Conto alla rovescia per l'assemblea di Unicredit. I soci si riuniranno domani, giovedì 15 aprile, con i modi permessi dalla pandemia, ma le risposte alle domande pre-assembleari hanno già chiarito qualcosa delle strategie dell’istituto. Il grosso verrà probabilmente dopo l’estate, con il nuovo piano industriale che il nuovo CEO Andrea Orcel sta preparando, ma intanto i soci hanno chiesto se sono in vista operazioni straordinarie: 

Non commentiamo indiscrezioni e speculazioni di stampa. Qualora perseguissimo un’operazione di natura straordinaria, ne daremo tempestivamente informazione al mercato nel rispetto delle leggi e regolamenti applicabili

La risposta era sull’ipotesi di un’opa su Mediobanca (ma Unicredit è uscita da Piazzetta Cuccia con un collocamento accelerato da 787 milioni di euro a sconto sui corsi di borsa, come gran parte delle più recenti cessioni approvate dall’ex CEO Jean Pierre Mustier).
È una non esclusione che però interessa soprattutto su altri fronti, tutti esterni all’ordine del giorno della prossima assemblea, ma tutti di stringente attualità, come la possibilità di un’aggregazione con MPS o le alternative Banco BPM o Bper e via di risiko. 

Su MPS ovviamente fornisce segnali importanti la presidenza dell’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il cui insediamento è stato seguito dall’avvicendamento al vertice esecutivo di Unicredit. Forse coincidenze, forse conseguenze, forse solo un caso.

Unicredit, il nodo degli stipendi

Senza dubbio il nodo dei compensi dei nuovi amministratori di Unicredit e segnatamente del nuovo CEO Andrea Orcel è dibattuto. Già lo scorso 29 marzo il Financial Times in un articolo dal titolo “Ai soci di Unicredit raccomandazioni di protesta contro lo stipendio del nuovo capo Andrea Orcel”, era emersa la condanna del proxy advisor Glass Lewis sul livello dell’emolumento destinato al CR7 delle banche, come il nuovo manager è stato definito più per gli stipendi, che per le prestazioni. 

Difficile non vedere nel caso un segno dei tempi, anche perché la causa tra il Santander e lo stesso Orcel su circa 52 milioni di euro emolumenti portava a livelli davvero straordinari, non solo per il mondo bancario europeo, il dibattito sullo stipendio dei banchieri. La causa legale si è intrecciata con la nomina in Unicredit e ancora procede, ma sarebbe stata sterilizzata nei potenziali effetti sui rapporti con Piazza Gae Aulenti. 

In Unicredit Orcel potrebbe arrivare a prendere 7,5 milioni di euro l’anno, che poi per i tre anni del mandato statutario degli amministratori farebbero 22,5 milioni di euro. Il calcolo è stato fatto da JP Morgan: al manager potrebbe spettare dopo i due anni minimi previsti una buonuscita di 15 milioni, quindi 7,5 milioni di euro l'anno, dei quali un terzo in compenso fisso e due terzi in azioni. Calcolo non smentito da Unicredit e ripreso un po’ da tutti.

Il compenso di Orcel (e del cda) sarà comunque probabilmente uno dei punti più dibattuti dall’assemblea e non è certo che, complici le critiche alla struttura dei compensi giunte da diversi proxy, riesca a passare nella sua forma attuale. 

Ai soci che chiedevano Unicredit ha spiegato l’obiettivo di allineare gli interessi degli azionisti con quelli del CEO con un’assegnazione una tantum di azioni Unicredit al manager fino a un controvalore del 200% della retribuzione fissa. Il compenso di Orcel sarebbe insomma di 2,5 milioni di euro l’anno fissi, a cui aggiungere fino a 5 milioni di euro di azioni (il 200%), che ovviamente più valgono, grazie anche all’azione del manager, più si convertono in valore per i soci, Orcel compreso.

In generale schema degli incentivi di Unicredit, il Sistema 2021 proposto ai soci, prevede per i circa 1.100 beneficiari potenziali entro cinque anni fino a poco più di 176 milioni di euro in assegnazione, ossia 18,7 milioni di azioni di Unicredit.

Quel che più conta è però il curriculum di Orcel, che riporta alla domanda principale: Unicredit farà qualche grande operazione di M&A in Italia o all’estero?

Unicredit: merger in vista?

Probabilmente non lo sanno neanche loro. Le pressioni sono tante e diverse. Si possono però fare delle considerazioni. 

La logica della pandemia suggerisce aggregazioni difensive contro la marea di deteriorati in arrivo. 

Il Ministero dell’Economia deve cedere entro l’anno MPS e probabilmente è disposto a concedere grossi benefici fiscali a chi gli toglierà le castagne dal fuoco che Bruxelles tiene acceso sugli aiuti di Stato. 

Il salvataggio pubblico dell’istituto senese fu diretto tra fine 2016 e inizio 2017 proprio da Padoan, che si disse convinto che sarebbe stato un affare per lo Stato. Non è andata così, Roma ci ha perso almeno due terzi dei 5,4 miliardi di euro spesi ai valori di aprile (3,6 mld circa secondo un calcolo rapido).

