, accumulati nelle varie manovre di Quantitative Easing dal 2008 in poi.

A seconda della rapidità e della potenza di questa riduzione, si avrà un effetto aggiuntivo alla stretta monetaria che sarà attuata con la manovra sui tassi.  

Non c’è quindi da stupirsi che il mercato obbligazionario, che ha dovuto scontare da marzo in poi questo enorme aumento di aggressività della FED, si presenti oggi all’appuntamento piuttosto devastato e che il Treasury decennale abbia ottenuto da gennaio ad aprile una perdita di oltre il 10%, peggior risultato dei primi 4 mesi dell’anno della sua storia successiva al 1787 (235 anni, dati ufficio studi Deutsche Bank). 

Ieri le borse europee hanno recepito la svolta rialzista degli indici USA, avvenuta dopo la chiusura delle borse euro di lunedì. Eurostoxx50 sintetizza con +0,77% il rimbalzo europeo, favorito soprattutto dalla giornata positiva dei titoli energetici e di quelli bancari.

Wall Street ha cercato di consolidare il rimbalzo del giorno prima, con una seduta altalenante, ma chiusa con +0,48% dall’indice principale SP500. Più modesto (+0,11%) il rialzo del tecnologico Nasdaq100.

Nulla cambia rispetto a quel che abbiamo considerato ieri. Il rimbalzo dovrà ancora camminare un po’, fino a superare quota 4.308 con l’indice SP500, prima di permetterci di parlare di possibile inversione.

Ovviamente molto dipenderà dalla FED. Come abbiamo visto, è già scontato che ora sia aggressiva. Se il comunicato, le decisioni e le parole della conferenza stampa di Powell fossero meno categorici del temuto, lo spazio per rimbalzare non sarebbe affatto disprezzabile.