Da alcune settimane è aumentata la pressione in vendita sulla parte lunga della curva dei rendimenti negli Stati Uniti.

A fronte di rendimenti abbastanza stabili fino a 3/4 anni e a un movimento sul t-Bond a 10 anni maggiormente in linea con quello delle analoghe scadenze europee, c’è stato un importante steepening della curva che ha portato
negli Stati Uniti i titoli con le scadenze oltre i 30 anni sopra il 2%.

Come evidenziato dagli analisti di Marzotto Investment House, un simile rendimento se valutato su basi storiche, sembra ancora oggi troppo basso.

Nondimeno analizzato in relazione al tasso di sconto e ai tassi che le banche centrali utilizzano per immettere liquidità nel sistema, sembra al contrario troppo elevato ed incoerente con l’attuale contesto macroeconomico.

L’importanza dei tassi di interesse nella valutazione delle classi di investimento

La ragione per cui la maggiore parte delle classi di investimento ha toccato o sta toccando nuovi massimi assoluti (e per converso nuovi minimi in termini di rendimento), secondo Marzotto Investment House è legata ai tassi di interesse prevalenti nelle principali economie.

A fronte di tassi di interesse negativi o in prossimità dello zero, qualsiasi attività finanziaria diventa più appetibile in quanto presenta un carry positivo di rendimento.

L’esempio perfetto sono l’oro e i metalli preziosi che pur non rendendo nulla, se paragonati ad una obbligazione con un tasso di interesse negativo finiscono per avere un rendimento positivo.

I tassi di interesse negativi, che tolgono di fatto il classico rendimento che le obbligazioni storicamente hanno sempre avuto, aumentano la propensione al rischio degli investitori che sono disperatamente alla ricerca di rendimenti.

In altre parole, fino a che i tassi resteranno sui rendimenti attuali, è lecito attendersi extra-rendimenti dalla maggiore parte delle classi di investimento.

Analogamente, qualora l’attuale scenario dei tassi di interesse dovesse invertirsi, sarebbe molto negativo per la maggiore parte di esse e causerebbe un notevole shock da “aggiustamento”.

Cosa sta succedendo sul t-Bond a 30 anni?

Circa un anno fa all’inizio di marzo, nel bel mezzo delle crisi legata al Covid, il TBond a 30 anni ha toccato in uno spike i 200 dollari, per poi assestarsi nelle settimane successive in area 180.

In quel contesto il rendimento che nel febbraio 2020 era a cavallo del 2% era brevemente sceso sotto l’1%, per poi risalire fino al 1,5% solo pochi giorni dopo.

Dopo un lento ma costante recupero dei rendimenti il T-Bond dall’inizio del 2021 ha accelerato il ribasso arrivando a toccare il 2,15%.

Sebbene su base storica tale rendimento sia molto basso e al di sotto della media, molti investitori hanno cominciato ad innervosirsi, ben consapevoli che un inversione del trend sulle obbligazioni potrebbe avere un effetto negativo su molte classi di investimento.

Cosa è accaduto per causare un ribasso così violento in un contesto economico in cui le banche centrali ipotizzano tassi di interesse negativi ancora per molti anni?

Anzi, per inciso, la FED dopo avere tolto il target del 2% per l’inflazione, ha detto chiaramente che eventuali spike al di sopra di tale livello sarebbero stati considerati temporanei e perciò non meritevoli di una sostanziale modifica della politica monetaria.

E’ chiaro che nulla è scritto nella pietra, però con l’attuale contesto tecnologico i banchieri centrali sono consapevoli che un ritorno dell’inflazione su valori strutturalmente elevati è molto poco probabile.

A seguito del grande rialzo degli indici azionari dai minimi di marzo 2020 e della commercializzazione del vaccino per il Covid, il mercato ha appunto iniziato a temere un rimbalzo dell’inflazione e ha comprato scadenze brevi,
entro i 3 anni, vendendo invece le scadenze lunghe.

Analogamente, il grande rimbalzo di molte commodities dalle agricole ai metalli industriali, ha lasciato ipotizzare che nel momento in cui l’economia dovesse “normalizzarsi” ci sarebbe potuto essere un balzo del PIL e contemporaneamente dell’inflazione.

L’inflazione è davvero un pericolo?

Osserviamo il grafico del CPI Index negli Stati Uniti, si può notare un rimbalzo dell’inflazione al consumo dai minimi toccati nel 2020.

Nonostante il recupero degli ultimi mesi, tuttavia, l’indice rimane ancora ben al di sotto dei livelli raggiunti nei tre anni precedenti il Covid.

Lo stesso Indice depurato dalle componenti energetiche ed alimentari, evidenzia invece negli ultimi mesi un flesso legato alla seconda ondata della pandemia.

L’indice core non solo è ancora molto lontano dai livelli pre-crisi, ma sta pericolosamente riavvicinandosi ai minimi della primavera 2020.

A fonte di un grafico del genere, secondo gli analisti di Marzotto Investment House è impensabile che le banche centrali possano anche solo ipotizzare un cambio di trend della politica monetaria.

Per toglierci ogni dubbio, analizziamo anche l’unemployment rate, forse più efficace rispetto all’andamento delle
commodities per cercare di prevedere l’azione delle banche centrali.

Possibili conseguenze da tassi di interesse al rialzo

Valutando il possibile impatto per le principali asset class, gli esperti di Marzotto Investment House prevedono un dollaro debole nel medio termine, ma fino a che le obbligazioni lunghe statunitensi rimarranno sotto pressione, tenderà ad essere più forte.

Per essere concreti, difficilmente nel breve termine dovrebbe andare molto sopra quota 1,2 contro l'euro.

Le commodities stanno volando a seguito delle stime di un super-ciclo delle commodities ipotizzato dalla maggiore parte delle grandi banche di investimento e per la ricostruzione del magazzino dei principali grossisti.

Alcune materie prime come il rame o il petrolio, hanno tuttavia corso molto nel breve termine e potrebbero salire ancora solo con una vera normalizzazione del rischio Covid.

Le obbligazioni sono chiaramente la classe di investimento più fragile mell’attuale contesto, perché l’upside è limitato e il downside molto più ampio.

Di conseguenza, è razionale che ci siano vendite da parte di chi vuole monetizzare i grandi guadagli degli ultimi anni.

Le azioni sono al contrario favorite da un contesto di “moderata” inflazione.