Oggi Padoan è alla presidenza di Unicredit, il sospetto di una via senese che parte da Piazza Gae Aulenti cresce. 

In direzione di una fusione porta comunque lo stesso curriculum di Orcel. Progettò la nascita di Unicredit dalla fusione tra Unicredito e Credito Italiano nel 1998, quando lavorava per Merrill Lynch alle grandi fusioni. 

In seguito sembra sia stato sempre lui a orchestrare lo spezzatino di ABN Amro che avrebbe portato l’Antonveneta prima al Santander e dopo a MPS. 

La mediazione con la MPS di Giuseppe Mussari nel 2007, che valutò Antonveneta 9 miliardi di euro (più sette di debito), si è rivelata un affare per la spagnola Santander e un disastro ancora irrisolto per MPS.

Ora i rapporti spagnoli si sono rotti. Orcel era in predicato di divenire CEO della banca spagnola, ma poi – come detto – è finito in rottura persino legale con Ana Botin sul compenso. Dunque Orcel è pronto a prendere le redini di uno dei maggiori gruppi bancari italiani, la Unicredit, che ha contribuito a fondare, per risolvere uno dei più scottanti dossier del Bel Paese, la ri-privatizzazione di MPS (che potrebbe aver contribuito a rovinare). 

Almeno questa è una delle possibilità, ma il manager che ha guidato l’investment banking di UBS per più di sei anni su indicazione di Sergio Ermotti, dovrà confrontarsi con uno scenario complesso.

Unicredit: ma il nuovo piano?

Unicredit chiuderà con l’assemblea di domani l’era Mustier con un bilancio carico di luci e di ombre. Certo la banca ha le spalle larghe. Onestamente sembra il minimo dopo l’aumento di capitale da 13 miliardi di euro del 2017 che ha aperto l’era Mustier e la successiva campagna di vendite sotto i valori di borsa di tutto il vendibile (e forse qualcosa di più). 

Va comunque segnalato il rapporto crediti deteriorati netti/crediti verso clientela all’1,9% che è un bellissimo dato (allo 0,4% le sofferenze).

Il CET 1 ratio fully loaded al 15,1% batte di misura la media delle banche UE ferma al 13,4% 

Il 2020 non chiude bene però, neanche per Unicredit. Perché 2,78 miliardi di euro di perdite fanno male a tutti, soprattutto se l’anno prima si erano guadagnati 3,37 miliardi di euro e se poi si vedono cali su tutte le maggiori voci di ricavo, dal margine d’interesse (-5,3% a 9,44 mld) alle commissioni nette (-4,8% a 5,97 mld).

Pesano anche le rettifiche nette su crediti deteriorati, quasi 5 miliardi (+48,9%), e quelle sugli avviamenti (ben 886 milioni di euro). 

Nel 2020 la cessione del 20,95% di Yapi Kredi e la cancellazione della jv con KOC Financial Services sono costate 1,57 miliardi di euro circa, mentre introiti per 516 milioni di euro sono venuti dalla vendita di immobili in Germania

Gli oneri d’integrazione, ossia gli incentivi all’esodo del personale per il prepensionamento, sono stati circa 1,35 miliardi di euro nel 2020 per il personale italiano.

Complessivamente fra il 2019 e il 2020 si registrano 2.138 persone in meno (in termini FTE ossia conteggio equivalente per dipendente a tempo pieno) per un totale complessivo alla fine dello scorso anno di 82.107 dipendenti. Erano già stati accantonati nel 2019 oneri per l’esodo di personale tedesco e austriaco per 436 milioni di euro. 

In parallelo sono state chiuse 227 filiali e si è scesi così a 3.490. 

Tagli di costo che si tradurranno in redditività futura con l’obiettivo del piano Team 23 di ridurre di circa 8000 unità il personale con il tagIio di circa 500 filiali. Ma andrà così?
Secondo indiscrezioni, già quel piano aveva portato dei malumori in Unicredit e complicato la posizione di Mustier prima dell’arrivo di Padoan.

Il nuovo piano di Orcel, forse in presentazione a settembre, potrebbe dunque rivedere questi obiettivi. Specialmente se nuove operazioni straordinarie, di cui il nuovo CEO è esperto, intervenissero. 

Ci sarà Siena di mezzo? Numerosi indizi, nessuna prova. 

Di certo gli analisti guarderanno anche al business delle assicurazioni.
In Italia i partner di Unicredit sono Allianz, Unipol e CNP Vita; in Germania c’è Allianz; nell’Europea Orientale (dove Unicredit ha un certo peso) c’è Generali.

Con Unipol sempre più dinamica nel settore bancario, Unicredit che si è separata da Mediobanca e dunque allontanata indirettamente da Generali e i tassi a zero che costringono le banche ad ampliare la platea dei servizi offerti, il nuovo piano Orcel per Unicredit dovrà essere letto anche dal punto di vista delle assicurazioni. 

Ma questo, forse, è già un alto discorso.

(Giovanni Digiacomo)